L'INTERVENTO. Crisi demografica e futuro dell'università

L'INTERVENTO. Crisi demografica e futuro dell'università

csuni

Nelle ultime settimane hanno proliferato notizie promettenti sul futuro dell’Università italiana, solo in parte legate alla prospettiva dei fondi Pnrr. La crescita del 5% delle immatricolazioni rispetto all’anno scorso, la proposta di corsi di laurea innovativi, come quelli dell’UNICAL e della Federico II che coniugano medicina e tecnología, l’aumento dell’offerta di corsi in inglese, salto culturale rispetto a quando questa inevitabile modernizzazione fu avversata da professori di un prestigioso Ateneo in Aule giudiziarie, lo strepitoso successo estero dell’UNICAL, con le 7000 domande di iscrizione ricevute, sono tutti segnali da registrare con compiacimento e da considerare di straordinaria importanza.

Giustamente essi hanno suscitato approfondimenti, che però quasi mai hanno messo a fuoco il problema della sostenibilità a medio e lungo termine di queste innovazioni.

Mentre la mediocre posizione dell’Italia in Europa quanto a numero di laureati può certo migliorare, lo spazio per aumentare le immatricolazioni pare non essere molto ampio.

Le attuali corrispondono a circa il 60 % delle nascite avutesi diciotto o diciannove anni fa. È una percentuale alta, a confronto, per esempio, con la Francia, dove, nel 2020, il numero degli iscritti al primo anno di università è stato solamente il 36 % di quello dei nati nel 2002 (includendo in quel 36% anche un 3% di stranieri, per la precisione). Inoltre si deve ricordare che in Italia il restante 40 % include un 15% di ragazzi non italiani, che, per la mancata comprensione del problema della loro cittadinanza da parte di alcuni partiti, si può prevedere cue arriveranno in pochi all’Università.

Qundi grandi aumenti di immatricolazioni non paiono possibili. Se a questo aggiungiamo che i risultati deludenti delle prove INVALSI, ammesso e non concesso che non si riflettano già sulle immatricolazioni, certo condizionano lo sviluppo della carriera universitaria di molti immatricolati favorendo il permanere degli alti livelli di diserzione che, con l’eccezione di medicina, si registrano dopo il primo anno, il numero degli iscritti andrà necesariamente diminuendo.

Queste considerazioni dovrebbero imporre alle nostre Università un ripensamento globale sul loro futuro, e ciò è particolarmente importante per quelle pubbliche, che, come ha ricordato il presidente della CRUI, devono anche far fronte alla crescente concorrenza delle private online.

Questo ripensamento non può essere lasciato alle iniziative di singole università, contando sui loro rettori illuminati e Senati accademici lungimiranti. Fu una política nazionale (o almeno regionale) quella che nell’ultima parte del secolo scorso vide nascere numerose università, quelle stesse di cui alcune registrano oggi un calo delle immatricolazioni, in controtendenza con il dato nazionale. Una política nazionale (o almeno regionale) deve analizzare l’opportunità di realizzare oggi quegli accorpamenti o quelle specializzazioni di competenza che possano impedirne l’estinzione domani.

I dati demografici non sono modificabili. Quando si proietti la situazione nei prossimi venti anni, l’unica possibilità, dati i limiti menzionati della domanda nazionale, è offerta dall’internazionalizzazione. Sempre confrontado con altri paesi europei uno spazio dovrebbe esistere, dato che, per esempio, in Francia la percentuale degli studenti stranieri è circa tre volte maggiore.

I costi per studiare in Italia sono competitivi, però la capacità di assorbimento di un’eventuale domanda è comunque limitata, come indica il fatto che delle 7000 domande ricevute, l’UNICAL ne abbia accolte solamente il 12%, 300 nei corsi in inglese. 203 in quelli di magistrale e 333 in quelli di biennale. E questo non è ovvio che si concretizzi in 836 immatricolazioni, in quanto l’accettazione delle domande è stata accompagnata dalla concessione di una borsa di studio solamente per 120 borse, tutte associate ai corsi in inglese.

