CALABRIA. Il giornalismo, il Ncd e Caterina Tripodi

CALABRIA. Il giornalismo, il Ncd e Caterina Tripodi

Caterina Tripodi      di ALDO VARANO - Ha fatto bene Rocco Valenti, nuovo direttore del Quotidiano, a dedicare uno spazio solo apparentemente esagerato alla lettera di alcuni esponenti del Ncd che attaccano la giornalista Caterina Tripodi, ahilei sorpresa a parlare e, tenetevi forte, perfino ad “annuire” col consigliere regionale Demetrio Naccari su questioni di grande delicatezza. Non mi pare che Valenti sia sceso in campo per difendere la Tripodi (trovo stravagante l’idea che si debba difendere una che fa il suo lavoro e, per di più, lo fa bene). Ha invece tentato di fermare la deriva che punta a fare irrompere nel giornalismo calabrese il modello selvaggio e primordiale dello scontro politico in Calabria. Sia chiaro, il giornalismo calabrese è quello che è. Non è innocente. Ma se l’aggressione alla Tripodi e il maldestro tentativo intimidatorio passasse diventerebbe peggiore.

I giornalisti devono essere giudicati dagli articoli che scrivono e non dalle telefonate che fanno nello svolgimento del loro lavoro, tranne nei casi in cui le telefonate svelano un interesse privato per affari (in cambio di articoli), ricatti (in cambio di articoli), ricerca di vantaggi personali e/o familiari (in cambio o minacciando articoli). L’interlocutore del giornalista, soprattutto telefonico (lo dico ovviamente senza alcun riferimento specifico alla telefonata tra la Tripodi e Naccari), è spesso poco affidabile; spessissimo, discutibile sul piano morale. Se il lettore vuole essere informato qualcuno deve (il vocabolo è improprio ma rende bene l’idea) “estorcere” le notizie a chi le ha.

I giornalisti non hanno l’obbligo di buone frequentazioni. Sono dispensati dai fioretti. Sono come i sacerdoti che per dispensa vescovile possono frequentare il peccato e leggere qualsiasi testo, compresi quelli pornografici e peccaminosi.

Solo chi sogna una informazione assoggettata e subalterna ai poteri e alla loro arroganza può pretendere e immaginare che il giornalista debba sfoderare indignazione e moralità quando parla con le fonti trasformandosi con questo atteggiamento da giornalista in velinaro.

Tanti anni fa, con altri due giornalisti e un comportamento al limite della legalità, intervistammo Totò Riina chiuso nella cella di un’aula del Tribunale di Reggio. Fummo gentili con lui, e accondiscendenti; ci sprecammo con gesti che annuivano mentre parlava (col registratore nascosto sotto il blocco degli appunti). Sapevamo che era un assassino feroce con alle spalle una vita al di là del comune sentire umano. Mentre lanciava minacce e accuse che erano in realtà segnali minacciosi contro magistrati, politici e uomini dello Stato e mentre ci spiegava che era una vittima di malvagità e “tragediatori”, gli abbassavamo la testa. Eravamo comprensivi e tranquillizzanti con l’unica paura che si bloccasse nel racconto.

Il giorno dopo raccontammo agli italiani quali erano le idee e i progetti del feroce capo di uno dei gruppi più sanguinari apparsi nella storia criminogena dell’Italia unità. Un’operazione per la quale i miei colleghi ed io continuiamo ancora oggi a esser fieri.

Parlo e telefono per trovare notizie e arrivare a pezzi di realtà. Penso spesso che se le mie telefonate venissero pubblicate decontestualizzate e senza tenere conto che quando lavoro parlo per tirar fuori notizie e mai ispirandomi al manuale delle giovani marmotte che i nipotini di Paperino tengono sempre presente, sarebbe un bel guaio. Quella del cronista è un’attività sempre a rischio che mescola in continuazione dare avere con le fonti. Un equilibrio che spesso si spezza e fa sbagliare. Un giornalista scrupoloso non rinuncia mai ad annuire, a dar ragione, a dire di sì a tutti quelli con cui entra in contatto, gente perbene e gente che perbene non è. Dopo interroga la sua coscienza e la sua professionalità e scrive. E quando scrive, se è cronista di razza, è solo.

E’ vero: sfioriamo sangue, merda e marciume come chirurghi che intervengono sulle degenerazioni.

Non ho mai lavorato con la Tripodi a una storia o a un avvenimento. Lei ed io non abbiamo reciproci debiti di riconoscenza da saldare. Ma leggo sempre i suoi articolo perché, per le cose che ho capito di questo mestiere, misuro con precisione la fatica, lo sforzo, la passione che c’è dietro ogni suo articolo. Un lavoro che ha fatto della Tripodi una delle risorse più preziose e affidabili del giornalismo che in Calabria fa giornalismo e non veline o marchette. Poi, ovviamente, in questo lavoro tutti e nessuno escluso facciamo errori, talvolta gravi. Ma questo è un altro discorso.