Rimpiantu amaru di Pasquale Cavallaro, ovvero Priapo al chiodo

Rimpiantu amaru di Pasquale Cavallaro, ovvero Priapo al chiodo

cavallaro

È una irreversibile legge naturale che impone a «masculi e fimmini» di una certa età la riduzione e poi la quiescenza dalle attività produttive e riproduttive.

Per l'Homo Erectus la quiescenza erotica è fonte condivise lamentazioni; anzi, si potrebbe dividere la parte maschile del genere umano in due metà: una compiaciuta perché eretta e l'altra che, smarrito quel dono, vive nell'autocompianto per la «caduta».

Le digressioni sopra questo tema attraversano le diverse classi sociali e spesso si riflettono sia nella poesia che in altre forme meno nobili come i proverbi: quandu si yaza a testa i sutta chiddha i supra non raggiuna cchiù, ove si mettono in alternativa l'amore e il sesso (a testa i sutta) con la razionalità (a testa i supra), simili  al cavallo nero e il cavallo bianco della biga alata platonica.

L'asincronia tra le due teste si ha per eccesso, quando l'una prevale sull'altra, ma anche per difetto: si veda, in uno dei tanti sonetti di Giorgio Baffo (Venezia 1694-1768), il rimprovero della testa superna all'altra perché, causa impotenza senile, non risponde al suo ruolo (… in cos'hogio peccà? / Cosa t'hoi fatto mai? Respondi a mi, / Che non ti vuoi tirar gnanca un fià?/ Dopo ch'ho fatto tanto mì per tì …).

In Calabria la condizione di quiescenza corrisponde ad un'ora: i sei e menza. Quando le «pudende» maschili assumono stabilmente la posizione delle 18,30  ogni speranza di risurrezione è perduta:

 Acconzami u riloggiu, riloggiaru
avi tant'anni chi non cangia l'ura.
  Jocu no nc'è bisognu i consatura: 
 faci i sei e menza e no nc'è cchiù riparu. (Enotrio Pugliese, in S. Gambino, Calabria Erotica, RC 2011, 258)

Occorrerebbe che di tanto in tanto la lancetta più lunga si sollevasse, almeno fino alle ore 18,45, perché fosse evitata l'irreversibile catastrofe: «Quandu piggia la calata, / ogni cosa poi finisci: / stu magghiolu, caru miu, / mò ti servi sulu u pisci» (Lino Bulzoni, ib., 283). 

Questa sfasatura cronologica di un quarto d'ora (18,30-18,45) racchiude il dramma interiore e universale dei «masculus erectus», donde la scissione tra Ego e Alterego di cui si stava dicendo.  

Anche Rimpiantu amaru (p. 15) di Pasquale Cavallaro è un canto sulla decadenza erotica espresso in un patrimonio linguistico-concettuale molto ricco e sofisticato.

Dal punto di vista strutturale la composizione misura 28 versi, equivalenti a due sonetti: infatti la disposizione prosodica presenta in entrambe le parti, contrassegnate dai numeri romani I e II, le due quartine con la rima alternata (ABAB - ABAB)  seguite dalle due terzine a struttura CDCDEE: sembra uno dei tanti modi di gestire in rima le due terzine finali di ogni sonetto, con due rime alternate CDCD, chiuse dalla rima baciata EE.

In realtà le due parti, lungi dall'essere autonome, presentano legami diretti di rima e di significato.

Infatti la rima di chiusura del primo sonetto (EE, pezziju – sbiju) si lega al 1° verso del secondo sonetto e si mantiene in entrambe le quartine: EFEF – EFEF.

Questo legame rileva anche ai fini del contenuto: è noto infatti che ogni sonetto viene diviso in una fronte, sviluppata  nelle due quartine, che racconta un tema o introduce una questione che poi viene risolta nei versi seguenti denominati sirma (dal greco Surma, strascico) che contiene la morale o la risoluzione della questione. 

In realtà le due terzine del 1° sonetto sono anch'esse descrittive come le quartine d'apertura e le quartine del II sonetto mentre la svolta moralistica e  riflessiva è rinviata alle due terzine del secondo sonetto.          

