L'ANALISI. Mattarella, Draghi e lo scontro dei partiti sul futuro del paese

L'ANALISI. Mattarella, Draghi e lo scontro dei partiti sul futuro del paese

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Il 3 agosto (praticamente, domani) scatterà il semestre bianco. Mattarella non potrà più sciogliere il Parlamento. Un divieto dei costituenti per impedire al presidente in carica di sciogliere le Camere per sostituirle con Grandi Elettori più disponibili alla sua rielezione. In passato nessun presidente è stato rieletto. Unica eccezione, Giorgio Napolitano che, contrariamente alla vulgata diffusa, non aveva alcuna voglia di restare al Quirinale. Accettò per mancanza di soluzioni e pressioni bipartisan e si dimise appena l’ingarbugliata situazione politica iniziò ad appianarsi.

Mattarella è stato sempre contrario alla rielezione. Soprattutto, alla sua. Non l’ha mai detto, ma ha fatto di più. Ha apprezzato ripetutamente la riforma vagheggiata dal suo predecessore Antonio Segni: abolire il semestre bianco vietando però la rielezione immediata del presidente uscente. Insomma, impedire le manovre senza condizionare chi lavora per la Repubblica. Quello di Mattarella è stato un modo per comunicare a tutti la sua contrarietà ad essere rieletto. Anzi, per impedirla. Ma la storia, notoriamente, non accetta limiti alla fantasia ed ha costruito – grazie a un errore dietro l’altro dei partiti italiani - una situazione che non potrà essere ignorata quando bisognerà eleggere il nuovo presidente della Repubblica (gennaio, 2022).

L’Italia è infatti reduce da una guerra con decine di migliaia di morti provocati dal covid e dalla quale solo ora inizia (forse) ad uscire. Come dopo ogni guerra la situazione è drammatica e la crisi economica disastrosa. Ma paradossalmente proprio questo sprofondamento potrebbero consentire all’Italia di diventare un grande paese democratico dell’Europa democratica. Per questo arriveranno col Pnrr, se non faremo errori, tantissimi soldi, vincolati però a una condizione pesantissima: non dobbiamo sprecarli, devono servire per riaggiustare il paese, far crescere il Pil, far dell’Italia uno dei motori di un’Europa democratica e liberale nuovamente tra gli attori protagonisti della politica mondiale. Per prima cosa i soldi del recovery plan, dovranno servire per unificare Nord e Sud come l’Italia non è riuscita a fare dal 1860 a oggi. Secondo, per costruire un paese con una giustizia trasparente, rapida e funzionante. Terzo, modernizzare e semplificare con strutture e servizi all’altezza del futuro che preme nel mondo globale.

Ma chi ci dà i soldi vuole garanzie che non li disperdiamo sprecandoli tra furbi, chiacchiere e promesse. Le garanzie, l’Europa che dà i soldi, le vuole da Draghi che è uno di cui si fida perché già in altre occasioni ha acciuffato l’Europa e l’euro dai capelli impedendo che s’affogassero. Piaccia o no (e a molti non piace) questa è la situazione.

Se si tiene presente il contesto, la domanda è semplice: c’è un uomo politico in Italia, oltre a Draghi, che abbia e/o soprattutto goda, in Europa, dello stesso credito e possa gidare il Governo? Non c’è. Draghi, quindi, non può lasciare il suo incarico di presidente del Consiglio. Con buona pace di Giuliano Ferrara che sul Foglio di qualche giorno fa l’ha eletto prestigioso successore di Mattarella perché dal Quirinale, durata 7 anni, realizzi meglio il mandato europeo. Per non dire di Salvini e/o Meloni che una dichiarazione sì e una no raccontano cosa faranno appena andranno a dirigere il Governo, facendo crescere in Europa paure e timori. E per non dire dei loro avversari del centrosinistra e del populismo pentastellato che oscillano tra incertezze, privi di strategie comprensibili.

La seconda domanda è altrettanto strategica: Draghi resterebbe politicamente forte come ora se al Quirinale vi fosse un presidente diverso da Mattarella? Sanno tutti che senza la lucidità e la determinazione di Mattarella, Draghi non avrebbe fatto il presidente del Consiglio: saremmo andati al voto o avremmo prolungato un andazzo che alla fine ci avrebbe tagliato fuori dal grande disegno europeo. Per l’Europa la garanzia è Draghi e per Draghi la garanzia è Mattarella. Il binomio, almeno fino alle prossime elezioni politiche, è inscindibile. Senza Mattarella le garanzie per Draghi e quelle di Draghi per l’Europa riceverebbero un colpo. Per questo lo scenario più augurabile per l’Italia è, fino alla scadenza naturale della legislatura (2023), una presidenza del Consiglio di Draghi insieme a una presidenza della Repubblica di Mattarella. Rieletto.

Ci sono forze potenti e diffuse nel paese che hanno interesse a far saltare questa ipotesi. Il moltiplicarsi dei retroscena sulle prossime elezioni presidenziali non è soltanto un innocente e legittimo interrogarsi su come andrà a finire. Gli ambienti più accorti del paese capiscono che se questo percorso dovesse veramente innescarsi sarebbe difficile impedire un crollo di vecchi potentati e interessi a partire da quelli che si sono cementati nei partiti.

Del resto, se Draghi vorrà raggiungere risultati dovrà promuovere e facilitare un rinnovamento molto più largo di quello previsto dai suoi immediati obiettivi. Servirà il rapido affacciarsi di nuove generazioni e nuovi protagonisti nella politica, nei centri di potere, nella giustizia, nella burocrazia, nell’informazione. Perché una rivoluzione come quella che ci viene chiesta, ha bisogno di tutto questo.