
Rosa Augello, nata nel 1947e detta La Rossa per via del suo impegno politico dispiegato a Messina dal 1961 alla morte nell'anno 2011, era disperata da diverse generazioni prima che lei nascesse.
Forse dal 1861 quando il suo trisavolo, che aveva difeso la fortezza di Messina dai garibaldini e dai piemontesi, venne deportato a Fenestrelle, fortezza a 1500 metri di altitudine «primo campo di sterminio della storia europea, dove avvenne un genocidio feroce, uno sterminio lento, crudele e inesorabile di meridionali» (p. 8).
Diciamo 'forse' perché quello sterminio, la cui esistenza è irrinunciabile punto di fede della religione neo-borbonica, viene assolutamente negato dagli storici cattedratici cisalpini; e Juri Bossuto, consigliere regionale piemontese di Rifondazione comunista ad inizio del III Millennio, stessa formazione in cui ha militato Rosa la Rossa, ha pubblicato un libro (Le catene dei Savoia. Cronache di carcere, politici e soldati borbonici a Fenestrelle, forzati, oziosi e donne di malaffare, Torino, Editrice Il Punto, 2012) che nega qualsiasi maltrattamento nel forte in danno dei borbonici.
'Forse' anche perché di quel nonno di nonna Paola (che fu nonna di Rosa la Rossa) il libro riporta soltanto il nome, Turiddu, che però, come molti sanno, è un nome da opera lirica verista e non da Archivio Storico.
Ma l'autore del libro, trincerato dietro il Liberamente ispirato alla vita di Rosa Auciello, può concedersi e si concede queste ed altre licenze storiche; perché «Nessun rimpianto» non è un libro di storia ma una biografia molto romanzata e molto diversa dalla biografia puntuale di Rosario Migale uscita per «Città del Sole» nell'anno 2010.
Il punto di vista narrativo è quello di un'autobiografia «in prima persona» che l'autore simula egregiamente, un «salto di genere» che si mantiene costante in tutto il racconto ed è fondato sulla militanza politica e sociale della protagonista.
Militanza che non è la «scelta di vita» dei patriarchi della sinistra italiana ma è diretta conseguenza della condizione umana di Rosa; nata da madre anch'essa «cavia della storia» a sua insaputa, si sposa a 14 anni, vive con la suocera nelle baracche di legno di un quartiere messinese, un residuo della beneficenza universale che era seguita al terremoto del 1908, che è costretta a difendere con denti ed unghie dal progetto di demolizione portato avanti dal comune.
Da quella lotta, dalle denunce per resistenza alla forza pubblica e dal processo che ne seguì (in cui fu difesa da Angelo Gracci, avvocato e partigiano di Firenze: «… ci ha trasmesso la dignità, e la passione politica, la capacità di lottare, lo spirito critico, il coraggio intellettuale, lo spendersi nell'impegno con umanità e amore. Uomo d'altri tempi …, un maestro di vita e un padre, un uomo prezioso nell'agire politico e civile», pp. 102.103) che sono tanta parte della narrazione, si dipana la storia politica di Rosa Aucello che attraversa l'arcipelago a sinistra del PCI, qui approdando per tempi più o meno lunghi (PCdI-ML Linea Rossa e Rifondazione Comunista) e lì sfiorando soltanto gli attracchi (Lotta Continua, Servire il Popolo).
Tante battaglie di cui è ausiliare di gran pregio un ciclostile regalato ai combattenti messinesi da Angiolo Gracci e soggiornato per lunghi anni a casa di Rosa che, in mancanza di sede più adeguata, era anche lo Smol'nyj di quel manipolo di coraggiosi: « … tante volte ci si ritrovava a casa nostra in via San Carlo … E le bambine erano prese da questa fibrillazione politica, dalle riunioni con dieci, venti compagni, con la casa che si riempiva di fumo … Ricordo la festa grande a casa mia quando arrivò il ciclostile … Le bambine erano entusiaste nel vedere quella macchina magica che riproduceva i documenti …», p. 58.
Ma quell'arma impropria, dono di persona che in gioventù aveva usato bene le arme proprie contro repubblichini e tedeschi, si smarrì poco dopo aver abbandonato la casa di Rosa per trasferirsi in una sede politica tutta nuova: « … rimase in casa mia fino a quando ci trasferimmo … Proprio in quel periodo i compagni trovarono una sede in via Santa Marta, dove portarono tutto il materiale della propaganda, compreso il ciclostile. Maledetto quel giorno che lo feci prendere, perché sparì in fretta senza che nessuno ne sapesse qualcosa. Tanti sospettarono Franco l'architetto … Santino continuava a ripetere che era finito nella sede del PCI di Messina», p. 61.
E la fine supposta del ciclostile anticipa la conclusione della navigazione di Rosa che, a metà degli anni Ottanta, si avvicina al PCI «l'unico frammento di organizzazione della sinistra rimasto in città», p. 72. Quello è anche il periodo in cui Rosa riesce a trovare una occupazione degna di questo nome, ma anche lì quante lotte con la Regione che non accreditava i soldi al Comune e questo che ritardava i pagamenti, e fa la guardarobiera e la custode di sala al rinato Teatro Vittorio Emanuele.
E Rosa, nei momenti di relax, si riscopriva a osservare incantata i 143 pannelli con i quali Renato Guttuso aveva decorato la sala del teatro: «Alzavo gli occhi alla decorazione del soffitto e guardavo il tutto in mare di Colapesce, dritto e veloce come un siluro, … sempre più giù a trovare una delle tre colonne dov'è posata la Sicilia …. Per reggere la colonna consumata dal tempo e, dunque, per impedire che l'isola sprofondasse», p. 74.
E al recensore sia concesso, in chiusura, di liberamente immaginarsi che all'orecchio di Rosa risonassero in quegli attimi i versi di un canto popolare, riproposto da Otello Profazio, in cui il leggendario nuotatore così risponde alla chiamata del Re:
Maestà, Maestà
Sugnu ccà, sugnu ccà
Nt'a lu fundu di lu mari
Chi non pozzu cchiù tornari
Vui pregati la Madonna
Staju reggendu la colonna
Ca si no si spezzerà
E 'a Sicilia sparirà.