Il DIBATTITO. Sales, il voto e la Calabria tra barone e contadini

Il DIBATTITO. Sales, il voto e la Calabria tra barone e contadini

regionali

Conosco personalmente Isaia Sales fin da quando era sottosegretario nel primo Governo Prodi, venticinque anni fa. E seppe interpretare quel ruolo con solerzia, disponibilità e senso delle istituzioni fungendo altresì da utilissimo raccordo fra esecutivo e istanze parlamentari. L'ho incontrato pochi anni fa in occasione del Premio Losardo a Cetraro- era fra i premiati-e trascorremmo insieme una piacevole serata tra amarcord e scambio di opinioni sull'attualità.

Da qualche mese collabora con diverse testate giornalistiche offrendo analisi e spunti di riflessione quanto mai acuti. E' apparsa su Repubblica di pochi giorni fa, e ripresa poi su Zoomsud, una sua nota: Il voto, La Calabria narrata e la favola del barone di Munchausen.

Un articolo che parte, sì, dalle imminenti elezioni ma spazia poi dal regionalismo fino alle condizioni della Calabria e del Mezzogiorno tutto. Il fenomeno dell'alternanza pare a Sales un esempio di come i calabresi vogliano cambiare ed esprima invece un'alta mobilità del voto: "... un alternarsi di uno schieramento all'altro che dimostra che i calabresi votano sulla base di alte aspettative di cambiamento e quando queste vengono deluse bocciano chi li ha governati e premiano l'opposizione". Chiosando con : "... anche in Calabria esiste una pubblica opinione che vota in base a un giudizio esigente su chi governa e non solo su interessi  immediati da soddisfare".

Sales conosce il sud, conosce la Calabria, dedica studi e volumi alla nostra realtà, e non gli sfugge certamente la estrema debolezza, non solo materiale, sulla quale poi si sofferma icasticamente alla fine dell'articolo, dopo aver dettagliato come si deve il ruolo nefasto del regionalismo che ha finito per rendere più forti le regioni già forti e ancora più deboli quelle storicamente deboli. E aver sapidamente utilizzato la metafora del barone di Munchausen che, tapino, pensava di potersi sollevare del suolo tirandosi da solo per i capelli, per cui quasi enuncia la inanità del responso elettorale: "Il problema della Calabria è la mancata connessione fisica sentimentale, politica con la nazione, la mancata corrispondenza tra i suoi bisogni e le strategie della nazione".

Parole pesanti, dure, durissime, che si accompagnano, fanno da pendant definitivo a: 'Calabria regione semi-sconosciuta' dell'incipit, e alla speranza espressa subito dopo che 'nel periodo elettorale se ne possa parlare con minore superficialità'.

In che cosa si sostanzia, vien da chiedere a Isaia, la 'mancata corrispondenza tra i suoi bisogni e le strategie della nazione', in quale sede va rintracciata, in quali istanze va avviata la sua discussione? Non è tanto la constatazione di una campagna elettorale, l'ultima, che si vuole offrire qui alla critica o alla valutazione, povera com'è di contenuti e ricca di fatue rassicurazioni o promesse. No, il problema è più di fondo: si inserisce nelle pieghe -scoperte perlopiù- di una terra in cui i partiti politici hanno da tempo abdicato al loro ruolo e la desertificazione progressiva di strutture intermedie che fungano da cluster, punti di aggregazione, simboli -e non solo simboli- di coesione sociale e formazione di coscienze civili e democratiche, insieme all'afonia crescente della borghesia intellettuale e professionale, sono nei fatti l'alfa e l'omega di un tessuto slabbrato, sfiduciato, povero di infrastrutturazioni immateriali prim'ancora che fisiche.

Chiedere maggiore attenzione ai governi nazionali è naturale e doveroso e si inserisce lungo il crinale di una faglia che vede da una parte i rivendicazionisti, dall'altra i responsabilisti, una china che pare ormai anchilosare un dibattito francamente stantìo che richiederebbe, e da tempo, qualche atto di coraggio, o forse solo di realismo, di presa d'atto, di una scelta e conseguenti azioni.

Una presa d'atto cui rimanda, ad esempio, l'accenno di discussione, solo un accenno per carità, di quest'estate a proposito del libro di Giuseppe Lupo: La Storia senza redenzione: Il racconto del Mezzogiorno lungo due secoli. Come hanno narrato il Sud, i nostri autori, i nostri letterati? Lupo passa in rassegna la produzione letteraria del sud a partire dall’Unità d'Italia fino a oggi, e la riassume in due paradigmi. Il primo, schematicamente, è la narrazione della storia non in senso di divenire e di progresso bensì di rinchiusura nostalgica dentro coordinate di radici identitarie, tesa a ricordare, registrare, mai a prefigurare. Il secondo: la questione agraria come fattore dominante attraverso la quale tenere uniti passato presente, e futuro: una ipotesi di ragionamento che abbia investito in un futuro industriale, nella nostra letteratura è praticamente inesistente, tranne qualche puntuale e benemerita eccezione.

Non sarebbe inutile riprendere il ragionamento, se si vuole le tesi, contenuto nelle riflessioni di Lupo, magari a volte tranchant e certamente provocatorie, non sarebbe inutile esercizio: se pure, e menomale, non ci si è soffermati sulla periodica puntata estiva di 'e gli intellettuali tacciono, quest'estate?', materia da dibattere, per fortuna, ce n'è.