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Ecco perché in Calabria non possiamo non dirci renziani. Governatore: Hic Rhodus hic salta!

Ecco perché in Calabria non possiamo non dirci renziani. Governatore: Hic Rhodus hic salta!

moderati    di ALDO VARANO -

UNO. I miei recenti articoli pubblicati su questo giornale non sono frutto di una riflessione sul Pd. Tantomeno quello calabrese che pare impantanato. Il punto di partenza è invece l’analisi del Cdx mai imploso così ampiamente nella storia d’Italia. E’ questo, a mio parere, che ha modificato in profondità l’equilibrio dentro il Pd (la vecchia e ostile convivenza tra ex Dc e Pci) ed anche il suo rapporto con l’ulivismo (Centro e radicalismi vari).

Ma per essere più chiari serve ampliare lo scenario. Andando a ritroso nella storia del sistema politico italiano è rintracciabile una componente, in gran parte cattolica, di segno moderato che lo ha sempre condizionato. Non so se quest’area è collegata, come hanno immaginato Giovanni Amendola e Piero Gobetti nel primo Novecento, al mancato superamento in Italia dell’elemento religioso come principio di divisione dei partiti che avrebbe impedito la piena laicizzazione della politica. Oppure se si tratta del residuo del partito mai nato della borghesia italiana. E’ però verificabile che tale componente, ampia ma mai fino a raggiungere l’autonomia, si è di volta in volta alleata con pezzi della destra, anche radicale e autoritaria (Crispi, il fascismo), o settori liberaldemocratici (Giolitti) determinandone il successo o la fine. Ma questa componente nonostante il suo dinamismo non ha mai gettato il suo peso sul piatto della sinistra riformista laico-socialista. Mai, se non almeno in presenza di una robusta componente cattolica (centrosinistra anni Sessanta). Neanche l’Ulivo, è mai riuscito a conquistarla restando sempre debole e precario.

DUE. La crisi del Cdx è datata 2013. B e l’area di centro (Monti, Casini, Udc) perdono quasi 9 milioni di voti. Grillo schizza al 25,55 con 8mln 689mila e 458 voti di persone in carne e ossa (B da solo ne perde quasi 7 milioni e 200mila). Restano nell’area centrale e di destra gli sconfitti, le componenti più radicali, il razzismo leghista, qualche fenomeno mediatico in dissolvenza. Di quel ben di dio elettorale in uscita il Pd di Bersani non acchiappa nulla, anzi perde anche lui: segno che quel Pd, piaccia o no, non viene percepito dal paese come una soluzione. Ma nel voto del 2013 c’è un fatto inedito: per la prima volta nella storia d’Italia, il mitico moderatismo che ha sempre fatto la differenza non si schiera da nessuna parte: provoca caos disperdendosi tra astensione; grillini; residui (spesso interessati all’ultimo giro) del Cavaliere ex. Il voto apre nel Cdx e Centro una crisi progressiva che si alimenta di ciò che via via distrugge e non s’è ancora fermata. Il Cdx non sparisce, ma la cura di B sembra averlo annientato facendolo sentire strumentalizzato, umiliato, sconfitto. La ripresa (non impossibile) non sarà facile né breve. Più che i personaggi serve un progetto di respiro storico. Per questo se si rivotasse in Calabria, è stato scritto, vincerebbero ancora (nonostante lo squilibrio tra aspettative, possibilità e realizzazioni) Oliverio e Falcomatà. Non c’è avversario, e questo non aiuta l’Italia.

TRE. Il sistema politico è stato sbloccato dalle europee del 2014 in cui il Pd di Renzi sfiora il 40% (dei votanti non degli elettori). Perché non è accaduto l’anno prima quando Bersani restò malinconicamente al palo? E’ probabile - questo viene qui ipotizzato - che la componente moderata (mai antidemocratica per programma) si sia ricomposta e abbia scelto nel 2014 Renzi percependo un Pd altro da quello di Bersani. E’ questo che ha ribaltato i rapporti di forza nel Pd che in qualche modo conserva la memoria di un animale politico (la tradizione Dc e Pci): se annusa un varco per la vittoria si rimette in marcia, al di là di tutto il resto. Sbagliano i dirigenti della minoranza Dem a immaginarsi travolti da un flusso di trasformismo opportunista (che pure esiste). C’è un sommovimento più profondo. Perfino uomini come Bassolino, l’ingraiano doc, sposa con determinazione l’opportunità renzista. E’ questo sommovimento che cambia tutto: fa saltare la frattura da separati in casa tra Dc e Pci e fa vincere un po’ ovunque. Unica eccezione la Liguria dove – controprova terribile per gli avversari di Renzi - non passando il renzismo vince, in una corsa verso il basso, il fiduciario di B.

