IL CORSIVO. Perché la narrativa calabrese resta "maschile"?

IL CORSIVO. Perché la narrativa calabrese resta "maschile"?

mgang

I primi sei mesi del 2021 non sembrano aver visto la pubblicazione di molti libri italiani di grande rilievo. Non che i premi certifichino il valore di un’opera, ma è un dato da tener presente che le cinquine dello Strega e del Campiello – peraltro identiche in due casi su cinque – sono ben lontane dai vertici delle classifiche di vendita (ci solo due titoli tra i primi dieci)

Degli autori calabresi di rilievo, in questi mesi, ha pubblicato solo Mimmo Gangemi (Il popolo di mezzo edito da Piemme). Come tutti quelli che hanno pubblicato nel 2020, alcuni autori calabresi (Aloe, Criaco, Dara, Talarico) hanno, scontato la pandemia, con l’impossibilità delle presentazioni dal vivo. La ripresa degli incontri in presenza riporterà all’attenzione anche i loro ultimi lavori.

C’è, da alcuni anni, una certa, rinnovata vivacità degli autori calabresi. Con una differenza forte rispetto ad altre regioni e quasi in controtendenza col dato nazionale, dove le donne sono sempre più presenti e importanti (anche se lo Strega, ipotizzato all’inizio “al femminile”, sarà, a questo punto, presumibilmente vinto da un uomo): per quantità e qualità, la narrativa calabrese resta, con poche interessanti eccezioni, una narrativa decisamente “maschile”. Perché?