L'ANALISI. Dopo il flop no-vax: il paese reale e quello inventato

L'ANALISI. Dopo il flop no-vax: il paese reale e quello inventato

green pass

Una decina di giorni fa il direttore del Quotidiano del Sud, Roberto Napoletano, ha messo il dito in una piaga purulenta: c’è un paese reale, vero, e poi un altro – ha scritto - che viene rappresentato dai media, soprattutto in questi ormai insopportabili talk show televisivi.

   Sarebbe dunque ora di fare tutti noi un po’ di autocritica e di iniziare a vedere quel che di vero si agita in questo paese e per fortuna qualche altro direttore di giornale si è accodato alla riflessione di Napoletano (vedi Feltri del Domani) ma è ancora troppo poco, se solo pensiamo al modo con il quale autorevolissimi quotidiani hanno trattato (per minimizzarla) la grande manifestazione sindacale di 15 giorni fa a Roma.

  Era, peraltro, facile prevedere che data la loro inutilità le proteste dei No pass avrebbero prima o poi perso forza. Ma sinceramente non pensavamo così presto. Il giorno dell’apocalisse non c’è stato, i porti sono rimasti aperti (anche quello più caldo della bella Trieste dove su 10 manifestanti uno era un portuale e 9 venivano da tutt’altra parte), i dipendenti pubblici e privati sono andati a lavorare normalmente esibendo il green pass così come vuole la legge (tranne qualche senatore che pretendeva di entrare a Palazzo Madama e si è beccato 10 giorni di cartellino rosso). Certo: ci sono state dimostrazioni di solito poco partecipate, qualche studentello ha marinato la scuola, diversi portuali hanno provato a fare casino ma sono risultati in minoranza tra i lavoratori. L’Italia ha dunque capito. Il governo ha tenuto la rotta. Gli sfascisti sono stati respinti. La battaglia, per ora almeno, è finita.

Va sottolineato il primo punto: il paese ha capito la situazione. Dario Di Vico ha scritto sul Corriere della Sera: «Fatichiamo ad ammettere che la società italiana sta dando ripetute dimostrazioni di equilibrio e sta esprimendo una voglia di stabilità che non conoscevamo da tempo».

   Già, non ce lo aspettavamo da questo Paese tradizionalmente insofferente alle regole, percorso da antichi brividi anarcoidi, sussulti sanfedisti, movimenti irrazionali eppure – dati alla mano – «una democrazia matura che ha superato queste prove può e deve affrontare da forza tranquilla l’ennesimo stress test che gli si para davanti come quello rappresentato dall’introduzione dell’obbligo del green pass sui luoghi di lavoro». Il che è esattamente ciò che sta avvenendo da piu’ giorni.

La relativa normalità al porto di Trieste non è stata imposta dai carabinieri e dalla polizia con le cariche che tanto scandalo hanno sollevato da parte di chi le invocava. pero’, per il sabato dell’attacco alla CGIL (vai a capire la coerenza!) ma da quei portuali che hanno compreso che il green pass serve a loro, alla loro salute, al loro lavoro, e che la protesta dei duri non aveva altro senso se non scaricare tensioni individuali esaltate e per così dire mitizzate dalla improvvisa notorietà assicurata dalle televisioni pubbliche e private, che si trovano ora improvvisamente orfane di “ospiti” sfasciacarrozze e maratone su pomeriggi di scontri di piazza.

L’umor nero di questa parte del paese, che in molti casi ha serie ragioni alle spalle ed il dato ultimo della scarsissima partecipazione ai ballottaggi di domenica e lunedi’ scorsi lo conferma, è tutt’altro che debellato ma non è diventato egemone, non è diventato senso comune, autorelegandosi nel cantuccio di una nevrotica ostilità verso il mondo intero. Le vaccinazioni aumentano e con esse la ragionevole speranza che la situazione diventi sempre più vicina alla normalità.

Ha prevalso dunque quella ragione che non è con i No pass e i No vax. Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni ma l’impressione delle ultime ore è che persino la destra abbia rinunciato a cavalcare questa tigre di carta, tranne l’ormai isolato Salvini. I neofascisti ci hanno provato e adesso scappano mentre la destra politica piagnucola per immaginari complotti ai suoi danni. Il rischio che le proteste si trasformassero in un vero movimento con caratteristiche anti-istituzionali (stile Francia per capirci) era concreto: se il governo Draghi e le componenti più responsabili della maggioranza – segnatamente Partito democratico, Forza Italia e renziani – non avessero tenuto una linea di grande fermezza, senza strizzare l’occhiolino come hanno fatto Matteo Salvini e in una certa misura Giuseppe Conte accomunati nella richiesta dei tamponi gratis, oggi avremmo per le strade un movimento di massa pronto a chiedere sempre qualcosa in più, in un parossistico braccio di ferro nel quale sarebbero state smarrite le ragioni della scienza e della salute collettiva a favore di una contrapposizione tutta politica tra un pezzo di società e le istituzioni.

Il rischio di un nuovo diciannovismo, cioè di un movimento di massa eterogeneo ma ben saldo nella sua virulenza anti-istituzionale (tale da saldare pulsioni di estrema sinistra e di estrema destra), è dunque per ora scongiurato. Non ci sono due società come nel ’77.  L’Italia è più unita di quanto pensino a Rete4, alla 7 o a Rai 3. Mario Draghi sta perciò superando la prova in un certo senso più ardua, quella di dirigere il Paese su un cammino razionale, fornendo un’altra prova da leader. L’ennesima.