LA RECENSIONE. La «glossa» di Bova, Giovanni Andrea Crupi (Edizioni Apodiafazzi)

LA RECENSIONE. La «glossa» di Bova, Giovanni Andrea Crupi (Edizioni Apodiafazzi)
apobova

È inveterata e censurabile consuetudine della genia dei recensori, anche di quelli olimpici ed accademici e specialmente quando l'autore di cui si parla è passato nel mondo dei più, di mescolare alle note sul libro ricordi e legami personali con l'autore.

Incorriamo deliberatamente nella deprecata consuetudine invocando come attenuante il fatto che Giovanni Andrea Crupi, Bova Marina 1940 - Condofuri 1984, «intellettuale» (ahi, quanto lo avrebbe irritato questa qualifica) spontaneo e finissimo ad un tempo, è stato in vita sua molto discreto e poco ha curato di lasciare di sé tracce che non fossero legate alle tre cose per cui voleva essere ricordato: la filosofia, la scrittura de La «glossa» di Bova e l'anarchia:

Eplàtezza 'zze filosofìa,               Ho parlato di filosofia,
ègrazza stin glossa tu Vua          ho scritto nella lingua di Bova
agàpia tin anarchìa.                     ho amato l'anarchia.

E partiamo pure dalla filosofia: ho conosciuto Giovanni Andrea Crupi nel luglio 1975, al liceo scientifico di Bova, durante gli esami di maturità: lui era commissario interno della sezione A e io giovane commissario esterno, fresco di nomina a tempo indeterminato al Liceo Scientifico di Bosa (Nu).
Presidente di commissione era un docente dell'Università di Messina, con villa al mare a Bova Marina, figlio di professore di latino e greco residente a Reggio nonché medio proprietario di agrumeti e di origine bovese.

Fu un mese di discussioni in cui Giovanni Crupi mise in luce grande ironia nei dialoghi sulle attenuanti da concedere agli allievi meno dotati, la difesa d'ufficio era il compito istituzionale del commissario interno, sulle superstizioni del presidente (una volta lo incontrò che stava andando a pesca e lui, digiuno del galateo dei pescatori, gli aveva augurato «Buona pesca!» tirandosi dietro un lungo e risentito rimprovero cui aveva messo fine con un sollecito e contro ironico: «Boh, boh! Mala pesca allura!»), sul «bestiario pedagogico».
Famosa l'epigrafe coniata da Giovanni su una sua collega di inglese, nubile e tutta scuola ma con preferenze perseguite con estrema determinazione: si era intestardita,  con successo, ad opporsi a che fosse dato il massimo della votazione a un ottimo studente, poi divenuto un prestigioso neurochirurgo con cattedra a Palermo, perché a suo insindacabile parere doveva prendere meno di un suo pupillo che ebbe sessanta e che è divenuto cattedratico anche lui, ma negli Stati Uniti d'America.
Commento di Giovanni Andrea Crupi: «Chista esti na capuralissa: a mia mi piàciunu pocu li capurali, figuramundi li capuralissi!»

Di quegli esami ricordo anche gli scorci di linguistica bovese che Giovanni Andrea «spingeva» in ogni conversazione, gli interessi per l'onomastica (era orgoglioso che il suo cognome derivasse da curùpa, orcio di vetro con rivestimento in paglia per il trasporto dei liquidi) e per la lessicografia: ad esempio raccontava come dalla voce  sciddhopòtamu che aveva sentito dalla bocca dei suoi «informatori» fosse riuscito a  risalire alla lontra, «cane da fiume» appunto. (1, nota)

Dopo gli esami ci incontrammo diverse volte a casa sua, ove viveva con gli anziani genitori; la madre, premurosa, divideva le sue attenzioni tra gli amici del figlio e il marito, mi pare che di nome facesse Pietro, che era sulla sedia a rotelle, taciturno ed  ieratico ad un tempo, ed era stato «carraru»; aveva avuto, cioè, un carro con le ruote gigantesche col quale, tirato da una pariglia di poderosi buoi, faceva trasporti per conto terzi.
Anche un fratello di Pietro e zio di Giovanni Andrea, Vincenzo, padre di Pasquino (1940-2013) e di Giovanni Crupi (1926-2014) (docente di meccanica razionale all'università di Messina) nonché di diversi altri figli, era «carraru».
I germani erano legati, oltre che dal mestiere, da una vicenda terribile: in gioventù il padre di Pasquino fu coinvolto in una lunga rissa e, quando stava per soccombere, venne soccorso dal fratello che lo sottrasse a sicura morte uccidendo, però, a coltellate uno dei suoi nemici e ferendone diversi altri.

