Quei boschi bruciati che infragiliscono la Calabria e i calabresi

Quei boschi bruciati che infragiliscono la Calabria e i calabresi

incendi

E’ una collina dalla curiosa forma conica che si affaccia sulla valle della Fiumarella, a poche centinaia di metri dall’abitato cittadino. E’ stata percorsa dal fuoco circa tre mesi fa, in una mattina di luglio. Le fiamme si sono levate improvvise e alimentate dal vento si sono propagate al versante opposto, ove ogni giorno centinaia di persone percorrono i sentieri del parco della Scuola Agraria. Uno dei primi devastanti incendi della stagione 2021. L’anteprima degli incendi che da lì a poco avrebbero interessato coltivi e boschi contigui e il bosco dei Comuni, nel territorio di Catanzaro. Negli stessi giorni in cui veniva pubblicato l’ultimo rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), pagine da codice rosso per l’umanità.

Nelle settimane successive c’era qualcosa di inquietante in quella sagoma annerita, una sorta di vuoto nel panorama delle alture che circondano la zona nord di Catanzaro e che gradualmente diventano preSila. Il tempo ha parzialmente corretto l’aspetto del luogo e in questi giorni la collina, a seconda del punto di osservazione, si presenta in parte ingrigita e quasi totalmente priva di vegetazione, in parte coperta dal patchwork di bizzarri colori delle chiome degli alberi investiti da fiamme e fumo. Ruggine, marrone, beige, persino qualche residua chiazza di verde spento.

Un’immagine in sedicesimo della ben più grave devastazione del Monte Reventino e della catastrofe ambientale a danno dei boschi vetusti d’Aspromonte. Una distopia che anticipa il possibile aspetto di un mondo in cui la temperatura su scala globale dovrebbe aumentare di un paio di gradi, forse più. Un mondo per nulla lontano. La testimonianza della strage di alberi da fuoco e da motoseghe che procede incessante. Esseri viventi percepiti da molti come irrilevanti. In realtà protagonisti indiscussi dell’equilibrio ambientale e climatico. Un cerro, un tiglio sono capaci di accumulare circa tre tonnellate di CO2 in vent’anni. Il dato obiettivo che dà senso all’espressione apparentemente retorica di polmone verde, di un organo vitale per la salute degli ecosistemi. Che viene interessato da una malattia che sembra inarrestabile se si pensa alla perdita di migliaia di chilometri quadrati di foresta nella Columbia Britannica, all’incremento senza fine della deforestazione in Amazzonia.

La collina che sovrasta la Fiumarella, il timpone dei Comuni e il suo bosco mostreranno per anni i segni degli incendi della scorsa estate. Ferite che per anni non potranno passare inosservate. E dovranno (o dovrebbero?) mantenere immutata l’indignazione dei miei concittadini, oltre l’emozione immediata dei giorni di mezza estate. E rafforzare i sentimenti di tutela dei beni comuni. Ma dubito che sia così. La consuetudine alla vita negli ambienti artificiali delle città ha separato gli umani dal resto del mondo. L’urbanizzazione e l’invasione delle nostre vite da parte delle tecnologie ha inaridito la stretta relazione degli uomini con la terra. “Poiché la vita è una rete, non esiste nulla di simile alla <<natura>> o all’<<ambiente>> intese come entità separate e distinte dagli esseri umani, facciamo parte della comunità della vita, costituita da relazioni con <<altri>>…” David George Haskell, Il canto degli alberi. Storie di grandi connettori naturali. Einaudi.

Persino l’intensa frequentazione delle montagne durante la stagione estiva, che ha caratterizzato gli ultimi due anni, quelli dell’era COVID, in realtà è in buona parte un’illusione ottica. Molti hanno semplicemente lambito boschi e valli di montagna, molti hanno cercato i classici attrattori turistici che si riassumono in aggregazione, svago, ristorazione. Perdendo l’occasione di ri-scoprire quella complessa realtà di terra, vegetazione, acqua, aria che è la condicio sine qua non della nostra sopravvivenza. Ogni anno, da più tempo la mia terra è percorsa dalle fiamme di migliaia di incendi, quasi tutti concentrati durante l’estate. E in tempi recenti il fuoco ha aggredito pezzi pregiati del nostro patrimonio naturale.

E dopo i disastri di metà Agosto e la perdita di vite umane è arrivato in Calabria un Ministro della Repubblica, si sono levate le voci di circostanza della classe politica, è stato decretato lo stato di emergenza, saranno stanziati fondi, si rivisiteranno le strategie di prevenzione. Si cercherà di stabilire la responsabilità di eventi che non possono non essere legati alla mano dell’uomo. Ma non basta. La tutela di ciò che noi chiamiamo natura, che in effetti è parte integrante della nostra esistenza, non è solo questione da delegare a enti e governanti. E’ questione che deve riguardare direttamente la collettività, la miriade di comunità intorno alle quali si stendono campi coltivati e boschi. Ai quali guardare con rispetto. E con la consapevolezza che gli alberi sono compagni preziosi del nostro viaggio quotidiano, amici cui portare gratitudine. “Carta dei Diritti delle Piante, art.8. La Nazione delle Piante riconosce e favorisce il mutuo appoggio tra le comunità naturali di esseri viventi come strumento di convivenza e di progresso.” Stefano Mancuso. La Nazione delle Piante. Editori Laterza.