Direttore: Aldo Varano    

L’insostenibile irresponsabilità della metafora del Ponte

L’insostenibile irresponsabilità della metafora del Ponte

  ponteME   di ALDO VARANO –

UNO. Alcuni lo vogliono subito. Altri vorrebbero che si decidesse da subito che non si farà mai. Altri ancora, la gran maggioranza, se ne fregano. C’è chi dice che unirebbe due mafie (una sciocchezza). E chi che arriverebbe mezzo mondo a guardarlo a bocca aperta che noi potremmo riempire di ‘nduja e peperoncino (altra sciocchezza). E poi ci sono quelli che ne parlano quando serve, cioè quando ci guadagnano qualcosa.

Sul Ponte dello Stretto di Messina tutte le posizioni sono ugualmente legittime. Come sul sesso degli angeli. Perché tutte le posizioni, nessuna esclusa, non sono verificabili. Popper direbbe che la teoria del Ponte non è “falsificabile” quindi è assolutamente priva di fondamento scientifico. Roba con cui, direbbe il grande epistemologo, non perdere tempo.

Del resto, piaccia o no, il Ponte, allo stato attuale, non è opera programmabile da una generazione, nel senso che non esiste la possibilità che una stessa generazione lo programmi, ne avvii la costruzione, lo utilizzi. Si tenga conto che non ci sono precedenti di una generazione che “consapevolmente” abbia programmato un’opera che con sufficiente certezza non avrebbe mai visto né utilizzato. Il Ponte ha un grande valore come metafora del limite e sogno (legittimo).

DUE. Quando invece si passa dalle chiacchiere alle proposte, che restano sempre chiacchiere ma entrano ufficialmente nel circuito del dibattito reale e istituzionale, perché manipolate da uomini delle istituzioni, le cose cambiano.

Le chiacchiere che abbiamo alle spalle sul Ponte sono chiacchiere, ma sono costate centinaia di milioni ingoiati dalla voracità della Società dello Stretto e, soprattutto, hanno condizionato la mobilità nello Stretto mai affrontata in modo radicale per eliminare la strozzatura perché tanto prima o poi si sarebbe fatto il Ponte e, quindi, a impegnarsi in quell’area si buttavano i quattrini dalla finestra.

Ora ci risiamo. Addirittura in queste ore la Camera dovrebbe tornare a discuterne. Com’è noto la storia non si ripete e quando capita si passa dalla tragedia alla farsa. Ma questa volta c’è di peggio e non è inutile segnalarlo.

TRE. Lo Stretto e il porto di Gioia Tauro possono cambiare in modo significativo la storia e il ruolo della Calabria degli ultimi secoli. Dal Mediterraneo passa quasi il 40% delle merci che si producono al mondo. Chiuse nei container che, spiegano i tecnici, hanno abbattuto i costi del trasporto talvolta fino al 98% cancellando tutti i vantaggi di prossimità che un tempo facevano la fortuna dei territori a ridosso dei mercati.

Il mare e le navi hanno già ripetutamente cambiato la storia dei popoli (anche del Sud e della Calabria). Negli anni 80 dell’Ottocento ci devastò la crisi granaria per la caduta verticale del prezzo innescata dalle prime grandi navi che trasportavano i grani russi e americani con costi di trasporto stracciati rispetto a quell’epoca. Il nostro grano venne travolto.

Ora la situazione è questa: ci passa accanto gran parte della ricchezza che produce il mondo e questa volta abbiamo (avremmo) la cosa giusta nel momento giusto: una condizione che la Calabria non ha mai conosciuto.

QUATTRO. Mentre (forse) ci giochiamo questa partita rispunta (Alfano, Occhiuto) la giostra del Ponte. Fateci caso, nessuno s’è mai preoccupato di elaborare un progetto di cantierizzazione per la sua costruzione: me lo fece osservare tanti anni fa il professore Alessandro Bianchi. Nessuno ha mai fatto i calcoli di quello che accadrebbe durante la costruzione eventuale del Ponte. Evidentemente, nessuno di quelli che lo hanno proposto ha mai pensato si dovesse costruirlo sul serio. E’ chiaro che l’eventuale costruzione del Ponte (che noi sappiamo non essere in agguato) significherebbe una serie di interruzioni e di limitazioni (per quanti anni?) dell’agibilità nello Stretto. Talvolta, le interruzioni sarebbero perfino improvvise e non programmabili.

Pensate che le grandi compagnie del traffico navale, che ogni volta che la nave si ferma un giorno hanno una perdita di oltre mezzo milione di euro, ci metterebbero più di parecchie ore per modificare i loro tragitti? Basta una voce, una possibilità vaga e si cambia la rotta. Perché rischiare? Gioia Tauro è cresciuto in pochi mesi e ancor più rapidamente potrebbe (dal punto di vista dei traffici) sparire ridiventando una grande vasca dove pescare polipi e allevare cozze.

CINQUE. Ecco perché servirebbe più responsabilità a livello istituzionale. Non si può per qualche voto in più di qualche sprovveduto e di qualche sognatore mettere seriamente a rischio un progetto, il decollo di Gioia, che se non si riuscirà a concretizzare accelererà in modo notevole il degrado e la desertificazione della Calabria. Non un rischio in cambio del Ponte, ma in cambio di nulla.