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IL DIBATTITO. Ecco perché non possiamo non dirci Renziani

IL DIBATTITO. Ecco perché non possiamo non dirci Renziani
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Questo giornale sostiene da tempo (con nettezza a partire dalle politiche del 2013) che la chiave giusta per capire le vicende della politica italiana (e calabrese) è la crisi del Cdx italiano. Non significa che il Cdx abbia perduto i consensi. L’Italia ha una tradizione di moderatismo, come ci ricorda il fatto che mai nella loro lunga storia, fin dall’Unità del paese, le sinistre hanno vinto le elezioni, o hanno dato vita a un governo, senza il contributo determinante di altre componenti e/o senza inglobare pezzi grandi di realtà sociali e culturali estranee alla sinistra (dal Trasformismo di Depretis, al Csx, dai governi di unità nazionale alle larghe intese). Crisi del Cdx vuol dire, invece, che il blocco costruito da B venti anni fa è entrato irreversibilmente in crisi e, come lo abbiamo conosciuto, non è più ricomponibile. Sia le ultime vittorie elettorali del Csx (per esempio, in Calabria), sia la nascita del M5s, sia il crescente affermarsi del renzismo, sia la caduta radicale di credibilità delle componenti a sinistra del Pd renziano (la parabola Bertinotti, e non solo), sono in qualche modo figli e tentativi di risposta a questa crisi.

In questo quadro, sarebbe un errore considerare la mossa di B a Roma una genialata momentanea per scongiurare la marginalità nella Città Eterna. B ci ha abituati alle giravolte, spesso intelligenti altrettanto spesso suicide. Non sappiamo se giravolterà ancora rimettendosi nei pasticci dell’isolamento. Ma da Roma sembra voler lanciare un progetto per uscire veramente dall’inconsistenza.

Il mondo del Cdx italiano s’è spaccato, a partire del 2013, per conseguenza della devastante depressione che ha investito il mondo mettendo fine al processo, più o meno marcato, di progressiva crescita del benessere che si pensava irreversibile. I governi di tutto il mondo stanno cercando di rispondere a questa interruzione repentina che ha creato ampie aree di opinione genericamente definite “populiste” che logorano e problematizzano tutti i vecchi schieramenti. In Italia è stato il populismo a mettere in crisi il Cdx e non il vecchio Csx incentrato sul Pd che ha perfino tardato a capire cosa stava accadendo. Il Cdx italiano s’è diviso. Una parte è rimasta per forza inerziale con B. Un’altra ha recuperato, radicalizzandola, una collocazione che, sia pure con cautela e qualche forzatura, si può definire neonazionalista. Un’altra ancora si propone come destra liberale, presentabile e comunque estranea alla tentazione neonazionalista (Ncd e l’arcipelago di quanti pur restando a destra trovano illusoria l’ipotesi neonazionale).

Ma prima non è forse inutile precisare l'utilizzo del termine neonazionalismo (in attesa che se ne inventi uno più preciso). Nella parte del mondo che ha di più usufruito del lungo benessere che abbiamo alle spalle, Italia compresa, le forze populiste che hanno fatto irruzione, pur essendo diverse tra loro, hanno in comune la convinzione di poter tornare ai vecchi fasti recuperando e restaurando la dimensione nazionale. E’ questa la scelta di chi vuole uscire dall’Euro e dal progetto dell’Ue spezzando la strada verso gli Stati d’Europa. Questi due punti, quali che siano le motivazioni (diverse) puntano a un recupero assoluto della sovranità nazionale il cui ridimensionamento, in passato, ha risposto ai processi di globalizzazione tenendo ferma la lezione sanguinosa delle guerre sterminatrici del Novecento.

