L'Amore è un orto in mezzo alla fiumara: I Canti del popolo reggino di Mandalari (1881)

L'Amore è un orto in mezzo alla fiumara: I Canti del popolo reggino di Mandalari (1881)

roghudi

L'amore è un orto in mezzo alla fiumara Voci ed immagini femminili nei canti d'amore roghudesi

Nella raccolta di Canti del popolo reggino di Mario Mandalari (Napoli 1881) compaiono 15 Canti greco-calabri di Roghudi raccolti qualche anno prima e riveduti e annotati per l'occasione da Giuseppe Morosi.

La donna, nella sua dimensione di amata-amante, desiderata per consorte o sognata come partner erotica, è il motivo ricorrente di molti di questi canti ove recita in proprio oppure vi compare riflessa nell'immaginario maschile.

Voci dirette
Seguiamo alcune composizioni che a noi sembrano chiaramente femminili, a partire dalla prima nella quale gli otto versi sono in rima e in lingua alternata: quelli dispari sono in greco-calabro e quelli pari in dialetto calabro-romanzo; il settimo degli ultimi due è non rimante mentre l'ultimo riprende la rima coi versi pari:

To scero certa ti esù me gapai?
No lu criju, no, no, pe ffidi mia.
Me (tus) addhu esù pezi ce ghelai
E cu mmia mustri tanta tirannìa.
Ithela na erto essena eci pu pai
C'ogn'ura moru si non viju a ttia
Na sula prama s tin cardia su fero.
Ustinatu penseru eu su cu ttia
So per certo che tu mi vuoi bene?
Assolutamente no, in fede mia!
Con gli altri tu giochi e ridi
E con me mostri tanta tirannia.
Con te vorrei venir dove tu vai
muoio ogni ora se con te non sono
Una sola cosa porto nel cuore:
Un pensiero ostinato sono per te.

Interessanti dal punto di vista lessicale al verso 3 pezi e ghelai, risalenti rispettivamente al greco classico paìzô (gioco) e gelàô (sorrido, rido), e, ad inizio del verso 5, ìtela na erto, vogghiu mi vegnu, cioè voglio venire, da thelô, voglio; o come traduce meglio Rohlfs, vorrei venire (Lexicon  graecanicum, sub  êlton, erta).

Nel canto V, tolti gli ultimi due versi che sembrano in discontinuità con la narrazione dei primi quattro, troviamo una ragazza che invita un corteggiatore insistente, che evidentemente gli stava facendo una serenata, a non perdere tempo:
Egò su 'pa t'ene cherò hamèno
Cherò hameno ja pi tragudài
Olo san ena cipo jenamèno
Catevenni o potamò ce to halài
Il canto, emendato da superfetazioni aggregate ai versi dispari, mette in luce la limpidezza metrica di quattro endecasillabi perfetti (anche il quarto lo è considerando la doppia sinalefe Catevenn'o potamò ce t'halài) a rima alternata (ABAB).

Eu ti lu dissi ch'è tempu perdutu
Tempu perdutu pe l'omu cantanti
Tuttu èsti comu ortu ben chiumpùtu
Chi la chiumara si lu mpaja avanti.

Interessante l'anafora (o lascia e prendi come lo si voglia chiamare) dalla seconda metà del primo verso alla prima metà del verso successivo e la metafora del 3° verso in cui gli approcci dell'uomo vengono definiti come un orto (cipo, greco classico kêpos, quello di Epicuro) che la fiumara (o potamòs) travolge (chalai, greco classico Chalazô) scendendo a valle.

Occorre tenere presente che a Roghudi, ma anche altrove, chi non aveva a disposizione terreni irrigui creava degli orti estivi nei corsi della fiumara, che venivano facilmente distrutti al minimo acquazzone; naside venivano chiamati questi orti da fiumara, dal greco dorico nêsis-ìdos, piccola isola (kleine Insel) ma anche «terreno fertile lungo il letto di un fiume» (Rohlfs, Lexicon Graecanicum, ad vocem). Donde la bella metafora della canzone che paragona l'amore a quegli orti che potevano sì dare frutti adeguati ma erano estremamente precari.

D'altra parte non può essere casuale che un testo di tal genere sia stato prodotto a Roghudi, vera e propria mesopotamia leopardiana tra l'Amendolea e la fiumara di Furrìa.

