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SUD e SUD. Ma il Mezzogiorno non è un monolite

SUD e SUD. Ma il Mezzogiorno non è un monolite

differenze    di DARIO MUSOLINO -

 Quando parliamo di Mezzogiorno, cioè di una macro-regione contrapposta al Centro e al Nord, implicitamente supponiamo che essa sia un’area abbastanza omogenea, compatta, quasi indifferenziata dal punto di vista socio-economico. Ma siamo così sicuri che sia così? Siamo certi che così intendendo in questo modo il Sud del paese, siamo fedeli alla realtà delle cose?

Quando parliamo di Mezzogiorno in modo unitario, seguendo un approccio olistico, corriamo due rischi: da un lato, di semplificare e approssimare molto la realtà; dall’altro lato, di prestare più facilmente il fianco a coloro che Il Mezzogiorno vogliono, volutamente, banalizzarlo e metterlo tutto sotto uno stesso cappello, una stessa etichetta.

La realtà del Sud è diversa, varia, molteplice. E questi sono i fatti, e vanno sottolineati. Perché spesso, li si dimentica. La Calabria, purtroppo, non è la Basilicata, e la provincia di Reggio non è la provincia di Cosenza. L’Abbruzzo e il Molise, forse ormai solo convenzionalmente, in virtù della geografia fisica, e delle necessità delle aggregazioni statistiche, vengono incluse nel Sud. Le province interne della Campania non sono come Napoli, e le province orientali della Sicilia non sono come le province occidentali.

Tanti indicatori di sviluppo dicono che ci sono distanze tutt’altro che trascurabili internamente al Mezzogiorno, tanto ampie quanto quelle interne al Centro-Nord. E alcune regioni meridionali sono perfino più vicine a delle regioni centrali o settentrionali, piuttosto che ad altre meridionali. Basta guardare agli indicatori più importanti con cui generalmente si fotografa e analizza lo sviluppo economico e sociale, il Pil pro-capite (nel 2012, si va dai 14mila euro circa della Calabria, ai 16mila della Basilicata, ai 17mila euro del Molise, e ai 19mila dell’Abruzzo), il tasso di disoccupazione (nel 2014, si va dal 23% della Calabria, al 18% della Sardegna, al 12.5% dell’Abbruzzo). Ma anche indicatori sintetici, classifiche varie, dal significato più ampio in termini socio-economici e ambientali (Qualità della vita del Sole 24ore; Ecosistema urbano, ecc.) consegnano un quadro molto variegato, eterogeneo, sulla realtà del Sud.

E diverse inoltre sono le esperienze amministrative e di governo nelle realtà territoriali del Sud. Quando per esempio si butta a mare (per essere gentili con le parole …) tutta la classe dirigente del Sud, ci si dimentica delle esperienze di buona amministrazione che hanno costellato, e costellano le città e i territori del Sud. Queste esperienze ci sono state, ci sono, e non vanno annichilite e frustrate, dimenticandole e mettendole nel gran calderone di un giudizio generale sommario.  

Non può essere solo una linea di demarcazione geografica, mi riferisco alla geografia fisica, a farci sempre banalizzare la geografica economica, e indurci a credere che ci sia un Sud omogeneo verso il basso. Per cui, una cosa forse da fare, per leggere con realismo il Sud, e preservarlo da letture pregiudiziali e semplificatrici, è anche quella di non dimenticare mai di distinguerlo, sezionarlo, differenziarlo, trovando chi è meglio e chi è peggio, cosa è più positivo, e cosa è più negativo. Ovvero non parlare più solo di Mezzogiorno, come unico oggetto, indivisibile, della questione, né tantomeno di mezzogiorni (con la stessa parola, l’identificazione marginalizzante rimane …), ma parlare di regioni, di province, di città, sforzandosi di “zoomare” sul mosaico di territori che compongono il Sud, e che viaggiano a velocità diverse, e che hanno caratteristiche socio-economiche istituzionali, e identità diverse. Affrontare bene la questione meridionale, paradossalmente, senza superarla o rimuoverla, significa anche questo: non parlare sempre, e solo, di Mezzogiorno.