Sparlar di mafia (e 'ndrangheta)

Sparlar di mafia (e 'ndrangheta)

La Sparlata       di GIUSEPPE TRIPODI - Si legge e si sente parlare di mafia su tutta la stampa e i network nazionali. Anche “Zoomsud” non fa eccezione e si nutre, direttamente o indirettamente,  dello stesso milieu di notizie.

Anche queste note rientrano, sia pure a titolo gratuito, dentro lo “sparrari”, la chiacchiera generalizzata su mafia e dintorni.

Probabilmente una parte considerevole del PIL italiano (palese e/o occultato) è riconducibile allo stesso fenomeno; non solo quello accaparrato dal mondo criminale ma anche quello relativo al controllo, alla repressione (la persecuzione dei delitti di mafia assorbe parte considerevole delle spese di giustizia del nostro paese) e allo studio (giornalisti, opinion maker, editori, professori in discipline criminalistiche).

La mafiologia rischia di diventare una nuova metafisica tale da far impallidire quella di Aristotele e dei suoi millenari seguaci.

Paradossalmente se un Dio buono avesse il potere di far scomparire i fenomeni mafiosi dalla storia e dalla geografia italiana ci si troverebbe davanti ad una crisi economica e sociale che degraderebbe il Bel Paese al livello delle economie sub-sahariane.

Lessico familiare

Le grandi regioni meridionali hanno le loro piaghe declinate in lingua locale. Noi calabresi, senza complessi di inferiorità verso i cugini dell’ex Regno delle Due Sicilie, abbiamo una associazione mafiosa il cui nome (‘ndràngheta’) è addirittura intrigante dal punto di vista fonetico ed etimologico.

Si dovrebbe sostituire ‘ndràngheta’ con ‘mafia’. L’appiattimento lessicale forse eliminerebbe parte dell’ingiustificato fascino esotico.

Sarà per via del nome originale che dalla stampa nazionale la criminalità associata calabrese viene annoverata tra le più potenti del mondo? E i narcos messicani? E la mafia russa? E quella dei cugini siciliani? E Piazza affari? E La Borsa valori di New York?

Leggere, please, “Banchieri. Storie dal nuovo banditismo globale” di Federico Rampini (Mondadori, Milano 2013). Si capirà la differenza tra i venditori di hascisc in coppola e la JP Morgan Chase. “Cosa vuoi che sia un piede di porco di fronte a una Società per Azioni?” (B. Brecht).

Anche i magistrati dimoranti negli Uffici Giudiziari dell’estremo lembo peninsulare concordano con i media. Ma c’é un rendiconto. Cos’é un giudice, magari anonimo e imparziale, a fronte del magistrato sceriffo in lotta con la mafia più potente del mondo?

Lunga durata

Di mafia si parla e si discorre da oltre un secolo, anche in Calabria. Braudel l’avrebbe definita un fenomeno di lunga durata. Questo, a ben considerare, rende pura millanteria le ricorrenti promesse delle istituzioni repressive sulla imminente distruzione della mala pianta; promesse in genere accompagnate dalla richiesta di deroghe normative allo stato di diritto per la repressione del fenomeno (legislazione speciale, pentitismo, maxiprocessi). Misure tutte inefficaci se oggi le mafie vedono aumentare sia i loro seguaci che la loro influenza sulle società parassitate.

L’inefficacia dell’approccio puramente repressivo e militare al fenomeno mafioso dovrebbe aumentare le chances di contrasti alternativi: più diritto, ricordate Sciascia?, e più cultura, ricordate Gramsci?  

Più diritto forse porterebbe alla rottura di quella solidarietà diffusa che si accentua nelle piccole comunità quando la repressione colpisce nel mucchio. Una maggiore cultura ridurrebbe, magari di poco ma il tempo della lotta dovrà essere lunga come la durata dei fenomeni mafiosi, la subcultura mafiosa e ne eroderebbe la diffusione egemonica.

La sinistra e la mafia

Nel secolo scorso le cose erano più chiare: la mafia non era sicuramente di sinistra ed anzi votava espressamente per i partiti di destra e di centro. In Calabria anche, a tratti ed in alcune aree, Partito socialista. Le simpatie politico mafiose si sono ulteriormente agglomerate negli anni del e attorno al berlusconismo. Ricordate le dichiarazioni di Totò Riina sulla responsabilità dei comunisti nelle calunnie che lo riguardavano? Chi altro ha tuonato nei due decenni passati e con uguale premura contro i comunisti, che peraltro sono già spariti per autocombustione dalla scena politica della penisola?

Sparito il PCI ed annacquatasi, in nome della lotta alle ideologie proclamata a man bassa nel crinale tra la fine del secolo vecchio e il fluire del nuovo, l’area della sua influenza con altre che avevano fatto parte della balena mafiosa le contaminazioni non hanno trovato più barriere.

Questo non giustifica la reiterata affermazione di un noto magistrato inquirente della provincia di Reggio Calabria secondo il quale la mafia non è né di destra né di sinistra e fa affari con tutti. In proposito non sarebbe male ricordare che destra e sinistra, nonostante le marmellate politiche molto di moda in Italia, esistono nella società ed hanno interessi contrapposti e che, in ogni caso, i comunisti sono stati gli unici  ad aver combattuto con coerenza il fenomeno mafioso: alcuni rimettendoci la vita ed altri, ma ciò rientra nello sciasciano professionismo dell’antimafia evocato da Aldo Pereira Varano qualche ora fa, lucrando articolati benefici e consistenti sinecure.

Quest’ultimo aspetto può irritare i qualunquisti e le anime candide ma fa parte, sia pure come limite, del gioco democratico.