SAPIENS. Per chi ancora s'indigna per l'espulsione di Trump dai social

SAPIENS. Per chi ancora s'indigna per l'espulsione di Trump dai social

trump

Il governatore della Florida Ron DeSantis, repubblicano di chiare origini italiane, ha firmato una legge che vieta alle società di social media di “deplatformare” (espellere dalle piattaforme social) i politici.

Il disegno di legge è stato proposto a febbraio, settimane dopo che l'ex presidente Donald Trump è stato bandito da Facebook e Twitter dopo i gravi fatti di Capitol Hill. La legge vieta alle piattaforme di social media, con almeno 100 milioni di utenti mensili in tutto il mondo, di cancellare gli account dei candidati politici della Florida per più di 14 giorni, e prevede multe da 250.000 dollari al giorno se l’espulsione riguarda candidati alle cariche statali e 25.000 al giorno se essa concerne candidati ad uffici non statali. Il provvedimento, inoltre, richiede alle società di social media di essere trasparenti sulle loro pratiche di moderazione dei contenuti e di informare gli utenti delle modifiche alle loro politiche. Le persone che riterranno di essere state trattate in modo ingiusto potranno citare in giudizio le società e chiedere risarcimenti in denaro.  Anche Arizona, Maryland e Virginia hanno cercato di approvare leggi su questioni che vanno dalla privacy online e la pubblicità digitale alle tariffe degli app store raccolte da Google e Apple.

La “Camera del progresso tecnologico”, un organismo indipendente, ha già definito chiaramente incostituzionale la legge, in quanto statale e non federale; essa potrebbe quindi essere cassata se i tribunali la ritenessero in conflitto con la Sezione 230 del Communications Decency Act, che immunizza le piattaforme dalla responsabilità per le loro attività di moderazione. Potrebbe anche essere oggetto di una sfida costituzionale ai sensi del Primo Emendamento.

Questo dopo che il 5 maggio il Consiglio di sorveglianza (Oversight Board) di Facebook ha confermato il divieto  a Trump, invitando tuttavia la società a creare, entro sei mesi,  nuove regole sull'imposizione di sospensioni permanenti.

Ma proprio in questi giorni vengono fuori nuovi particolari sulla giornata del 6 gennaio, particolari che certamente non alleggeriscono la posizione dell’ex presidente USA, e anzi fanno ritenere che la sua cacciata dai social se ha un difetto è quello di essere stata comminata troppo tardi.

Pro Publica si definisce “una redazione senza scopo di lucro che indaga sugli abusi di potere”. Ebbene, 31 collaboratori di questa organizzazione hanno raccolto ben 500 video girati e diffusi dai rivoltosi il 6 gennaio su Parler, il social network popolare tra i sostenitori di Trump e che è rimasto “a piedi” dopo essere stato cancellato dai server di Amazon e dall'app store di Google per avere ritardato la rimozione di contenuti inneggianti alla rivolta. Una libera confederazione di programmatori ha fatto in tempo ad archiviare un'enorme quantità di informazioni disponibili su Parler prima che scomparisse. Uno dei programmatori, che ha richiesto l'anonimato per motivi di sicurezza personale, ha scaricato più di 1 milione di video. Essi, secondo Pro Publica, “Presi insieme, forniscono una delle registrazioni più complete di un evento oscuro nella storia americana attraverso gli occhi di coloro che hanno preso parte”. 

trumpUn certo numero di video contiene minacce  verso i parlamentari, altri, tipi di comportamento – sfondamento delle finestre, aggressioni alla polizia - che hanno portato ad accuse penali contro dozzine di persone.  Parler ha attirato americani di estrema destra: i video riflettono le loro lamentele, le loro paranoie e, in alcuni casi, la loro impermeabilità ai fatti. Più di un partecipante afferma, senza fornire prove, che "Antifa" (organizzazione antifascista) si è infiltrato nella protesta ed è stato responsabile delle violenze, affermazione smentita da molti altri video, nonché dai successivi arresti.
Alcuni dimostranti si esibiscono nei video girando l'obiettivo su se stessi.
I video contengono frammenti frenetici e violenti di persone che si scontrano con la polizia vicino alla piattaforma inaugurale, e scene di rivoltosi che chiedono di essere condotti nell’aula della Camera dove si teneva la sessione congiunta del Congresso.

In conclusione, il lavoro fatto da Pro Publica non fa che confermare quanto ormai noto: l’Epifania di quest’anno è il giorno nero della democrazia, americana e non solo. Cercare, ancora, di assolvere Trump e i suoi seguaci, è veramente negare l’evidenza, e approvare leggi come quella della Florida è solo un modo per cercare di tornare indietro nel tempo senza tener conto di quanto successo.

E se le immagini non sono sufficienti, ecco lo scritto. Si tratta di una lettera, firmata “The 1/6ers”, inviata da dietro le sbarre da un imputato per la rivolta. In essa, il trumpiano racconta che lui e gli altri detenuti si sono legati in prigione, e si vanta del fatto che avrebbero potuto rovesciare il governo se solo avessero voluto. Sebbene non vi appaia alcun nome, Pro Publica è stata in grado di individuare l’autore: Guy Reffitt, membro, manco a dirlo, del gruppo militante di destra “three per center”. Reffit riferisce alcune perle: i detenuti arrestati per il loro ruolo nell'attacco recitano regolarmente il Pledge of Allegiance all'interno della prigione di Washington e cantano l'inno nazionale "tutti all'unisono, ogni giorno più forti e orgogliosi".

Questo è il quadro. Che tali soggetti, insieme al loro comandante in capo, siano stati messi al bando, è solo la naturale e logica conseguenza dei fatti. Con buona pace dei sostenitori, a convenienza, della libertà d’espressione.