L'ANALISI. Clima, l'Italia deve fare di più

L'ANALISI. Clima, l'Italia deve fare di più

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Sono ormai spenti gli ultimi echi sulla conferenza di Glasgow e ancora non è chiaro chi abbia prevalso. Ma la lotta all’emergenza climatica non è di certo finita nella citta’ scozzese. Non finisce perché non c’è stata una “vittoria” e i risultati del vertice sono largamente al di sotto di ciò che serve per impedire che il riscaldamento globale oltrepassi la soglia critica – più 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali – oltre la quale i suoi costi ambientali, sociali, economici diventerebbero catastrofici per l’umanità.

   Ma non finisce perché non c’è stata nemmeno una “sconfitta” irreparabile: l’appuntamento di Glasgow non è stato inutile, ha segnato comunque qualche passo nella giusta direzione.

Certamente i motivi di delusione sono abbondanti. Non c’è nessuna data certa e condivisa sul “quando” dell’eliminazione del carbone e degli altri combustibili fossili che sono la causa prima dell’aumento dell’effetto serra, tra il 2050 invocato da Europa e Stati Uniti e il 2060 o peggio ‘70 – di sicuro troppo tardi – controproposto da Cina, India e Russia. E non c’è nessun accordo vincolante sulle risorse finanziarie messe a disposizione per incentivare una rapida transizione energetica green anche dei giganti asiatici in pieno sviluppo e per alimentarla nel “sud” povero del mondo che non è in grado di sostenerne da solo i costi. Questa responsabilità tocca per primi a noi “ricchi”: in assoluto emettiamo meno CO2, il principale gas a effetto serra, del resto del mondo (la Cina da sola produce più emissioni di Stati Uniti ed Europa messi insieme), ma ogni europeo e ogni americano producono molte più emissioni climalteranti di un cinese o di un indiano, incomparabilmente di più di un bengalese o di un africano

Dunque ha ragione Greta Thunberg quando dichiara che a Glasgow la politica globale ha offerto il peggio di sé, mettendo in scena un vuoto “bla-bla”? Ha ragione, sì: senza dubbio i “grandi” della Terra hanno mostrato una volta di più una pervicace incapacità di capire che i tempi per sconfiggere la crisi climatica non li decidono gli Stati e i governi ma li impone la dinamica oggettiva e ormai definita del “global warming”.

  Se entro la metà del secolo non smetteremo di bruciare carbone, petrolio, gas naturale, l’aumento delle temperature e le conseguenze climatiche connesse, a cominciare dai sempre più intensi, frequenti ed estesi fenomeni meteorologici estremi, provocheranno danni catastrofici. A pagare il prezzo non sarà genericamente “il pianeta”, che nella sua storia ha vissuto sconvolgimenti del clima assai più radicali di oggi: saremo soprattutto noi “umani”, saranno la nostra sicurezza e il nostro benessere presente e futuro.

   Ma la guerra contro la crisi climatica non è persa, e l’attuale politica con tutte le sue lentezze, miserie e contraddizioni resta un terreno praticabile per condurla: è importante che a Glasgow gli Stati Uniti abbiano convinto la Cina ad accettare anche semplicemente l’idea di una scadenza per azzerare l’uso del carbone, e lo è che nessuno dei grandi protagonisti della geopolitica e dell’economia globali neghino più, come fino a ieri, l’urgenza di scelte condivise per stabilizzare il clima, e che si sia trovato un accordo sull’obiettivo “intermedio” di ridurre del 45% le emissioni di CO2 entro il 2030.

Del resto la transizione energetica per liberarsi dai fossili è pienamente in marcia, sostenuta da un continuo e rapido progresso tecnologico che rende la produzione di energia pulita e il miglioramento dell’efficienza energetica ad ogni livello sempre più convenienti anche sul piano economico. Pure qui, però, la differenza finale la fa la politica, e questo fa suonare un rumorosissimo campanello d’allarme, tra gli altri, per l’Italia. Un importante ambientalista come Roberto Della Seta ha scritto che ‘’nel nostro Paese da una parte la crescita delle energie rinnovabili, solare ed eolica, procede con estenuante lentezza, penalizzata da meccanismi di autorizzazione confusi e complicati e spesso da un insopportabile “Nimby” (not in my back yard, non nel mio cortile) antiecologico; dall’altra si sta cercando di neutralizzare il “superbonus” e gli altri incentivi all’efficientamento energetico degli edifici che si sono rivelati uno strumento efficacissimo per risparmiare energia e quindi emissioni inquinanti e climalteranti. Ecco, per noi italiani sarebbe già un ottimo risultato se il nostro Ministro della transizione ecologica, Roberto Cingolani, tornato da Glasgow smettesse di invocare il nucleare pulito o il metano come energia di transizione, come fa da mesi, e cominciasse ad impegnarsi sul serio per dare corpo a quelle due parole – “transizione ecologica” – che danno il nome al suo ministero’’.