IL DOCUMENTO. Relazione di Massimo Veltri al convegno UniCal sul rischio idrogeologico

IL DOCUMENTO. Relazione di Massimo Veltri al convegno UniCal sul rischio idrogeologico

di MASSIMO VELTRI* - FRA RISCHIO ZERO E DEREGULATION (dipartimento di ingegneria civile dell'Unical, ndr)

Ho ultimato questa relazione quattro giorni fa: Dopo i fatti della Sardegna avrei potuto “attualizzarla”, ma rieleggendola questa mattina ho ritenuto che non c’era bisogno. Giudicherete voi.

E’ la sede, questa, per tentare di svolgere un ragionamento che affronti taluni fatti più o meno recenti che attengono alla sfera tecnica, a quella accademica, a quella politica, e cerchi di indirizzarli

- o forse solo leggerli - all’interno di una cornice in qualche modo organica, con l’obiettivo di sfociare in indicazioni; un ragionamento che non abbia il carattere della estemporaneità e della marginalità. Affrontare separatamente i diversi aspetti che insistono su un tema è operazione certamente utile ma poco fruttuosa se non li si sistema in un contesto ampio; ed essendo qui in presenza di chi, in prevalenza, ha ultimato il suo excursus formativo e attende verso target specialistici, oltre che di illustri relatori, l’occasione è quanto mai propizia.

Un paio di anni fa partecipai a un convegno nazionale di ingegneri e insieme a una serie di valutazioni e di riflessioni emersero, allora, talune considerazioni che voglio riprendere qui. A iniziare dal crescente appannamento del ruolo degli ingegneri - e dei tecnici e delle professioni liberali in generale - e dalla loro evanescenza, a fronte del contributo rimarchevole dato alla costruzione del paese unito. Nella società attuale - parlo a livello esemplificativo degli ingegneri ma il mio dire riguarda altre categorie, come si vedrà - essere ingegnere pare non costituisca un avanzamento sociale significativo, non è più uno status symbol. Sembra inoltre che gli ingegneri non servano più. Non c'è domanda di opere, di infrastrutturazioni? Tutto quel che si poteva fare è stato fatto? La società non ha più bisogno di tecnici? E l'ingegnere, così com'è, è obsoleto, è massificato?

La sentenza di qualche mese fa riguardante il sisma de l'Aquila è stata oggetto di commenti di diverso tenore e pone alla ribalta tanto il ruolo dei tecnici quanto il nesso: compito degli specialisti-responsabilità della politica. In una giornata di studio tenutasi a Pavia qualche tempo fa abbiamo parlato pure di questo, e in particolare, è stato detto testualmente: “... negli ultimi decenni il mondo accademico sta compiendo nel campo dell'ingegneria un percorso di progressivo allontanamento dal mondo esterno (professioni, imprese, pubbliche amministrazioni), pericoloso e involutivo. Per un verso a causa della crescente diminuzione del prestigio sociale del sistema universitario e dello status del docente universitario, che fa seguito al processo che ha interessato l'intero sistema scolastico, dovuto all'affermarsi senza freni di un insieme di valori che ha sempre minore considerazione per la cultura e i saperi, ma che si è svolto anche grazie all'incapacità del mondo accademico, e professionale, di contrastarlo. Né è di secondaria importanza il sistema di valutazione della ricerca scientifica e del reclutamento e dell’avanzamento di carriera universitaria che ormai è diventato norma, basato su automatismi che portano i ricercatori a interessarsi di settori spesso molto lontani dalle pratiche ingegneristiche, sì che la formazione culturale e gli interessi scientifici dei ricercatori si sviluppano lungo direzioni che rendono sempre più improponibili i rapporti con il mondo extrauniversitario e sempre meno appetibile, fuori dell'università, l'apporto di conoscenze che il mondo accademico è in grado di fornire.”

Molto esplicito, no?

Possiamo dare per esauritasi, superata, la mission humboldtiana dell’università occidentale che assegnava all’accademia i compiti di conservare e aggiornare i saperi, formare le future classi dirigenti, relazionarsi interattivamente con il mondo circostante? E voglio forse affermare che bisogna essere più ‘permissivi’ nelle modalità di reclutamento e di progressione di carriera del corpo docente nell’università, in qualche modo abbassando soglie di qualità e addirittura ricalcando gli argomenti della ricerca su quelli più squisitamente professionali?

Vediamo, uscendo da facili quanto errati schematismi.