I nostri rapporti si diradarono dopo il matrimonio di Giovanni Andrea, successivo di alcuni anni a quella sessione di esami. Lui, con moglie e figlioletta, si stabilì  a Condofuri Marina in una via laterale alla chiesa; ma si ammalò subito di male incurabile e, avvisatosene, pose fine stoicamente al suo biennale calvario con un colpo di pistola alla tempia: «il male cercò di abbatterlo ma egli lo precedette» (F. Violi, op. cit. p. 8) .
In paese si diceva che avesse fatto la doccia, si fosse sbarbato, si fosse messo il vestito buono e, dopo essersi composto sul letto, si fosse dato la morte.
Una morte letteraria, senza dubbio, i cui passaggi avrei ritrovato nella lettura di un grande narratore balcanico:
«Saggiò la temperatura con e dita, poi si spogliò e si immerse nell'acqua calda, quasi bollente … Rasandosi, teneva il sapone nella mano sinistra mentre con la destra si spalmava la schiuma sul volto, con gesti lenti, come in un tango … Poi si vestì lentamente, con indumenti nuovi e puliti. … mise sulla sedia un foglio di giornale … lego il filo al gancio da cui pendeva la lampadina  e si mise il cappio al collo. Poi spinse lontano la sedia col piede. (Danilo Kiš, Il liuto e le cicatrici, Milano, Adelphi 2014, pp. 112-113)

Quello che Giovanni Andrea aveva da dire sulla questione linguistica e sui suoi intrecci con la politica lo ha consegnato nelle pagine introduttive a La «glossa» di Bova, apparso nel 1979 in una edizione dattiloscritta a cura del Distretto Scolastico e poi stampato a Roma nel 1981.
Promotrice di quella pubblicazione fu l'Associazione Culturale Jonica di Roccella; ne era presidente Sisisnio Zito, economista e parlamentare del Partito Socialista, che aveva approntato la breve prefazione nella quale focalizzava le finalità della pubblicazione: « … non è uno strumento di erudizione, un contributo accademico destinato agli studiosi o alle biblioteche universitarie. È, …, uno strumento di lotta, un'arma di battaglia politico-culturale che Giovanni Crupi vuole mettere in mano ai Greci dell'Aspromonte» (p. 6).

Giovanni Andrea nell'introduzione (pp. 7-11) dimostra di conoscere la vicenda del greco di Calabria: dalla scoperta che ne fece, a beneficio degli studiosi di tutto il mondo,  Karl Witte nel 1821 agli studi di Giuseppe Morosi, Ettore Capialbi e Astorre Pellegrini nella II metà dell'Ottocento fino ai Testi Neogreci di Calabria raccolti da  Giuseppe Rossi Taibbi e Girolamo Caracausi alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso ed imprescindibili per gli studi successivi.

Crupi passa poi ad analizzare, nell'ambito del suo excursus storico, l'importanza del lavoro di Gerard Rohlfs, che faceva risalire il greco calabrese non alla «derivazione bizantina ma è una grecità autoctona che si collega alla mai interrotta tradizione linguistica della Magna Grecia» (p. 12).

Partendo poi dalle sopravvivenze toponomastiche (Ambeli, Parambeglia, Gunì, Sinnoro) il professore bovese prende, sostanzialmente, le parti di Rohlfs  contro i sostenitori (Morosi, Alessio, Battisti, Parlangeli, Falcone) dell'origine bizantina del greco di Calabria: «Mi sembra assai ardua la tesi di chi vuole spento in qualche secolo  quel greco antico che i Romani cercavano di apprendere e sopravvissuta per quasi un millennio nelle nostre contrade solo la lingua dei 'Romei' di Bisanzio e di quei monaci basiliani che sono vissuti tra le nostre rupi più in contatto con 'Dio' che con gli uomini » (p. 15).

Quando scrive La «glossa» di Bova Giovanni Crupi, oltre ad aver presente tutti gli studi sulle parlate grecaniche della valle di Amendolea, ha letto un libro che, per la sua impostazione, gli ha fatto collegare la questione della lingua alle sue idee politiche radicali:
Nel fondamentale silenzio di una scienza 'neutrale', si è attuato nel passato, e continua ancora, quel crimine contro la civiltà che Salvi ne Le lingue   tagliate (Rizzoli 1975) chiama genocidio bianco, un crimine che si compie con armi sottili ed ha bisogno di tempi lunghi, durante i quali l'emigrazione, cioè la deportazione economica gioca un ruolo primario, coronato dall'azione colonizzatrice dei mass-media sul semialfabetismo e sulla miseria. (p. 17). 