QUATTRO. Pagheremo un costo alto in Calabria se la politica resterà immobile o continuerà a pensare in modo sempre più separato (diversamente dal vecchio meridionalismo) da quella nazionale, se non per spiarne le aggregazioni di potere a cui consegnarsi. Non si capisce la Calabria né cosa fare se non si misura il respiro più profondo del paese di cui fa parte. Del resto, non sono infiniti gli scenari del futuro italiano. 1) Renzi fallisce e a) si fa un governo pasticciato fondato su poteri corporativi e voraci e comunque senza spazio per il Sud (come i governi di B.) o b) si va a votare col Consultellum proporzionalissimo: nessuno prende la maggioranza e si sceglie tra pasticci governativi e/o un nuovo voto per ritrovarsi poi punto e a capo (al netto della radicalizzazione di un uomo della Provvidenza che metta a posto tutti). L’ipotesi che Grillo conquisti la maggioranza o si allei con altri ignora il reale impasto grillino che pure emerge dai flussi in entrata e uscita dei voti 2013 (quelli veri delle persone, non le percentuali). Grillo non è sciocco perché non fa alleanze. E’ un genio proprio perché non le fa: sa che per lui scegliere (tasse, emigrati, Nord/Sud ecc) spappolerebbe i suoi elettori lasciandolo in mutande. Molto meno pericolosa l’attesa messianica della maggioranza assoluta!

CINQUE. Resta in piedi l’ipotesi che Renzi ce la faccia. A nessuno si può chiedere di tradire i propri sentimenti e il proprio passato. Chi non ce la fa si può ritirare. Ma chi vuole operare deve farlo dentro lo scenario che c’è e non in quello (certamente mille volte migliore) che si sogna la notte o che ha accompagnato le nostre giovinezze. Se il Renzismo ce la farà ci sarebbe davanti, anche per la Calabria, un tempo lungo per la modernizzazione. Non è detto che a noi calabresi andrà bene. Ma si può non tentarci accucciandoci nell’etica della testimonianza invece di quella della responsabilità? Il Pd calabrese, dovrebbe decidere come collocarsi. Arriveremo anche questa volta ultimi esibendo lo spezzatino di volti e posizioni a tutela dei fondischiena? Qualcuno crede che il futuro ci riserverà il ritorno di B o il riscatto di aggregazioni di nuova sinistra con pezzetti grillini riportandoci alle illusioni pre-2013? Se nella politica calabrese, a partire da Oliverio, lo si dovessero pensare, la Calabria è fritta! Resterebbe solo l’opzione di una trasmigrazione biblica, almeno per salvare i nostri figli (che già ci pensano guardandosi intorno senza i cascami ideologici delle generazioni dei padri).

SEI. Ecco perché, da parte almeno di chi non è corroso dalla convinzione che tanto non c’è più niente da fare perché tutto s’è già consumato, bisognerà pensare, e faticare (certo, quelli che hanno ancora energie) per costruire strategie e ottenere il massimo possibile nel quadro che si profila. Quello reale, non quello che ognuno di noi ha sognato e che ormai è buono solo a nascondere le nostre sconfitte, a difendere brandelli di potere subalterno e notabiliare, a salvarsi l’anima perché tanto la Storia è finita. Sono risultati reali rispetto alla vita di grandi masse e comunità quelli che servono, non le chiacchiere dei salotti e delle sezioni.

E a Oliverio, che si trova sulla poltrona più pericolosa e delicata, siamo costretti a dirglielo: Governatore, Hic Rhodus hic salta!