Dalla sentenza dei fatti de l'Aquila è emersa – si ricorderà - in piena evidenza la surroga totale del potere decisionale (politico e amministrativo) in materia di scelte e contesti squisitamente tecnici, quasi a voler significare: La vostra attendibilità è tale che ci autorizza ad assumere anche il vostro ruolo. E ancora: a Rimini, l'ultima Assemblea Nazionale degli ingegneri, a lungo si è interrogata sul futuro della professione e ha licenziato un documento molto interessante che propone una sorta di exit strategy, con il quale sarà bene che le scuole universitarie di ingegneria facciano i conti e dare inizio così, dopo la recente riforma, a una rivisitazione profonda delle loro mission, formative e anche di ricerca, oltre che i termini di offerta didattica e di trasferimento dei risultati della ricerca.

Ma le cose, è noto, non nascono all’improvviso e qui sarà bene tratteggiare qualche lineamento sulle origini che ci hanno portato a questo stato, per capire come e dove intervenire. A iniziare dalle contestazioni di qualche decennio fa quando l'imperativo cogente portava a dichiarare incompatibile il lavoro professionale con quello di docente: come se insegnare a ingegneria (e non solo a ingegneria) potesse dare frutti positivi muovendosi solo nella teoria. Contestazioni che, per di più, misero in discussione tutto, e sopra tutto la ‘ingegnerizzazione’ del paese, la possibilità cioè di affrontare i problemi all'interno della consueta, insostituibile, cornice razionale: stato iniziale-strumenti-condizioni al contorno-obiettivi. Tutto questo fu spazzato via e oggi, ancora, paghiamo il prezzo di quel vento potente. Né può dimenticarsi tangentopoli che vedeva nei lavori pubblici la sede principale di corruzione e tangenti. Caduto quel palazzo, in cui gli ingegneri erano di casa, caddero pure gli ingegneri, e con loro tanti altri, Ma, davvero, siamo tutti inservibili, tutto è da buttar via, pur se troppo spesso si è asseverato, approvato, taciuto, per inerzia, indolenza, interessi privati?  

In questo insieme di situazioni pare emergere comunque una consapevolezza nuova: sia in termini di argomenti che di organizzazione. Intanto, i compiti che le nuove strutture universitarie dovranno svolgere impongono scatti in avanti, che le nuove generazioni sembrano in grado di compiere. Poi la consapevolezza dell'interdisciplinarietà: sono in essere non poche iniziative che pongono intorno allo stesso tavolo professionisti di diverso tipo, operatori, amministratori, per studiare e proporre soluzione di macroscala su materie che pareva fossero dominio esclusivo degli ingegneri o degli architetti o dei geologi singolarmente presi, e che invece riguardano più soggettualità. Infine, l'urgenza stessa della situazione economica complessiva che impone nuovi paradigmi, nuove assunzioni di responsabilità, nuove priorità: la messa in sicurezza del territorio nazionale dai rischi idrogeologici, l'adeguamento degli schemi acquedottistici, un piano casa, il sistema della mobilità, il comparto energetico... Occorre la cabina di regia, le linee guida, l'imprinting forte e autorevole, per ripartire. Dal basso il movimento c'è, la consapevolezza e la voglia di fare pure.

Quando c’era l’esercizio weberiano del ‘controllo sociale’ a fungere da stella polare, quando il merito veniva riconosciuto come valore imprescindibile, in sé, quando le scelte politiche discendevano da un quadro di nozioni e cognizioni, al netto dell’operare consapevole e trasparente, le cose in buona misura funzionavano. Ora che un vento impietoso pare abbia soffiato via tutti i corpi intermedi dell’organizzazione della società, soffiato via uno stesso disegno di organizzazione della società, noi, classe dirigente con attribuzioni e responsabilità, se vogliamo da ri-declinare ma certamente non rinnegare, abbiamo il diritto e sopra tutto il dovere di rimetterci in cammino senza inseguire magari incosciamente paradigmi improponibili e desueti, ma occupando anche faticosamente e certamente induttivamente ruoli e ranghi che solo il sapere, i saperi, le buone pratiche e la visione dei processi secondo diagrammi di flusso di certo un po’ più complessi e meno lineari di quelli lungo i quali per molto tempo ci si era adagiati, convinti pigramente che ‘in quel modo’ era e doveva essere e sarebbe stato, possono dare risposta e arginare l’entropia.

Prendiamo ad esempio il comparto della difesa del suolo, l’idraulica, la geologia, la geotecnica… le cose di cui parliamo oggi qui.