In Italia nel blocco neonazionale si sono ritrovati la destra di Salvini (non a caso la Lega ha abbandonato l’ipotesi autonomista e/o federalista per quella nazionale), le forze residue della destra dura e pura (la signora Meloni e dintorni), e il M5s che è una costola originatasi dal Cdx berlusconiano, come fu chiaro nel 2013 quando nello stesso giorno sparirono dal blocco del Cdx 8.683.034 voti e si materializzarono 8.689.458 voti per il M5s. Nessun automatismo, ma il cuore del M5s si sa da dove viene. Che dietro i tre blocchi ci siano poi la decrescita felice di Grillo (e Casalegno), le pulsioni razziste e la cultura dei Muri della Lega o le suggestioni della vecchia destra, è altra questione. Nei fatti la linea di Fi fino al rovesciamento di Bertolaso per Marchini a Roma, era appiattita su quella di Salvini-Meloni: un’autostrada per la leadership di uno dei due (subito scattata) che relegava il Berlusconismo nella scansia dei ricordi nobili ma ormai inutili. La debolezza di Fi era, rispetto al passato, diventata imbarazzante non per complotti e/o le manovre del Ncd e dell’area centrale (Casini, Verdini ecc.) ma per il bottino conquistato nel 2013 dal M5s. Insomma, la svolta di Roma, anche se i gruppi parlamentari di Fi resistono (una gran parte non ha problemi di lunga prospettiva ma solo la rielezione), si muove verso Alfano, Casini e Verdini (anche Fitto?) che hanno intuito prima di Fi (tra loro in passato c’era anche l’ex Governatore della Calabria Scopelliti uscito dal progetto per motivi non politici) che le altre destre potevano al massimo proporre una forte minoranza e, molto difficilmente (e solo ipotizzando conseguenze drammatiche o tragiche) il governo e il potere. B a Roma (se il Cav non si confonde, ha pazienza e non si rimette nei pasticci) ha restituito credibilità e un possibile progetto alla componente moderata e presentabile del Cdx. Arriva dopo degli altri ma il suo arrivo è determinante e può riaprire in profondità il gioco politico italiano.


    Il Renzismo nello scombussolamento del Cdx e dell’indotta crisi del vecchio Csx sembra prendere atto della situazione radicalmente diversa rispetto al passato e della impraticabilità delle vecchie strategie e tenta un’uscita il più di sinistra possibile dalla crisi che s’è aperta. “Più di sinistra possibile” non allude alle precedenti elaborazioni culturali e/o ideologiche della storia della sinistra italiana (quella di origine marxista e quella del cattolicesimo sociale e democratico dei Popolari) o alle suggestione escatologiche della società nuova e altra. Sembra invece promettere un più di sinistra possibile rispetto alla condizione reale del paese, ai rapporti di forza che vi insistono, alla possibilità di forzare il moderatismo italiano senza stravolgerloper poterlo almeno in parte egemonizzare. 

Funzionerà? E’ una domanda complessa. Renzi chiede quasi l’impossibile: la rinuncia ai sogni e alle speranze di intere generazioni che hanno dedicato vita, pensieri, passioni e una massa sterminata di sacrifici, spesso giocando per intero la propria vita, a un progetto che è molto distante dalla sua proposta. 

A suo favore giocano elementi robusti: non pare avere alternative se si accantonano le suggestioni datate (e talvolta opportunistiche di nicchia e di interesse personale) che agitano quel che è rimasto sul campo, qui ed ora, della lunga storia della sinistra italiana. Ma gioca soprattutto a favore di Renzi il fatto che è lui, qui ed ora, l’unica alternativa possibile, cioè concretamente realizzabile, rispetto al saldarsi del neonazionalismo italiano.

Insomma, anche chi trova insopportabilmente indigesta la strategia di Renzi, chi trova gravemente sbagliati i suoi strumenti propagandistici (l’insopportabile barbarie del taglio lineare della rottamazione), il circondarsi eccessivo di toscani e amici di giovinezza, l’insufficienza delle sue proposte, deve pur fare i conti di quanto sia irrealistica la linea del salto di qualità a sinistra per costruire il nuovo rendendosi conto che grandi masse disposte all’attesa in giro non ce ne sono più perché è crollata, per tutti, l’antica certezza di essere dalla parte della storia e che quindi sia sufficiente aspettare che il tempo passi.