Il libro direttamente citato veniva dopo Le nazioni proibite (Vallecchi, Firenze 1973) in cui Salvi si occupava delle dieci colonie interne dell'Europa anzi, rectius, dell'Europa Occidentale: le cui nazioni allora vantavano, e vantano ancora, di essere luoghi di diritto e di democrazia mentre invece erano, e sono ancora, luoghi in cui le minoranze vengono trattate come nemici da soggiogare e da mantenere colonizzati mentre nella tanto bistratta unione Sovietica le cose vanno diversamente:
va comunque riconosciuto che oggi, nell'Europa cosiddetta orientale, non ci sono più, formalmente almeno, delle nazioni proibite. Sembra impossibile, ma l'Europa occidentale, così orgogliosa di appartenere al cosiddetto «mondo libero», non ha ancora raggiunto nemmeno questo risultato in fondo modesto che sarebbe poi una testimonianza di fede, naturalmente a parole, nella libertà. L'Ucraina esiste, sia pure ad un livello meramente formale: l'Occitania no. (p. X).    

Ma torniamo alla «Glossa» per sottolineare come in essa il «genocidio bianco» in danno di due milioni di italiani alloglotti di cui parlava Salvi venga interpretato anche alla luce della lotta di classe tra borghesia, portatrice della lingua nazionale vittoriosa, e i dialetti  che sono appannaggio delle classi povere ed emarginate:
Varie sono le cause della crisi del nostro dialetto, ma la principale va ricercata nella campagna di disprezzo dalla borghesia agraria locale nel periodo fra le due guerre, in sintonia col nazionalismo linguistico e con l'odio antiproletario che si sviluppa soprattutto sotto il regime fascista. (p. 17)    

La chiusa dell'introduzione non era meno perentoria ed evocava, per metterla in analogia con «lo sterminio linguistico dei greci di Calabria», la «strage di stato» che era culminata nelle bombe di Piazza Fontana, collocate dai fascisti e dai servizi segreti dello stato italiano per incolpare, poi, gli anarchici: 
La lenta strage di stato che sta attuando il totale sterminio culturale della grecità di Calabria è una barbarie che non calpesta soltanto i diritti umani degli ellenofoni, ma distrugge anche un «vivente monumento» di quella grecità perenne alla quale civiltà latina e la civiltà del mondo intero sono immensamente debitrici. (p. 18).

Il libro si apriva allora con cento favole esopiche non numerate e rese in dialetto grecobovese (pp. 21-42) seguite da un sintetico ma ben congegnato schema grammaticale (pp. 43-65), da dieci fiabe bovesi con testo a fronte in dialetto calabro-romanzo (pp. 66-71) nonché da un essenziale lessico Grecobovese-Italiano (pagine 74-100) che termina con aggiunto un lessico trilingue Italiano-neogreco- grecobovese alle pagine 101-124.

Il libro di quarant'anni fa, finito nelle mani di studiosi e di pochi, relativamente, studenti è stato opportunamente risuscitato da Carmelo Nucera, come «omaggio del Circolo “Apodiafazzi” a un illustre rappresentante della cultura grecanica» (IV di copertina); egli ha concordato la curatela del volume col professor Paolo Martino, insigne glottologo e docente alla LUMSA di Roma (la collaborazione era già stata sperimentata l'anno scorso per un altro libro importante di Bruno Casile, poeta contadino in dialetto greco-calabro e sostenitore strenuo, anche lui, dei diritti inalienabili dei greci di Calabria).

Paolo Martino, in una breve Nota del curatore, indica i pregi dell'opera: «Registra puntualmente i calchi strutturali e semantici del volgare romanzo nel grecanico e viceversa, testimonianze eccellenti della forte simbiosi che ha caratterizzato nei secoli le due varietà. Il significato italiano del termine grecanico è spesso accompagnato dalla traduzione in dialetto calabrese romanzo, che mira a dare un confronto sinottico dei due dialetti e ad utilizzare dal punto di vista didattico i loro identici ingranaggi sintattici»(p. 18).

Le Favole esopiche lasciate da Giovanni Andrea senza traduzione, forse immaginava ottimisticamente studi e traduzioni da parte dei suoi lettori di cui non voleva incoraggiare la pigrizia, sono state numerate e tradotte dal curatore che, probabilmente, ha tenuto presente la non eccellente preparazione dei giovani d'oggi, anche dei più volenterosi. 