Anche il canto XIII della raccolta, di cui è arcinoto e fondamentale il distico di esordio, è un canto femminile di rimpianto:
Oli mu leghu «Traguda! Traguda!»
Ce emmena em mu vijenni asce cardìa.
Na tragudìu ta kalà garzugna,
cini ti vijennu a spassu ti vradia.
Oli mu legu «Mavri miceddhugna!»
Emise, ehome, emì i ponocardia.

Tutti, dunque, la esortano a cantare ma a lei il canto non gli sgorga dal cuore. Che cantino dunque i baldi giovinotti, quelli che vanno a spasso nella sera. Tutti le dicono «Povera ragazza!» ma il mal di cuore che dà la solitudine (pono-cardìa) lo cnosce solo lei.

Forse, se le fosse stato concesso di andare a spasso la sera, avrebbe cantato.

I versi sono tutti endecasillabi a rima alterna, con l'eccezione del primo; ma forse gli ultimi quattro versi sono posticci, aggiunti in tempi meno remoti  come lascia pensare quel rimpianto per l'andare a spasso degli altri giovani che non deve essere molto risalente nel tempo. 

Immagini femminili riflesse

Nel canto quarto della raccolta di Morosi, sei endecasillabi a rima alterna, viene rappresentato uno scambio di battute tra due giovani.
Tema: la sorella di uno dei due che l'altro vorrebbe portare a spasso di giorno e restituire alla casa paterna la sera.

La risposta, manco a dirlo, è una minaccia di morte.
Ela, messere, dommu tin leddhassu
Oli mu leghu t'immo singhenissu.
Ego asce imera su tim perro a spassu
Ti vradìa tin delègo s ti monissu.
R.:«Me tin leddamu esù stèchise arrassu
M'an de, teglionni viata ti zoissu.

C'è nella canzone una sovrabbondanza di possessivi enclitici (Leddha-ssu , tua sorella, singheni-ssu, tuo cognato, moni-ssu, la tua casetta, leddà-mu, mia sorella, zoi-ssu, la tua vita) che facilitano le rime dispari e le assonanze con i versi pari. Interessanti l'arrassu del penultimo verso, trattato con sufficienza da Rohlfs e spiegato da G. Battista Marzano con etimologia dal greco rassô o arassô, urto, spingo via (Dizionario etimologico del dialetto calabrese, Lecce 2020, ad vocem), e il teglionno, greco classico teleô, neogreco teleionô, finisco.
Al primo verso messere, anche misseri, parola romanza che significa suocero (Rohlfs, Nuovo dizionario dialettale della Calabria, ad vocem) mentre il resto del dialogo sembra avvenire con il fratello della ragazza (singheni-ssu); il Morosi, per non sbagliare, mantiene la parola nella traduzione.
Vieni, messere, dammi tua sorella:
tutti mi dicono che son tuo cognato.
Io di giorno te la porto a spasso
La sera te la porto a casa tua.

R. «Con mia sorella tu statti alla larga,
sennò finisce presto la tua vita».

Il canto VII di Morosi fu pubblicato per la prima volta di Karl Witte (Lochau 1800- Halle 1883) nel 1821 che fu il primo a rivelare al mondo degli studiosi l'esistenza dell'isola ellenofona in Calabria.
Il testo di Morosi non è lineare: noi presentiamo la versione data da Giovanni Andrea Crupi (La glossa di Bova, Roma 1981, pp. 7-8) che è corredata da una bella traduzione dell'autore in dialetto calabro-romanzo:
Iglio t'olo ton gosmo porpatì
An do levanti sto ponenti pai,
cini ti telo egò'su ti cchorì,
chieretamuti ce vre a ssu jelai:
peti ti tin gapao parapoddhì
an din memoria dem mu guenni mai
m'an ecini ja 'mmena e ss'arotì
paramithia na mi echi mai.
Suli ki tuttu lu mundu camini
Di lu levanti a lu ponenti vai
Kiddha chi vogghiu eu tu la vidi,
salutammilla e vidi si tti ridi:
dinci chi l'amu assai assai,
di la memoria non mi nesci mai,
ma si iddha pe mmia non ti spia,
cunsulamento non mi ndavi mai.

Due segnalazioni lessicali: porpatì del primo verso viene da verbo classico peripatô, (cammino, passeggio) e ricorda il perìpato aristotelico, mentre paramithia viene da para-muthia, consolazione (attraverso le fiabe, muthoi, Lexicon Grecanicum, ad vocem).