È pur vero che, in linea di principio indipendentemente dalle borse cosiddette di unicaladmission, gli studenti cui non è stata offerta una borsa di quel programma possono richiedere e ottenere quelle del diritto allo studio. Sebbene, se questi casi fossero molti, il risultato sarebbe devastante per i giovani studenti calabresi, ciò non succederà perché la probabilità di ottenere il visto senza una borsa garantita non è elevata.

Di fatto anche l’iscrizione di molti dei 716 ammessi senza borsa non può non apparire improbabile. Un esempio, delle 333 domande accettate dall’UNICAL provengono da Haiti 73 per le lauree biennali e 12 per le magistrali. Anche se mi rifiuto di credere che si sia voluto épater le bourgeois con questi dati, non posso immaginare che sia credibile che essi si iscrivano né tutti né molti, e ciò per due ragioni e un’esperienza. Il  PIL per capita di Haiti nel 2020 è stato di 1006 euro e ai fini di una richiesta di visto a poco monta che il PPP sia di 2352 euro. A ciò si aggiunga la crisi política che sta attraversando il paese. L’esperienza cui mi riferisco è di quando, essendo delegato del rettore dell’UNICAL per le relazioni internazionali, dopo il tremendo terremoto del 2010, proposi un programma di borse per Haiti, che fu disegnato in accordo con l’Université d’État d’Haïti e la rappresentanza diplomática del paese in Italia. Non si ricevettero domande. Una delle maggiori difficoltà fu la barriera linguística e lo stesso problema si presenta probabilmente anche per i 54 ammessi alle biennali o i 12 ammessi alle magistrali, provenienti dall’Africa francofona subsahariana.

Questo non significa che sia un errore puntare sull’internazionalizzazione, ma probabilmente, se si pensa a paesi per i cui cittadini ottenere il visto di studio senza un’offerta di borsa di studio è inimmaginabile, dovrebbe prendersi in considerazione l’ipotesi di utilizzare per questo fine la didattica a distanza, il che pone numerosi problemi da affrontare nella loro complessità e con la dovuta competenza.

Si può competere con la Francia, forte della sua Agenzia universitaria per la francofonía per attrarre in quantità significative, utilizzando DAD, studenti da Haiti o dall’Africa francófona?

Occorrerebbe offrire corsi in francese, che, tra l’altro potrebbero attrarre studenti non solo dell’Africa francofona subsahariana, ma anche del Maghreb, però solamente un programa nazionale interuniversitario può permettere di intercettare in questo modo questa domanda potenziale.

Anche se tutto ciò è fattibile, non è probabile che l’internazionalizzazione presenziale possa assicurare i numeri minimi necessari per la sostenibilità a venti o trenta anni del nostro sistema universitario ed è dubbio che un aumento dell’offerta formativa possa incidere al riguardo in modo significativo. Pertanto l’unica alternativa parrebbe essere un forte impegno per la didattica virtuale internazionale, che però comporta una serie di problema non banali per assicurare meccanismi di valutazione adeguati al livello internazionale delle nostre università che non sono, e certo non aspirano a diventare, diplomifici per paesi considerati, erróneamente sia chiaro, tanto sottosviluppati da poter utilizzare un tale mecanismo.

E allora?
Solamente una política che sviluppi le altre due funzioni dell’università può assicurare la sostenibilità del sistema.
Non c’è dubbio che per questo è centrale che università di qualità puntino a rafforzare la ricerca. Questo può suggerire una razionalizzazione dell’attuale sistema misto università – enti di ricerca, congiuntamente all’accorpamento di università e alla creazione di centri di ricerca dedicati, eventualmente regionali, ma senza dubbio con un coordinamento político che non può non venire dal MIUR.

Anche questa opzione potrebbe non essere suffciente. È essenziale la terza funzione. Il legame col territorio, la funzione di assicurare l’insegnamento durante tutta la vita, le relazioni con le problematiche della società civile sono imprescindibili, e questo non solo per il loro valore sociale, ma anche per ridurre il rischio che una razionalizzazione in senso STEM (pur necessaria) conduca alla sparizione o a un eccessivo ridimensionamento di quelle aree del sapere, giuridico, político, filosofico che sono fondamentali per una società democratica e che possono trovare nuovi spazi in programmi formativi interdisciplinari, così come, nelle esperienze che ricordavamo, la tecnología ha trovato nuovi spazi nella medicina.

*docente universitario