POLIZIOTTI COI CASCHI IN TASCA

POLIZIOTTI COI CASCHI IN TASCA

pol      di VITO BARRESI - E alla fine venne il giorno della mutazione antropologica per dirla con Pier Paolo Pasolini.

Cioè il momento in cui un evento di copertina (i poliziotti che buttano via il casco e fraternizzano con i manifestanti) potrebbe divenire storia, momento di straordinaria urgenza morale e sociale, in cui  voltare pagina, mandare in soffitta un'epoca intera.

Dai poliziotti che assediavano gli studenti nel '68, a quelli che nel dopoguerra spararono sui braccianti di Melissa e poi su quelli di Avola in Sicilia, fino al disonorevole caso Diaz con il suo shoccante impatto sull'opinione pubblica mondiale, improvvisamente si passa ai poliziotti che mettono un fiore nel proprio casco, ripongono i manganelli nel fodero, chiudono la fondina dell'arma d'ordinanza e, senza squilli di tromba e avvertimenti megafonati, non caricano più a testuggine i cortei ma solidarizzano con i giovani e il popolo che protesta.

Dopo tre giorni di presidi in molte parti d'Italia lo scenario politico e costituzionale si presenta profondamente mutato. Come in ogni lotta sociale anche in questa l’attore protagonista è uno spicchio, un frammento del popolo di domani che ha scelto ‘costituzionalmente' di pronunciarsi non più nel Palazzo ma nella piazza.

Sarà anche amaro comprenderlo ma realisticamente parlando questa piazza appare politicamente molto più costituzionalmente legittimata che non un Parlamento colpito e delegittimato dopo la sentenza della Corte Costituzionale. Un movimento simile a quello americano di 'occupy wall street', che parla a tutti con manifestazioni che secondo il Prefetto di Torino non sono a carattere violento ma «uniche nel loro genere perché basate su azioni sporadiche e presidii improvvisi in diversi punti».

E questa volta oltre i cortei c'è anche uno stato diverso che non ha la faccia triste, tetra e cattiva di lacrime e sangue, di tasse e piombo, quello dove dilagano miseria, fallimenti, suicidi e disperazione ma il volto della Polizia in cui i cittadini vogliono riconoscersi. Ecco perché il casco in tasca rappresenta un gesto di altissima valenza simbolica, ampia ricchezza democratica per la sua capacità intrinseca di prevenire, inibire e fermare ogni deriva terroristica, qualsiasi deprecabile tentazione di cedere alla violenza che pure potrebbe attecchire tra qualche frangia dei movimenti che si battono contro questo sistema, contro questo modo di gestire la crisi economica.

Anche se davanti all'urlo della piazza il Palazzo ormai appare refrattario, un muro di gomma. Sordi e muti, governanti e politicanti di professione, rischiano di balbettare glaciali risposte ai bisogni popolari. Ancora una volta sbagliate, per certi versi inquietanti.