Direttore: Aldo Varano    

L’ANALISI. Italicum, Pd e l’interesse del Sud e della Calabria

L’ANALISI. Italicum, Pd e l’interesse del Sud e della Calabria

 renzi e oliverio  di ALDO VARANO -

UNO. Tra poche ore, secondo gli analisti, verrà approvato l’Italicum di Renzi contro un’opposizione che va dal M5s a Salvini, da Fi di B e Brunetta a Vendola e (ormai) Landini fino alla minoranza democrat che schiera vecchie glorie (anche alcune delle migliori teste politiche del paese) ma soprattutto impotenza.

Mario Oliverio, Governatore della Calabria, non ha aperto bocca. Non conosciamo la sua posizione ma il suo silenzio suggerisce l’ipotesi di un chiamarsi fuori mischia per riequilibrare, a favore della Calabria, il rapporto con Roma: nato bene, afflosciato dalla vicenda Lanzetta-Delrio-De Gaetano, inaspritosi con l’inseguimento del Commissariato alla sanità. Oliverio rattoppa l’impressione che la Calabria, con quattro deputati su meno di quaranta, sia la punta di diamante di un Pd ostile a Renzi e chiuso alle riforme.

In realtà, metà dei quattro (Bindi e D’Attorre) non c’entrano con la regione. La Bindi è stata nominata qui per impraticabilità del campo toscano (dove l’avrebbero bocciata). D’Attorre è arrivato per decisione di Bersani a cui è rimasto legato con un ruolo nazionale tra i dem. Difficile, per entrambi, ritrovarli in Calabria in futuro. L’opposizione “calabrese”, depurata, si riduce a Enza Bruno Bossio e Nico Stumpo (che ha storia più legata ai Dem romani che alla Calabria). E la Bossio si è preoccupata di sfiammare la sua opposizione saldandola al merito (certo, problematico da condividere).

DUE. L’Italicum sarà probabilmente un momento decisivo della storia politica italiana. Al di là del contenuto è una rottura profonda, non soltanto del berlusconismo ma dell’intera tradizione politica costruita dal Secondo Dopoguerra del Novecento. Una tradizione che, dopo avere assolto bene ai bisogni del paese, era diventata pesante handicap per l’Italia. Nessuno può seriamente sostenere che lo scontro sull’Italicum, specie tra i dem, sia sul merito della legge.

I contenuti dell’Italicum non sono in discontinuità con le posizioni elaborate dal Csx nella cosiddetta Seconda repubblica. Nella costituzione non c’è alcun punto che vieti o almeno sconsigli il voto di fiducia su una legge elettorale. Ed è falso che vari il presidenzialismo: l’Italia, a Italicum approvato, è un paese dove, Costituzione alla mano, il parlamento tolta la fiducia a un presidente può sceglierne un altro. Col Mattarellum si nominavano il 25% dei parlamentari. Col Porcellum, la quasi totalità. Con l'Italicum, molto meno. L’area del Csx di provenienza Pci e Dc-Margherita hanno fieramente osteggiato il voto di preferenza. Non c’è alcun punto  nell’Italicum che Bersani non abbia già sognato in passato. Nessun democrat (Prodi, Bersani, Letta), quando il Csx vinse le elezioni, agì contro il Porcellum. Perfino nei libri di storia (Mammarella, L’Italia di oggi, 2012, Il Mulino) si ricostruisce la scelta inconfessata ma piena del Csx per il Porcellum. Del resto, la tradizione Pci era la nomina dei parlamentari, uno per uno in ordine d'arrivo prestabilito, con la copertura di una discussione che in gran parte serviva a convincere i militanti a sposare le scelte già fatte dai suoi ristretti gruppi dirigenti. Fin qui, la storia.