I primi giorni di novembre di qualche decennio fa Firenze fu sconvolta dall’esondazione dell’Arno. Il paese non sottovalutò l’evento, non chiamò solo alla solidarietà, non parlò di straordinarietà, non si nascose dietro il mantra della naturalità della catastrofe per poi ricominciare tutto come prima, come troppo spesso era accaduto in precedenza. Il governo e il parlamento dell’epoca seppero cogliere la congiuntura che s’era determinata, la paradigmaticità del disastro dopo i pur tanto numerosi eventi che s’erano succeduti nel passato (Polesine, un Sud perennemente martoriato, Vajont...), l’ineluttabilità di dover mettere mano a uno dei problemi strutturali più gravi che attanagliavano il territorio italiano, senza distinzione o prevalenza geografica alcuna, il dover introdurre, con scientificità istituzionale, il comparto acqua-suolo nel nostro asset normativo, e, più in generale, la complessità delle politiche (e delle azioni) territoriali e ambientali. Si riunirono le migliori menti di cui disponeva il Paese nelle discipline idrauliche e di scienza della terra e sotto la guida di uno dei nomi più prestigiosi che l’idraulica abbia mai prodotto, Giulio De Marchi del Politecnico di Milano, si diede vita alla Commissione De Marchi – cosiddetta – con il compito di riferire alle istituzioni e al Paese lo stato delle cose in materia di difesa del suolo e di presentare una proposta organica di interventi. Poderoso fu il lavoro svolto dagli esperti chiamati da De Marchi e in pochi anni fu licenziato il ponderoso, documentato, analitico lavoro di diagnosi, sintesi e indicazioni, finanche puntuali. Fu quello lo spartiacque (è proprio il caso di dire) nelle nostre vicende legate a frane, alluvioni, pianificazione, programmazione di interventi: c’era un prima, c’è stato un dopo.

Non che si nacque dal nulla, perché nei primi decenni del ‘900 già ci si era mossi, nel Sud del paese, per legare dentro un progetto organico i problemi della bonifica, dell’energia, della conservazione del suolo, della pianificazione territoriale, grazie al formidabile lavoro di un tecnico napoletano (l’ingenere Omodeo) che seppe relazionarsi virtuosamente con la politica nazionale, gli istituti di credito lombardi, una tecnocrazia illuminata, con il fine di dare un contributo di opere e di realizzazioni, che pure diede il via a una stagione straordinariamente fruttuosa (si pensi solo ai serbatoi e agli impianti idroelettrici sull’altopiano silano), ma si dovette arrestare a fronte del blocco retrivo a difesa degli interessi latifondisti dell’epoca. Da qui un lungo periodo di stagnazione cui seguì, appunto, il lavoro di Giulio De Marchi. Da quel lavoro discese la legge n. 183 del 1989, nacquero – li cito soltanto, senza commentarli, ché ci sarebbe molto da dire - il Progetto Finalizzato Conservazione del Suolo e il Gruppo Nazionale Catastrofi Idrogeologiche del Consiglio Nazionale delle Ricerche, centri di ricerca, discipline, corsi di laurea, specializzazioni tematiche in materia di conservazione del suolo, di mitigazione del rischio, si instaurarono una concezione e una pratica della pianificazione non solo urbanistica ma comprensiva anche – e soprattutto – dei comparti extraurbani, l’insorgere d’una politica di previsione e prevenzione seria con la nascita, con legge dello Stato, dei Servizi Tecnici Nazionali e della Protezione Civile.

Ma da lì, in particolare e più significativamente, si diede inizio a una nuova stagione di consapevolezza, di coinvolgimento, di approfondimento, che per anni crebbe e si sviluppò, sul versante duplice dell’abbandono o dell’affievolimento almeno del dualismo di Manlio Rossi Doria: “città polpa - montagna osso”, e del collocarsi a pieno titolo all’interno della stagione della programmazione e della pianificazione. Chi non ricorda l’industrialismo urbano di un certo approccio politico, innovatore, progressista, “moderno”, versus una visione

considerata e tacciata per arcaica, inattuale, pauperistica, tipica d’una civiltà contadina ormai superata? Come dimenticare che il primo centrosinistra, già insediato o lì lì per esserlo, aveva come fulcro identitario della sua stessa ragion d’essere proprio una visione prospettica e proiettata nel tempo delle azioni d’intervento attivo? Grande, corale, determinante, fu il contributo che la comunità scientifica seppe offrire, in quegli anni, non solo in termini – quanto mai decisivi – scientifici e di merito, quanto di visione generale, per così dire olistica, dei problemi sul tappeto. Nel Paese s’era saputa creare e diffondere una cultura, una tensione, nuove e particolari: le azioni sul territorio e sull’ambiente e sulla difesa del suolo irruppero con protagonismo nelle parti alte dell’agenda del che-fare.

