La tragedia demografica dell'Italia (a proposito del libro: La trappola delle culle

La tragedia demografica dell'Italia (a proposito del libro: La trappola delle culle
culle L'Italia ha 15 anni per salvarsi dalla tragedia demografica. Il nostro Paese ha registrato lo scorso anno appena 399 mila nascite, la metà di quelle francesi. Una distanza abissale che non si spiega solo con la maggiore attenzione alle famiglie del sistema pubblico transalpino. Il fatto è che gli italiani hanno iniziato a fare pochi figli già da quaranta anni e dunque le coppie che si sono formate negli ultimi anni sono di molto inferiori a quelle francesi. Così l'Italia è finita in un circolo vizioso che sta bruciando la sua unica, vera, ricchezza: gli italiani.

A suonare l’allarme è il libro “La trappola delle culle” scritto da due giornalisti, Luca Cifoni e Diodato Pirone, che Rubbettino ha lanciato in libreria nei giorni scorsi. Gli autori non analizzano solo le dimensioni del dramma demografico italiano ma ipotizzano nove azioni concrete per invertire una rotta che ci porta verso un lento suicidio collettivo.

Il 1964 è come un momento di cesura, uno spartiacque tra due periodi della nostra storia recente: qualcosa finisce e qualcosa sta per iniziare, anche se non se ne percepiscono i contorni. Certo è che proprio in quell’anno – la coincidenza fa riflettere – si invertono due indicatori strategici: da una parte il debito pubblico italiano raggiunge il suo punto più basso in rapporto al PIL, appena il 27,7%, e da allora inizierà a lievitare fino a condizionare l’intera vita del Paese (oggi siamo oltre il 150); dall’altra, il nostro boom demografico tocca il picco massimo con oltre un milione
di bambini venuti al mondo in tutta la penisola, per poi imboccare il bivio di una lenta quanto inesorabile rarefazione di culle e passeggini.

Ecco, i bambini. Visto con gli occhi di oggi, il 1964 è una specie di paradiso perduto della natalità, un El Dorado che sarà impossibile riconquistare. (…) Il confronto è sconsolante: il numero dei nati, che già nel 2015 era sceso sotto il mezzo milione, è precipitato ancora finendo sotto quota 400mila nel 2021. Nascono poco più di un terzo dei bambini del 1964, con la differenza che allora eravamo 51 milioni, mentre oggi la popolazione italiana sfiora i 59. E infatti, il tasso di natalità è crollato sotto quota 7 per mille, il livello più basso in Europa, e appena un terzo di quello del ’64. È salita, invece, oltre i 31 anni l’età media del primo parto.

Quanto al numero medio di figli per donna, siamo scesi nel 2021 a 1,25: meno della metà del livello del 1964 e soprattutto un valore drasticamente al di sotto di quel 2,1 che è considerato dalla scienza demografica il minimo per mantenere in equilibrio una popolazione, in assenza di fattori esterni come le migrazioni.

Il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, che di mestiere fa proprio il professore di demografia, ha dato un’idea approssimata ma intuitiva della drammaticità di questi numeri proponendo una banale moltiplicazione: un flusso di 400mila nascite all’anno moltiplicato per una sopravvivenza media di 80 anni – in linea con quella attuale –
vuol dire a parità di altre condizioni arrivare a fine secolo a una popolazione di 32 milioni di abitanti (400.000 x 80 = 32.000.000). Circa la metà – la metà! – di quanti siamo oggi.

È uno scenario, come si è detto, volutamente ipersemplificato. Ma nemmeno troppo lontano dalle previsioni
dell’ONU, che ci assegnano per il 2100 poco meno di 40 milioni di residenti.

Cosa ha spazzato via anche il ricordo dell’Italia prolifica del 1964? È davvero tutta colpa della recessione? A costo di frantumare qualche cliché, dobbiamo rispondere “no”. La crisi della natalità degli ultimi anni non va messa (solo) sul conto della crisi economica, del precariato, dell’anemia delle politiche pro-nascite, di un Paese che continua a penalizzare le donne sul fronte del lavoro. A questi dati di fatto se ne affianca un altro, poco considerato ma devastante: i giovani italiani di oggi, quelli nati intorno agli anni Novanta, ormai sono troppo pochi per mettere al mondo un numero di figli sufficiente a rivitalizzare la natalità. Con la carestia di nascite degli scorsi decenni abbiamo
costruito noi stessi un meccanismo autodistruttivo: ormai mancano bambini perché la quantità di nuove possibili coppie è esigua, scarseggiano i nuovi papà ma soprattutto sono numericamente insufficienti le donne che possono avere figli. Detto in termini più precisi e bruschi: da qualche anno a questa parte si sta restringendo drasticamente il numero di quelle che entrano nella fascia della fecondità (fissata dai demografi tra i 15 e i 49 anni) mentre sono sempre di più quelle che ne escono.

Alla storia che abbiamo raccontato finora manca un elemento: l’effetto dei due anni di pandemia. Nel suo ultimo rapporto annuale, l’Istat ha osservato che questa circostanza straordinaria lascerà tracce nel tempo: siccome da noi c’è ancora un forte legame tra la scelta nuziale e quella di avere figli, è prevedibile che le unioni “perse” provocheranno nei prossimi anni circa 40mila nascite in meno.

Italia si sta insomma suicidando. Oltre alle leggi è indispensabile un impegno costante e ossessivo di tutti: classi dirigenti e semplici cittadini, imprenditori, sindaci, famiglie, sindacati, volontari, singoli individui. Lo Stato e le
Regioni dovranno incrementare gli aiuti e i servizi alle famiglie ma occorre che le mamme e i papà tornino a raccontare e facciano provare a figli e figlie il piacere unico di tenere un neonato fra le braccia, di proteggere e far crescere tante nuove vite e di costruire assieme il futuro.