TRE. Perché allora uno scontro così aspro se non c’è nulla di nuovo sotto il sole? Per capire bisogna tener conto che la rivolta di partiti e parte dei Dem è solo una punta del dissenso dell’intero establishment italiano (economia, poteri burocratici, corporazioni più potenti) come ricordano le insistenze nei giorni scorsi dei grandi giornali, dal Corsera a Repubblica, perché Renzi si fermasse a trattare, mediare, concordare (perfino richiamando a sproposito vicende della legge Acerbo e della cd legge truffa di De Gasperi).

Lo scontro e il dissenso sono, quindi, concentrati sul modo in cui Renzi procede, cioè sul fatto che dà seguito alle decisioni prese dalla maggioranza Pd anziché concordate con l’intero establishment italiano. E’ questo che non viene accettato dall’aggregato di poteri che temono, spesso per motivi contrastanti, qualsiasi ipotesi di cambiamento reale degli equilibri di potere e la loro emarginazione dal tavolo delle decisioni fondamentali.

E’ uno scontro radicale: da un lato, si insiste sulla necessità di una democrazia dove si decide tutti assieme e con possibilità di veto di ogni segmento del potere che paralizza ogni cosa; dall’altro, si sostiene (ed è la novità) che il più grande nemico della democrazia nel nostro tempo è diventato l’incapacità di decidere, scegliere tempestivamente, rinnovare. Insomma, i poteri legittimamente riconosciuti decidono (quando lo ritengono necessario) anche contro i sindacati, la Cgil, e tutti i segmenti particolari e/o corporativi: dalla magistratura e alle concentrazioni editoriali in giù. Come osa Renzi, in un paese dove contro la riforma degli ordini professionali e la corporazione dei tassinari (tanto per fare qualche esempio) hanno fin qui sbattuto di brutto tutti i governi, decidere? Siamo alla rottura, per la prima volta nella storia d’Italia, e veramente, del consociativismo dell’establishment che, piaccia o no, ha continuato a condizionare l’Italia anche nel ventennio che abbiamo alle spalle.

QUATTRO. Il Mezzogiorno e la Calabria sono direttamente interessati a questo scontro. Il Sud ha bisogno di rotture profonde e cambiamenti radicali nei contenuti e nei meccanismi del potere. Il meccanismo che ha condotto il Mezzogiorno sull’orlo del non ritorno. Abbiamo solo da guadagnare dalla radicalità e dalle rotture.

Certo, le scelte economiche e politiche fin qui operate da Renzi non possono lasciar tranquillo il Sud. Ma sono veri due punti: 1) il Sud ha alle spalle un ventennio Centro-Nordista dominato da una borghesia rapace, una nuova razza padrona a vocazione affaristico-parassitaria ben rappresentata dall'asse Berlusconismo-Lega. Questo blocco ha imposto il progressivo abbandono del Sud perché “palla al piede del paese” (Tremonti, testuale): non è facile ribaltare questo schema diventato cultura diffusa (quindi presente anche in Renzi e, soprattutto, nel renzismo); 2) il consociativismo come pratica connettiva dell’intero establishment (prima di decidere serve l'accordo generale) impedisce il rilancio del Mezzogiorno, possibile solo rimettendo in discussione l’establishment interessato anche economicamente alla prosecuzione del dominio Centro-Nordista che condanna l’intera Italia al degrado e al ridimensionamento.

Per noi non può andare peggio di così. Spezzare veti, schemi e casematte del potere italiano (compresi i poteri del Sud, parassitari e subalterni) è la condizione per ricreare speranza, progetto e futuro. Mutuando da una frase importante nella storia dell'Occidente: abbiamo da perdere solo le nostre catene.

CINQUE. Non è detto, né qui lo si sostiene, che sia questa la strategia di Renzi. Ripetiamolo: fin qui le mosse di Renzi viste non convincono. Ma la rottura che si gioca con l’Italicum è il solo spiraglio aperto per giocarci la partita. Ecco perché non è male fare il tifo perché l’Italicum passi. Subito e com’è.