Uno colpì in modo speciale la mia immaginazione. Una donna che non era riuscita ad avere un bambino girava per la città con un bambolotto di plastica avvolto in copertine da neonato. Raccontava di essersi recata dal pediatra con il bambolotto tra le braccia, fingendosi una neomamma premurosa e accudente. Arrivato il suo turno, era scappata dalla sala d’attesa con il figlio finto. Non era un caso isolato. Su mammine pancine scoprimmo che questi oggetti in plastica dalle sembianze di neonato erano al centro di un florido business, e che il mondo era pieno di sventurate che agognavano la maternità. Certo, giocando alle bambole. Senza rendersi responsabili di reati penali.
Allora mi sento di dissentire dalle conclusioni un po’ affrettate che dalle pagine di Repubblica ha tirato oggi Concita de Gregorio sulla vicenda cosentina che ha tristemente impegnato la cronaca nazionale. Non credo che la questione si possa liquidare come, “la mostruosa idea che tutto sia portata di mano, volendo.” Come ci dicono in tutte le salse, ogni volta che ci troviamo di fronte a un delitto, per quanto orribile, che nasconde un dramma umano e un fenomeno sociale, dovremmo evitare di affibbiare etichette superficiali e soffermarci sugli strumenti per fare prevenzione, rete e cultura. Affinché non ci siano nuove mammine pancine a cui venga in mente che l’unico senso della vita sia, per una donna, accudire un neonato.