Quali furono gli assi portanti utili a definire i tomi della Commissione De Marchi? Il primo: saper cogliere a pieno il nesso, quasi sempre sottaciuto o addirittura dichiarato esplicitamente non praticabile, fra saperi, conoscenza, risultati

dell’elaborazione scientifica e momenti delle scelte decisionali. L’Italia è da sempre, si può dire, all’avanguardia nel campo delle materie legate all’acqua e al suolo e ha scuole accademiche consolidate nei secoli che hanno conseguito risultati di assoluto rilievo: i Politecnici di Torino e di Milano, Padova, Genova, Bologna, Napoli, Palermo... Il patrimonio delle elaborazioni, sperimentali e teoriche, via via accresciuto e affermato doveva, in tutta evidenza, entrare a far parte del background, delle precondizioni del dettato normativo e comportamentale, non restare altra cosa, separata, “accademica”, distante. Non era mai stato così, in precedenza. Il secondo asse portante: ragionare e lavorare su scala di bacino. Attribuire cioè rango prevalente alla fisicità del comparto territoriale che compete a ciascun corso d’acqua, dalle sorgenti fino allo sbocco, non già ai suoi confini amministrativi “disegnati” dall’uomo, a prescindere da come evolve il processo morfodinamico di versanti, letto, sezioni, profili di un fiume. Quanto si verifica in un certo tratto di un corso d’acqua non è indifferente rispetto a ciò che si verifica a monte e a valle, anzi: ne è causa e conseguenza insieme. Come suol dirsi: muoversi a scala di bacino. Ciò che oggi sembra normale, naturale, acquisito, è stato il frutto di elaborazioni, di veri e propri bracci di ferro, che ancora, purtroppo, non sono del tutto vinti. E ancora: un piano decennale d’interventi, quantificazione di spesa, attribuzioni di ruoli, responsabilità, precedenze e così via. Un governo delle politiche territoriali, un modello di governance, univoco e unico. Una visione illuministica, un prescindere dalle inerzie

e dalle incrostazioni via via accumulatesi, un non tenere in conto le, così dette, mediazioni della politica, una visione marcatamente padanocentrica come spesso s’è sussurrato, una cattedrale fin troppo complessa? Forse: ma a problemi complessi non si può rispondere con superficialità né tanto meno con compromessi di basso profilo. Tant’è che il paese seppe rispondere e corrispondere al dettato di Giulio De Marchi. Con intoppi e ritardi di vario genere. Il primo fra tutti la nascita delle Regioni, con la conseguente impugnativa davanti alla Consulta circa i poteri, accentrati o distribuiti, il trovare infine l’equilibrata soluzione con la formula della ‘leale competizione’ e la serie di istituti di ‘partecipazione

istituzionale concorrenti’. Il tempo però passava, le frane e le alluvioni si susseguivano con ritmo costante.

La visione di De Marchi, anch’essa dopo quella di Omodeo, subì quindi degli arresti clamorosi. Nel 1998 il Parlamento Nazionale istituì un Comitato Paritetico Senato-Camera per verificare lo stato di attuazione nelle diverse regioni della legge n. 183, “figlia” della Commissione De Marchi, come si è detto, legge quadro che demandava alle Regioni il compito di determinarsi autonomamente dentro il dettato della legge nazionale. I lavori del Comitato Paritetico, portati a termine in poco meno di un anno, pubblicati in due volumi per i tipi della tipografia del Senato della Repubblica, approvati da entrambi i rami del Parlamento, raffigurano una situazione impietosa a quell’anno in termini di totale inerzia circa il dotarsi d’un quadro normativo proprio da parte delle Regioni, ma anche, e soprattutto, indicano venti punti di intervento prioritari per smuovere, è il caso di dire, le acque stagnanti. Ai due volumi si rimanda, per un esame puntuale e dettagliato di analisi e contenuti, per molti versi ancora attuali, così come è interessante prendere visione delle audizioni nella Commissione Territorio e Ambiente del Senato della Repubblica di giugno e luglio 2003 sull’Indagine Conoscitiva sul Dissesto Idrogeologico in alcune Regioni, circa la capacità di spesa, la sovrapposizione di competenze, l’inadeguatezza di risorse finanziarie, strumentali, umane, la totale assenza di manutenzione del territorio. Colpisce sopra ogni altra considerazione la duplicità delle più ricorrenti dimostranze emerse negli anni e ancora oggi riproposte: per un verso l’ossessivo ricorso alla richiesta di fondi in quanto da soli presunti come risolutivi, per altro la progressiva e quasi esplicita esternalizzazione di qualsivoglia azione in materia di difesa del suolo, attribuita invece o al mercato o agli interventi postemergenziali, da parte della Protezione Civile, assurto ormai a vero e proprio deus ex machina. Mentre un ri-mettere mano alla semplificazione normativa, in specie dopo l’irrompere delle Direttive Europee in materia, varare politiche di presidio e di manutenzione del territorio, legare i piani di bacino ai piani urbanistici potrebbero risultare mosse se non risolutive certamente preziose.

