L'INTERVENTO. Pd, ci vorrebbe un bel congresso

L'INTERVENTO. Pd, ci vorrebbe un bel congresso

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La sensazione che in fin dei conti al Pd la situazione vada bene così com’è con la fiducia che per inerzia i risultati verranno, dunque meglio non agitarsi troppo, è quella che colgono tutti gli osservatori politici. Ma la cosa non va affatto bene. Vediamo perché.

   La cosa balza agli occhi tanto più tutti gli altri si stanno muovendo: e non si tratta solo delle grandi manovre per il Quirinale ma di qualcosa di più strutturale, di profondo (almeno nelle intenzioni). Persino Pier Luigi Bersani, capo spirituale di un partito dalle modeste ambizioni e dai numeri altrettanto modesti, parla di una «novità» a sinistra, una cosa tipo Federazione del centrosinistra. 

Da parte sua Giuseppe Conte tenta in tutti i modi di accasarsi nei dintorni del Pd, unica áncora di salvezza per il suo M5s ormai privato del senso originario di soggetto antipolitico-antistituzionale, e ridotto ruotino di scorta vagamente movimentista e verde (?), con la Paola Taverna tra i vicepresidenti a testimoniare il ricordo dei bei tempi quando dava ai dem dei mafiosi. Ma anche l’avvocato pugliese ha avanzato una sua idea: un centrosinistra unito ma senza Carlo Calenda e Renzi. I quali, da par loro, dicono no proprio a Conte. 

  Chi è che invece non si muove? Il Partito democratico. Quella del Nuovo Ulivo da Bersani a Renzi passando per Conte e Calenda è una proposta già bocciata da tutti quelli che ne dovrebbero far parte, una suggestione che non suscita il benché minimo entusiasmo neppure – anzi, meno che mai – negli ulivisti autentici (Arturo Parisi: «Troppe condizioni sono venute meno rispetto a 25 anni fa»), che non può parlare ai giovani che all’epoca non erano nemmeno nati, e che, dulcis in fundo, non ha più la cornice del sistema maggioritario che ne è la decisiva premessa di sistema.

Letta appare piuttosto rigido nelle sue certezze a partire da quella secondo cui il bipolarismo si è rafforzato («O di qua o di là»), convinzione rafforzata dalla illusione ottica, come ha osservato Angelo Panebianco, indotta dal doppio turno, sistema di voto che nessuno prende in considerazione per le politiche nazionali; mentre dovrebbe chiedersi come mai stia tornando in auge con forza il proporzionale, anche secondo storici sostenitori del maggioritario.

  Accontentandosi di inanellare singole battaglie identitarie (ultima, quella per lo scioglimento di Forza nuova di cui oggi non parla più nessuno e non sono passati 10 anni dall’assalto alla CGIL), il leader del Pd non ha ancora avanzato nessuna proposta organica, complessiva, di sistema, politica in senso forte, né in Parlamento né nella società. 

Vero, c’è qui l’iniziativa del segretario, quella delle Agorà (peraltro tuttora abbastanza misteriose), ma che assai improbabilmente metterà in moto un qualsiasi processo politico e se va bene funzioneranno per discutere di qualche proposta concreta peraltro slegata da un contesto generale, come ha fatto osservare Antonio Floridia sul Mulino, bocciando l’idea della devoluzione all’opinione pubblica del compito, tipico del partito, di formulare proposte: «Non ci si può non chiedere, infatti, a che titolo i partecipanti a una Agorà possono essere i beneficiari questa sorta di devolution. Che legittimazione democratica possono avere 20-40 persone che si auto-selezionano e che avanzano proposte al partito? E perché mai il Partito dovrebbe o potrebbe accoglierle?».

E ancora: «Un partito non può essere un mero collettore della voce dei cittadini, il megafono di quel che vuole la gente: un partito ha il compito di formare l’opinione pubblica, di orientare il dibattito politico, di immettere idee e valori nella discussione pubblica».

Si vedrà come finirà questa iniziativa. Per il momento, tutto tace. Dunque, la tentazione in cui non vorremmo – per lui – che Letta cadesse è quella di aspettare che gli altri si scannino tra di loro (centrodestra) o esauriscano del tutto la spinta propulsiva (M5s), sedando il dibattito interno e facendo mostra di apertura tutta politicista (il Nuovo Ulivo) invece che produrre idee e individuare una strategia vincente per le prossime elezioni (qui sta il nodo irrisolto del rapporto tra Pd e Mario Draghi). 

Ci sarebbe materiale da discutere in un bel Congresso. Perché se sulla destra si avvicina la buriana, è illusorio pensare che al Pd possa andar bene la grande bonaccia e incedere sottocosta a motore spento. Ma quel bel congresso non si farà, statene certi. Se pensiamo a quanto sta avvenendo, cioè non sta avvenendo, in Calabria viene voglia infatti di lasciare perdere tutto: manco il tesseramento è realmente iniziato da queste parti! E senza iscritti e regole certe su chi può partecipare e votare altro che congresso! Il commissario Graziano resterà a vita (nonostante dice il contrario)!