NATALE. E' meglio l'albero o il presepe?

NATALE. E' meglio l'albero o il presepe?

AL     di ANTONIO CALABRO' - Le Feste Natalizie sono da sempre nel mondo occidentale un momento di aggregazione, di recupero sentimentale, di malinconia allegra, sono la soffice chiusura del tempo convenzionale racchiuso in un giro del pianeta attorno al Sole. Le Feste Natalizie sono la resurrezione del bimbo che c’è in noi, il rito propiziatorio dell’ottimismo, l’avvicinamento fiducioso alla spiritualità, ma anche il trionfo dell’ipocrisia, il boom degli acquisti di cose inutili anche quando non c’è un euro,

l’esibizione tracotante di ricchezza e cattivo gusto, l’ateismo feroce servito a tavola condito con un paganesimo di convenienza.

Però sono un momento bellissimo, e guai se non ci fossero. Andrebbero affrontate come le affrontano i bambini, ma noi adulti, da quei pagliacci impenitenti che siamo, non ci possiamo assolutamente riuscire: ci manca l’innocenza, la volontà ,il gusto e soprattutto ci manca la fede. Recitiamo una parte per qualche giorno, e poi torniamo ad azzannarci come squali. Normale scorrere delle umane vicende.

Anche a Reggio Calabria si avvicina il Natale. Lo percepisci dalle luminarie accese, dalle vetrine dei negozi allestite a festa, dal formicolare iperattivo dei centri commerciali, dalle zone preposte al passeggio solcate incessantemente da massaie e giovinette con buste ricolme, dall’aria frizzante di Dicembre profumata dall’odore pungente delle crespelle e dai sorrisi dei bambini in attesa di Babbo Natale.

In ogni famiglia inizia la rincorsa alla propria identità natalizia. Le case vengono addobbate con luci e lucette e stelle psichedeliche e pupazzetti, i portoni e gli androni diventano musei festosi, abbondano le mostre dei presepi, giganteschi alberi natalizi spuntano come funghi negli angoli e nelle piazze di città e paesi, alcuni stilizzati da menti malate e sovvenzionati da politici generosi. Ovunque si respira la festa, lo sforzo per sentirci più buoni è comune, e peccato che nessuno abbia inventato lo spray della bontà e che gli sforzi siano più apparenti che autentici. Immagino che anche le canaglie, i picchiatori, gli assassini, i corruttori, i criminali, i maniaci e i violenti siano propensi al bene, in questo splendido mese che è Dicembre.

E via allora, non pensiamo al male per una volta e dedichiamoci alla festa. Superiamo gli schieramenti partigiani e addobbiamo la casa. Perché noi italiani, anche in questo, abbiamo il coraggio di schierarci e polemizzare ferocemente. Anche sulle feste. Meglio l’albero o il presepe? E via con i dibattiti. Con le liste. Reggio poi è la città delle liste. L’albero è di sinistra, il presepe di destra. Nell’albero i comunisti attaccano le palle rosse. I destrorsi fanno avvicinare i magi un passo alla volta alla grotta. L’idiozia di noi umani certe volte è sovrannaturale.

La competizione fino a qualche tempo fa era feroce. Albero e Presepe erano l’identità di ogni famiglia. Ma mentre per il secondo c’è ancora una abbondanza di occasionali artigiani, alcuni davvero bravissimi, per il primo questo problema hanno pensato di risolverlo i grandi produttori di bontà sfornata in serie.

Alberi di plastica, uniformi, belli, e che non sporcano. Tutti uguali, senza distinzione, perfetti nella forma, senza profumo né originalità. Non c’è più il rito di comprarlo, litigando per la scelta, e la fatica di salirlo a casa scalando quattro piani senza ascensore, e la necessità di piantarlo in un vaso capiente scavando la terra con le mani. E poi, ogni giorno, spazzare gli aghi di pino che cadono, e a feste passate la necessità di disfarsene. Meglio un bel coso di gomma, un bel missile perfetto puntato verso il cielo con i rami armonici e predisposti ai ninnoli. Ed è anche più ecologico, mi dicono, poveri alberi tagliati, sbraitano i naturalisti salottieri, preparando il cenone con piatti e bicchieri e tovaglioli di carta in abbondanza.

L’uniformità dell’Albero dovrebbe essere percepita come una divisa. La divisa invisibile del consumatore-lavoratore della quale stanno tentando a tutti i costi di rivestirci. Con la scusa di comodità inutili, con il pretesto del risparmio di tempo (il tempo da risparmiare per dedicarlo al lavoro o alla televisione), con i sottili meccanismi della persuasione, vaghiamo smarriti dentro un Natale che, sempre di più, conserva intatte le sue ragioni di esistere solo per i bambini fino a dieci anni, gli unici esseri ragionevoli rimasti sulla terra. Tutti gli altri, me compreso che mi dilungo in discorsi come questo, siamo vittime di un caos liquido, di una mentalità competitiva, di un vuoto cosmico che cerchiamo di illuminare con flebili speranze, con ricordi ancestrali di quando ancora si poteva parlare di comunità e appartenenza, e vaghiamo nelle nostre vite come ciechi, affidandoci a simulacri di tradizione, a simulacri di fede, a copie sbiadite della perduta umanità.

Ancora una volta farò l’albero di Natale “vero”. Ho la palma dei peggiori alberi natalizi mai fatti in città. Sghembi, spennati, cadenti, troppo alti o troppo larghi. Lo addobberemo però con tutto il nostro amore. Sarà anche brutto, non avrà la perfezione dei modelli in plastica. Ma sarà il nostro albero, unico e irriproducibile, e segnerà la nostra festa, unica, irriproducibile, imperfetta e umana.

Antonio Calabrò