Qui non è inutile richiamare qualche aspetto particolare, anche in considerazione del fatto che nel seguito delle attività parlamentari e governative, numerose novelle legislative, come

si dirà sotto, sono state guidate, improntate, quasi meccanicamente, alle risultanze dei lavori del Comitato Paritetico. Imprescindibilità dei processi conoscitivi; superamento della frammentarietà e episodicità degli interventi; cultura della previsione e della prevenzione; affermazione del piano di bacino come strumento sovraordinato a qualsiasi altro piano fra i numerosi piani (teorici, sulla carta) nel frattempo subentrati, ciascuno in teoria sovraordinato (e quindi subordinato) agli altri; snellimento di contenuti e procedure d’approvazione dei piani di bacino, fin troppo barocchi i primi, estremamente farraginose le seconde; procedere a un riequilibrio territoriale fra città e aree interne, queste ultime individuate come sedi dei processi antropici e fisici fortemente determinanti le dinamiche delle aree pianeggianti; attribuire fondi certi su scale pluriennali; potenziare risorse umane e strumentali; determinare percorsi virtuosi circa la capacità di spesa; recuperare un presidio tecnico del territorio, nel corso degli anni praticamente desertificato.

La De Marchi e la 183 sono, erano, una panacea, il meglio che si poteva avere, il momento risolutivo? Proponevano un (inattuabile quanto improponibile) rischio zero, ingessavano tutto in una astratta gabbia pianificatoria, proteggevano il territorio in una concezione pauperistica, monacale? Per la De Marchi non ci sono dubbi: non si presta a critiche di alcuna sorta. Per la 183, considerato il clima politico e istituzionale in cui vide la luce, la lunghissima gestazione nelle aule parlamentari, con governi e maggioranze, pressioni e resistenze diverse attraverso più legislature, le superfetazioni createsi, anche le incongruenze a volte, una visione talvolta “nord-centrica” (già accennata prima), il subentrare di soggetti poderosi quali, in prima istanza, l’Unione Europea, la proliferazione di istituti di democrazia decentrata e spalmata, le sensibilità e le esigenze mutate e altro ancora… , non c’è dubbio che andava aggiornata, qua e là modificata, ma mantenuta integra nei propri capisaldi, di cui si è detto. L’Europa ce l’ha invidiata. Poi ha emanato - l’ho accennato - le direttive, tante, forse troppe, che noi ancora come Paese membro non abbiamo recepito, tanto da essere oltre che in infrazione, senza governo, e politica, alcune in materia di difesa del suolo. E l’Unione Europea ha mutato, appunto, lo sfondo di riferimento. Manutenzione legislativa c’è stata, e pure di non poco conto, in sede di conversione in legge di decreti governativi emanati a valle dei numerosi eventi alluvionali (Crotone, Sarno, Soverato, Genova, Piemonte), manutenzione che ha introdotto strumenti di piano più agili, semplificato procedure, potenziato strutture (i Piani di Assetto Idrogeologico, il piano di bacino sovraordinato a ogni altro strumento di pianificazione… ). Poi intervennero, si è detto, le direttive europee, poi si affievolì, di molto, la tensione degli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, poi intervenne la tentazione del ricostruire meglio del prevenire, la voglia matta di esternalizzare dai compiti di governo le azioni ambientali e territoriali... e altro. Si potrebbe aggiungere: fai-da-te, occupazione indiscriminata del suolo, deregulation, privatizzazione... - ma forse sarebbe pleonastico, ridondante, insistere su questo punto.

