L’INTERVENTO. 40 anni fa uccisero John Lennon. Ecco perché non è mai morto

L’INTERVENTO. 40 anni fa uccisero John Lennon. Ecco perché non è mai morto

johnlennon

Il sogno effimero del mondo migliore svanisce la sera dell’otto dicembre 1980 a New York, quando un folle spara a John Lennon uccidendolo.

Il mondo grigio e marrone di Marcuse riprende allora decisamente il sopravvento, materialismo storico e razionalismo capitalista sgombrano il campo dagli ostacoli giovanili, dalle chimere dell’amore universale, della pace e della fratellanza. Grandi temi per allocchi, come allocco era il loro profeta di Liverpool, come tutti i profeti ammazzato da un fan, un Giuda incancrenito da ciò che non poteva comprendere e per questo tramutato in assassino. Nella sua pistola c’era il riflusso, c’erano Reagan, la Thatcher, la bomba di Bologna, i Contras, Friedman e il neoliberismo alla riscossa.

Lennon non era soltanto un cantante pop: era piuttosto un manifesto culturale, la proclamazione certificata di un’avanguardia che in altri tempi sarebbe stata elitaria, ma che nel secondo novecento, cavalcando i nuovi mezzi, era diventata di massa. Lennon era la realizzazione della poetica di Blake, poesia e visioni e il disperato che diventa poeta, l’emarginato artista, l’operaio intellettuale. Lennon era il processo instancabile della mente curiosa e della conclusione naturale e semplice a cui giungono i ragionamenti più raffinati: gli uomini sono relazioni, ed è loro compito viversi amorevolmente in pace.

Il suo divenire artistico era trasmutato come una lunga ascesi di consapevolezza; e come ogni ascesi aveva la sua origine nella consapevolezza del dolore, da lui sperimentato in prima persona e in più occasioni. “il genio è dolore, solo dolore”, aveva risposto alle banalità della domanda sulla sua vocazione. E quel dolore Lennon l’aveva stretto tra le braccia, cullandolo e trasformandolo in canzoni, come un demiurgo che impasta fango e ne ricava vita: “Immagina tutta la gente condividere il mondo intero…”  

Era (ed è) suggestivo e divertente vedere cantare con trasporto la sua “Imagine” da reazionari invasati, da sessuofobiche beghine, dai fautori dell’ordine costituito a loro immagine e somiglianza, dai maestri della guerra, dai seminatori di odio e di violenza; ed altrettanto lo è sentire le voci dei soliti tromboni che ne riducono il valore universale a sequenza di banalità, a trionfo di sciocchezze, a cultura “bassa” degna di adolescenti brufolosi in crisi ormonale: sono patetici. Il sarcasmo del poeta li stecchisce sopravvivendo all’ecatombe degli ideali del modernismo accattone.

Lennon ormai appartiene al mondo, come la Gioconda, il Colosseo e le Piramidi, e le sue visioni continuano ad essere avanguardia, a segnare il confine del futuro, a stare davanti al corso della storia.

C’era qualcosa dentro le sue canzoni, la voce forse, o quell’aria scanzonata da gita in campagna anche quando trattava rivoluzioni e mutazioni epocali, che rendeva noi che ascoltavamo simili a stormi in migrazione. Sogna lui, sogniamo tutti, e nella comunanza troviamo il senso.

Quaranta anni fa ci siamo ritrovati orfani del sogno da lui rappresentato. Abbandonati da una voce guida, dispersi poi nei mille rivoli inglobati nell’economia metallica, infine stritolati dall’ingranaggio perfido del consumo come senso, della produzione come stile, dello studio come mezzo, del banale come sublime.

Anche questo vuoto in realtà non c’è. Imagine accompagna il giro di ruota e lo sprofondamento nella palude, e annuncia il futuro, presagisce il bene, rammenta la virtù. Tiene vivo il fuoco di chi sogna, è una brace che non si spegne, un seme resistente alla terra arida.

Per questo non è retorico dire che Lennon in realtà non sia mai morto, ma abbia assunto forma di verità esistente nella terra inesistente, di concretezza nell’apparenza, di ragione pura tra gli incubi oscuri.

Ascoltiamo le sue canzoni e diventiamo stormo, quaranta anni dopo, quaranta anni che sono solo un soffio di fronte all’eternità dell’arte.

“Puoi dire che sono un sognatore, ma non sono il solo. Spero che ti unirai anche tu un giorno, e che il mondo diventi uno.” (Imagine, John Lennon)

Ascoltate la canzone adesso, e commuovetevi, che non fa male.