Immutate le dieci fiabe esopiche tradotte dall'autore in greco bovese, « uno dei pregi del Crupi» per il curatore, le cui parole sono più che adeguata corona a questa non breve segnalazione: « In definitiva, questo libro non è solo un valido manuale per chi si avvia a studiare il calabro-greco; e altresì uno strumento di valore per grecisti, demologi e dialettologi» (p. 18).

[1 nota] Qualche giorno prima di quegli esami Crupi aveva fatto circolare «un proclama», ciclostilato e bilingue nonché  destinato ai suoi studenti, che merita di essere riportato per le limpide implicazioni culturali e politiche che lo percorrono: «La parola del Paese non è morta: benché siamo rimasti pochi e malandati, parliamo di nuovo e scriviamo pubblicamente il buon greco di Bova. La lingua che parliamo viene dall'antica Magna Grecia che duemilacinquecento anni fa portò le lettere nella Roma agreste. Ora Roma non fa nulla per noi: abbiamo le case distrutte, andiamo lontano, all'estero, restano gli anziani e i fanciulli soli. Vogliamo pane e lavoro nelle nostre terre. Vogliamo le case per stare insieme e parlare come i primi  antenati. Non vogliamo parlare solo con la lingua del padrone. Vogliamo scuole, ginnasi e licei, perché i ragazzi imparino le lettere greche. Uomini che avete un cervello nella testa, perché non volete sentire più la prima voce dell'antica madre? Perché muoiono questa stirpe e questa lingua che fu assai grande ed ora è la più antica d'Italia? Io domando: cosa dicono i grossi borghesi che hanno sempre questa povera Italia che dilaniano? Non rispondono nulla. Hanno mangiato il pane che era del lavoratore e ora mangiano e si azzuffano come bestie senza cervello. Compagni e amici del paese di Bova, di Condofuri, di Gallicianò, di Roccaforte, di Roghudi, sorgete con la parola grande dell'antica Grecia, rivoltatevi con la parola grande dell'antica Grecia, rivoltatevi con i lavoratori di tutto il mondo, rivoltatevi tutti uniti! Bova Marina 22.6.1975»
«O logo ti Chora den apethane: me olo ti emìname lighi ce mavromèmi. Plateggome metapale ce gràfome fanerà ton calò greco an to Vua. I glossa ti plateggome èrkete an tin palèa megali Grecia tin dio chigliàde pendecàton chrono apìssu èfere ta grammata 's tin Romi agricì. Arte Romi en canne tìpote jà emmà! Ècome ta spìtia calamèna, pàome larga, 's tin xènia, mènusi i megàli ce ta pedìa manachà! Thèlome psomì che dulìa 's ta choràfia dikàma! Thèlome ta spìtia na stàthume ismìa ce na platèzzome san i protinì gonèi! En thèlome na platèzzome mònon me tin glossa 'tu gnuri'! Thèlome skòle jinnàsia  ce licèa na ta pedìa mathèusi ta grammata greca! Àthropi ti èhete ena ammialò, jatì den thèlete na cùite pleo tin protinì fonì an tin palea mana? Jatì pethènusi tuti jenìa  ce tuti glossa ti ito para megàli ce arte ene plen palèa an tin Italia? Egò arotào: ti lègusi i chrondì plusi ti ekratìasi panda tundi mavri Italìa ti anascìzzusi? Den apologùsi tìpote: efàgusi to psomì ti ito tu pezù! Arte trògun ce amblèkun san ta anomiàla zoà! Sindròfi ce fili, an ti Chora ce an to Condochùri, an to Gaddhiciaò, an to Vunì, an to Richùdi!  Jiràste me to logo mega an tin palèa Grècia! Jiraste me I pezì zze olo ton cosmo! Jiraste oli ismia. Jalò tu Vua 22.6.1975». Il testo è stato riprodotto da Filippo Violi (Giovanni Andrea Crupi  e la «glossa» di Bova: uno strumento di lotta e di riscatto sociale, «I fonì dikìma», n. 2, ottobre 2006, p. 9) il quale avrebbe altrove messo in luce come Crupi « … vivifica il suo lavoro con gli elementi fonici della lingua parlata ed arricchisce i periodi con una padronanza sintattica che è raro trovare in altri autori» (idem, La letteratura greco-calabra, Apodiafazzi, Bova 2019, p. 100).