COM’ERAVAMO. Quando stavamo bene… o forse no?

COM’ERAVAMO. Quando stavamo bene… o forse no?

castello

Sto per prendere lo svincolo autostradale di Cardinale Portanova e, durante il tragitto, mi cade l'occhio alla mia sinistra dove una volta sorgeva il Ritrovo Morabito. Osservo quel luogo, a me tanto familiare e faccio ai miei figli: “Vedete, lì una volta c'era un posto dove i miei coetanei si riunivano, il Ritrovo Morabito”.
Uno dei due mi guarda e dice: “Cos’è un ritrovo?”. Sorrido. Effettivamente oggi quel termine è stantio e poco utilizzato dalle generazioni post 2000, visto il continuo proliferare di locali, paralocali e affini. Cerco di rispondere comunque.
“Dunque un ritrovo era un luogo dove la gente si incontrava per… come dire… scambiare quattro chiacchiere, dialogare, insomma per cazzeggiare un po’…”
“Aaaa capito…!”
Lo incalzo: “Ma perché oggi non esistono luoghi prestabiliti dove i vostri coetanei si incontrano?”
“Avoglia… ma non li chiamiamo ritrovi!”
“Ad esempio?”
“Ad esempio c’è il Tapis!”
Lo squadro attonito. “Cosa?”
“Il tapis… il tapis roulant. Come lo chiami?”
“Aaaa adesso si chiama così?”
“Si”. Sorride. E suo fratello rincara la dose. “Tranquillo papi, è stato subito dopo l'estinzione dei dinosauri!”. Screanzato!

Wow! Il Tapis. Quella insulsa e oscura piazzetta oblunga disegnata per punire chi ama la bellezza, adesso è un “ritrovo”. La mia mente ha un sussulto. Un moto di ribellione che mi fa andare indietro nel tempo. Ricordo che quando avevo la loro età c'erano solo tre locali in tutta Reggio dove un povero Cristo poteva andare a bivaccare. Il già citato Ritrovo Morabito, lo Snooty Fox e il Cordon Bleu. Altri non me ne vengono in mente. Oddio, ce ne saranno pure stati, ma non godevano del beneficio dei riflettori di quei tre e pochi altri potevano contare su una ferrea fidelizzazione come loro.

Il Cordon, come lo chiamavamo noi, mozzandone il nome, evidentemente troppo lungo, era una meta settimanale. La parte più frequentata e ambita era la discesa che dal bar porta alla Via Marina, anche se non ho mai capito il perché. Lungo quello striminzito marciapiede, una folla di ragazzi, più o meno affetti da acne e stordimenti ormonali, assiepava gli angusti spazi. C'erano i paninari, i panozzi, versione low cost dei più famosi paninari e c'erano quelli come me, avulsi da ogni moda e perennemente e orgogliosamente fuoriposto.

Lo Snooty si popolava il sabato sera peggio di un rave party di San Diego in California. Il suo target era la Reggio bene, a voler essere precisi, la Reggio “rinisciuta”, quella agghindata a festa, con capi firmati, borse Luis Vuitton e Rolex non cinesi. Ma, a parte questa riprovevole forma di “vetrina”, il suo punto di forza era la pizza. Enorme, in stile pizza dei film americani, soffice e buonissima, con tutti i suoi “conzi”. Lo ammetto, io ci andavo esclusivamente per quello.

Il Ritrovo raggiungeva i suoi momenti di pura gloria il sabato pomeriggio e la domenica mattina. Un vespaio. Un brulicare di gente di tutte le età, fermi, a gruppetti che si intrecciavano, si intercambiavano, si riproducevano, dando vita a nuovi gruppi, nuove comitive. Tutti intenti a creare relazioni sociali futili quanto effimere. Ma sotto sotto piacevoli.

C'era poi un outsider. Il Castello. Ovviamente non il castello in sé stesso, ma la “piazzetta” retrostante. Badate bene, non era il castello come lo si conosce oggi. Oltretutto, la torre lato mare esisteva ancora perché ’idiozia dell’uomo non l'aveva ancora abbattuta. La “piazzetta” in questione era più che altro un tronco di strada che partiva dalla Galileo Galilei e culminava con l'edicola di compare Cicco, più o meno dove oggi sorge il fioraio, o poco prima. Lugubre la notte quel posto. Appartato e in perenne penombra. Al tramonto si svuotava dei bambini e delle mamme e si popolava dei “dark” e dei “fumati”. I ragazzi dello zoo di Reggio Calabria.

A parte questo non c’era molto altro, eppure, si stava bene. Diciamo le cose come stanno. Si stava davvero bene. Con cinquemila lire (odierne 2 euro e 50 centesimi) praticamente offrivi da bere a tutta la comitiva, si parlava delle solite cose, in rigoroso ordine: calcio, donne, politica e quando incontravi una persona ti sorrideva sempre. Altri tempi. La domenica c'erano le polpettine fritte della meravigliosa e compianta Sig.ra Franca. Mai mangiato niente di più buono. E per il resto ci si muoveva. Si girava a piedi. I più fortunati avevano il Boxer o il Ciao o il Vespino, per gli altri, come me, “T.S.”, tacchi e suola. Al cinema proiettavano "Lo Squalo”, “Grease” e “La febbre del sabato sera” e in Tv c'era un solo canale, poi due, poi tre.
Ma cazzo si stava bene.

Niente smartphone. Niente Whatsapp, niente Facebook. Se avessi voluto apprendere le ultime del gossip sarebbe bastato tendere le orecchie al Ritrovo Morabito e in breve conoscevi pure il risultato delle analisi cliniche del tuo vicino o l'esatto indirizzo della tizia che ti piaceva, il tutto senza geo-localizzazione. E quando volevi parlare con qualcuno, se non avevi la fortuna di trovarlo a casa con una telefonata esclusivamente da rete fissa, dovevi uscire di casa e cercarlo e quando lo trovavi, comunicavi guardando il tuo interlocutore negli occhi. E i tempi, i nostri tempi, si dilatavano. Non esisteva l'immediatezza di un responso o di una banale informazione. Tutto era demandato al caso. Tutto era come sospeso nel tempo e fino a data da destinarsi. Spesso, non sempre, avevi come la sensazione che tutto il mondo girasse intorno ad una velocità sostenibile.

Si stava bene. O forse no. Forse io stavo bene solo perché ero giovane, un ragazzo che si affacciava alla vita, certo, a modo mio, con i miei turbamenti e le mie intemperanze, ma anche con zero preoccupazioni o incertezze per il futuro, perché, nel bene o nel male, il futuro c’era. Ancora. Forse l’aria che si respirava in Italia era un'aria diversa, non dico migliore, ma diversa. Più a misura d'uomo. Vi dico la verità, io di quegli anni conservo un bel ricordo.

Riguardo i miei figli, li tiro a me e stampo loro un bacio sulla guancia e subito dopo propino ai due la “muzzicatedda da sciecca”. Così, senza un motivo. O forse sì. Perché loro sono il massimo, il mio massimo. E loro, per tutta risposta: “Papiiii daaaai! Vedi che investi!” Ridono. Ed io con loro.