Mentre non può trascurarsi il ripetersi sempre più insistente di eventi meteorici particolarmente gravosi che concentrano quantità di precipitazioni enormi in pochi minuti e che, a prescindere se siano o meno ascrivibili a mutamenti climatici, certamente rientrano in una eccezionalità con cui bisogna fare i conti, non in termini fatalistici di autoassoluzione di fronte all’imponderabile ma attrezzandoci di più e meglio nei confronti di nuove aggressività. Rischio zero no, ineluttabilità neanche.

Fra le novità da tenere in conto c’è che da poco tempo sono in distribuzione tre volumi importanti, fra i tanti: gli atti dell’ultimo Convegno presso l’Accademia dei Lincei (molto attiva in materia di difesa del suolo); l’altro che riporta la discussione nel convegno su Gli Ingegneri e i 150 anni dell’Unita` d’Italia; il terzo che ricorda e aggiorna il lavoro di De Marchi in tre giorni di dibattito a Roma, convegno voluto dal Gruppo 183, Associazione Idrotecnica Italiana, Consiglio Nazionale degli Ingegneri, Ordine dei Geologi. Mentre a novembre, ogni anno, è puntualmente ricordata l’alluvione del 1966 a Firenze, e tutte le altre alluvioni insieme a questa, lungo il rosario senza fine di eventi prevedibili o comunque fronteggiabili.

In conclusione, come muoversi? Si continua, intanto, a lavorare, a occuparsi di queste cose; le ricerche, avanzatissime, vanno avanti: come veicolare le ricadute in termini operativi? Le università sfornano tecnici: come utilizzarli al meglio? Se, pur paradossalmente, le condizioni economiche in cui versa tutta l’Europa impongono rivisitazione di paradigmi e modelli di vita, se non di sviluppo, nuovi e praticabili, così che la sostenibilità, le scelte ambientali, la non consumabilità di risorse non infinite si dovranno far invalere come direttive irrinunciabili. Poi: anche da parte di pianificatori urbanistici emerge la consapevolezza che è insano, errato, non praticabile, un approccio del tipo “le città da una parte il resto dall’altra”. Infine: la complessità della società in cui viviamo afferma sempre più in termini ineludibili la necessità di un approccio interdisciplinare, in cui le competenze, i ruoli, i saperi, vengano messi insieme e, non shakerati a caso ma integrati in file conseguenziali, ciascuno indispensabile per l’altro e viceversa, e contribuiscano a definire un nuovo progetto, un new deal.

Aurelio Peccei, il Club di Roma, qualche decennio fa lo dicevano: I limiti dello sviluppo e tutto le lucide, altissime analisi e proposte avanzate, ci stanno alle spalle, ci sorreggono.

E su queste spalle dobbiamo innalzarci, riproponendo con forza, non già lamentando, nuove azioni da parte dei decisori: del CNR, delle comunità scientifiche, degli ordini professionali: per rinverdire, non acriticamente scopiazzare, stagioni che videro la struttura fisica del paese imporsi, di fatto, come tema centrale e prioritario, sopra e prima di ogni altra sovrastruttura possibile e immaginabile. Forti del lavoro che quotidianamente svolgiamo e dei giovani cui indirizziamo il nostro operare.

Grazie!

Bibliografia essenziale

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-Veltri M., La Pianificazione della difesa Idraulica del Territorio, Atti del convegno "Corso d'aggiornamento", Politecnico Milano, Editoriale Bios, 1999.

-Veltri M., La Pianificazione di Bacino Oggi, Atti del convegno "Piani di Bacino e Sicurezza Idraulica", Venezia 2004, Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti.

-Veltri M., Profili Istituzionali e Scientifici della difesa del suolo, Cosenza, Editoriale Bios, 2004.

-Veltri M., Il sistema Acqua-Suolo: la Necessità di Politiche Integrate, Cosenza, Editoriale Bios, 2004.

-Veltri M., Acqua e Suolo: un Paradigma per Azioni Integrate, Atti del convegno "Terzo Congresso Nazionale di Selvicoltura", Taormina, 2008.

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-Veltri M. et Alii, Appello per una Nuova Politica di Difesa del Suolo e la Gestione del Territorio, L’Acqua, 2009.

-Veltri M., La difesa del suolo in Italia 1970-2010: un bilancio, Convegno Quarant’anni dopo la Relazione “De Marchi”, Roma 2010.

-Veltri M., Ingegneri, tecnici, Doppia Corsia, Cosenza, 2013.

-Veltri M., Coniugare Saperi e scelte Politiche, in Dopo il Terremoto, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2013.

 

*Dipartimento di Ingegneria Civile, Università della Calabria