     Per quanto riguarda la fabula, Cavallaro si muove dalla metafora cacciatore-quaglia e lungo il crinale che va dalla fase produttiva, quando con ogni colpo di fucile veniva stesa una (una la botta, si nescianu a tiru), a quella in cui i colpi non furono più efficaci per via delle polveri bagnate (la purvari perdiu lu vecchiu tiru) lasciando dunque che le quaglie, non più cacciate, abbondassero (Cchiù stettiru li quagghi e cchiù abbundiru).

            E mentre le quaglie, dopo aver svernato, in primavera nidificano tranquillamente nei campi incolti e fioriti (pe-lli margi a hiuri) e in mezzo al grano maturo e ondeggiante (e 'nta lu mari di lu megghiu ranu), il cacciatore si sente in cuore lo struggimento (pezziju,  letteralmente con l'animo fatto a pezzi) di chi ha perso il bene ed ogni spasso.  

I
Na vota cacciaturi era pur'eu
e li quagghii sapìa pemmu li smiru:
criditi comu fussi avanti a Ddeu:
una la botta, si nescianu a tiru.
Poi, sarv'ognunu, pe castiju meu,
la purvari perdiu lu vecchiu tiru:
e 'mbatula pe mmia, santu pardeu!
Cchiù stettiru li quagghi e cchiù abbundiru.
Mo' di l'aprili pelli margi a hiuri
e 'nta lu mari di lu megghiu ranu,
culla passioni di lu primu amuri,
sbernianu li quagghii a manu a manu …
ed eu 'ncori mi sentu lu pezziju
di cu' perdiu lu beni ed ogni sbiju.

La seconda parte si apre con l'amante che, quando le pecore si dispongono a cerchio sotto l'ombra degli alberi (lu miriju, «luogo del riposo pomeridiano del gregge all'ombra degli alberi, nelle ore più calde dei pomeriggi estivi», Damiano Bova, Dizionario etimologico del dialetto bivongese, ad vocem), ripensa alle amate-quaglie con pena e desiderio ad un tempo; si controlla (mi tastiju, letteralmente mi tocco) per vedere se è in grado di insidiare ancora qualcheduna delle amate e chiede al cielo di intervenire in questa attività ( mu mi nduna, verbo non censito dai dizionari dialettali calabri ma che significa «procedere per induzione, raccogliendo le esperienze sensibili in una conclusione, come il verbo filosofico in-uno-ducere, indurre»). E se vede qualche luce ('ncunu lustru) in fondo al tunnel fa voto di poter alzare il pennone fino ad appoggiarsi sulla luna.

E siamo giunti all'epilogo, alla sirma di cui si diceva sopra: nel primo terzetto ritorna la doglianza generica di errore del Patreterno in ordine al recesso funzionale della «testa di sutta»: o Dio si è sbagliato al momento della creazione oppure un genio cattivo gli ha cambiato gli appunti in base ai quali egli stava operando.

Anche il tema dell'error in generando,  ricorrente della letteratura di genere, è espresso in modo magistrale nel sonetto Rimprovera la natura di Giorgio Baffo (op. cit., p. 78) ove si ricorda che la natura fu generosa nel dotare l'uomo di organi ripetuti o molteplici (occhi, orecchie, mani, piedi,dita) e micragnosa quando si trattò di dotarlo dell'organo che era fonte di indescrivibili ma non interminabili piaceri.

L'ultima terzina è un vero e proprio colpo di genio metaforico: il poeta, che sapeva per esperienza diretta quanto difficile fosse (la 'mprisa, l'impresa) ricorrere contro sentenze di condanna nel merito davanti alla  Corte di Cassazione o addirittura ottenere la revisione di un giudicato, evoca la possibilità che in ordine al sonno erotico un buon avvocato possa operare il miracolo.

Una chiusa iperbolica che lascia trapelare chiaramente l'irreversibilità della condizione maschile a fronte dell'ordine naturale.

II
E puru ancora, quando a lu miriju
s'adagianu li pecuri a curuna,
eu ripensu cu pena e cu disiju,
li quaghhii di 'na vota ad una ad una.
S'avanza pocu purvari tastiju
 o allu celu mi votu mu mi 'nduna
e si pe sorta 'ncunu lustru viju,
fazzu vutu c'appoiu nta la luna.
Certu lu Patreternu è Patreternu,
ma 'ntra stu fattu s'ebbi di sbagghiari,
o puru nci scanciaru lu quadernu …
Vidimu  n'abbocatu mu sa fari,
la 'mprisa mu la porta 'ncassazioni,
o, megghiu, mu 'ndi fa la revisioni.