REGGIO. La Cassazione: illegittimo il sequestro degli strumenti di lavoro del giornalista

REGGIO. La Cassazione: illegittimo il sequestro degli strumenti di lavoro del giornalista

LdS       di CONSOLATO MINNITI - La Corte di Cassazione ci ha dato ragione: il sequestro del 12 settembre scorso era illegittimo. Approfitto ancora una volta della pazienza dei lettori, utilizzando la prima persona in un articolo. E una modalità che non amo particolarmente. Ma oggi è necessario. Ho appreso della decisione della Suprema Corte solo nella tardissima serata di martedì, quando il mio avvocato, Aurelio Chizzoniti, mi ha informato dell'annullamento senza rinvio riguardante sia l'ordinanza del tribunale del Riesame, che il decreto di sequestro emesso dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria. Ma riavvolgiamo brevemente il nastro.

Era il 12 settembre 2013, quando sulle colonne dell'Ora, pubblicai un pezzo riguardante le stragi di mafia e le indagini da parte del sostituto procuratore della Dna, Gianfranco Donadio. Si rendeva conto, nell'articolo, del contenuto di due riunioni tenutesi nella sede della direzione nazionale antimafia. Nel pomeriggio piombò in redazione la Squadra Mobile al gran completo. Il capo, Gennaro Semeraro, aveva in mano il decreto di perquisizione e sequestro. Furono passati al setaccio tutti i miei luoghi abituali: redazione, casa, abitazione della mia famiglia, relative pertinenze e autovettura. Mi furono portati via telefoni cellulari, computer, registratori, appunti. Ero un giornalista senza "penna". Eppure, le copie dei verbali, le consegnai spontaneamente ai poliziotti. Ciò avrebbe dovuto far concludere le operazioni, ma così non fu.

Il tribunale del Riesame, al quale mi rivolsi, rigettò l'istanza, evidenziando come nella vicenda vi fossero «stringenti esigenze investigative che impongono il mantenimento del sequestro probatorio», rimarcando come l'unico modo per accertare le responsabilità fosse frugare tra i miei file. Non fu tenuta in considerazione la corposa giurisprudenza prodotta dall'avvocato Chizzoniti, che - tra l'altro - evidenziava la palese violazione dell'articolo 21 della Costituzione e dell'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.

Incassai, e mi rivolsi alla Corte di Cassazione. Con sollievo constatai la veloce fissazione dell'udienza: 15 aprile. L'avvocato, in un batter d'occhio, m'inviò un ricorso ineccepibile e trasudante di giurisprudenza orientata univocamente, raccolta anche grazie al prezioso sostegno delle collaboratrici di Chizzoniti, Beatrice Saraò e Annunziata Maurici. Sostenemmo una tesi semplice: non è possibile sequestrare computer, agende, telefoni e qualsiasi altro dispositivo ad un giornalista, allo scopo di individuarne le fonti. Ciò non perché il giornalista sia più bello e bravo di un comune cittadino, ma perché la libertà di stampa e la tutela della segretezza delle fonti sono principi sanciti in modo incontrovertibile a livello italiano ed europeo. Insomma, il segreto professionale non è un optional e le pratiche che invadono la vita privata di un giornalista non sono legittime.

Sono trascorsi in fretta questi sette mesi, durante i quali non ho potuto usare le mie utenze, gli archivi, i computer. Ho dovuto ricomprare tutto quanto. Pazienza. Ma quante notizie perdute? Quanti contatti smarriti? Ieri, però, quando l'avvocato mi ha chiamato annunciandomi che anche il procuratore generale Iacoviello aveva chiesto l'annullamento del sequestro senza rinvio (quindi in modo definitivo), stigmatizzando l'uso improprio dell'aggravante mafiosa, ho capito che forse stavo per terminare la scalata di questa ripida montagna.

La decisione della Cassazione l'ho accolta in redazione, da solo, proprio li dove tutto era iniziato. Vi risparmio i dettagli tecnici che potrete leggere sui molti siti che hanno ripreso la notizia. Vi dico soltanto che attendo adesso la restituzione di tutto ciò che mi è stato portato via, così come stabilito dalla Cassazione.

Lo dissi dopo il sequestro e lo ribadisco oggi: la mia stima verso la Procura reggina è intatta, anzi, se possibile, in questi mesi è aumentata grazie all'encomiabile azione del procuratore Cafiero de Raho. Così come quella verso la Squadra Mobile, della quale non dimenticherò mai la signorilità e la delicatezza in quel giorno nefasto. Ricorderò pure i colpi bassi ricevuti e quelli che so già essere in arrivo. Ma ciò mi dà solo ulteriore forza per continuare a fare niente più che il mio lavoro. In modo serio e onesto e al solo servizio della verità.

*Questo articolo è stato già pubblicato sull’Ora della Calabria e viene qui riproposto con l’esplicito accordo dell’autore