La Calabria e il RE nudo di Cristina Liotta

La Calabria e il RE nudo di Cristina Liotta

Il re nudo       di GIUSEPPE GANGEMI* - Nel 1837, Hans Christian Andersen pubblica un racconto dal titolo “I vestiti dell’imperatore”. La storia è troppo nota per ripeterla, ma l’ingenuo ottimismo del tempo faceva pensare che, se un giovane innocente dice la verità (il re è nudo!), questa viene creduta da tutti. Qualche tempo dopo, nel mondo giornalistico statunitense si è diffusa un’altra ottimistica visione che così viene sintetizzata: “se in un dibattito politico, qualcuno mette in gioco la verità, questa finisce sempre per rivelarsi a tutti e prevalere sulle non verità”.

Giorno 9 febbraio, una quindicenne di Reggio, Cristina Liotta, ha scritto questa verità, non la sua verità, ma la verità di tutti, descritta con le parole di chi guarda dal punto di vista della spontaneità e dell’innocenza. L’ha scritta su Zoomsud. Ho aspettato più giorni per vedere se riusciva a prevalere, come nella fiaba di Andersen o nel mito del giornalismo statunitense.

Non è successo! Nessuno ha ripreso o rilanciato il suo discorso. Mi permetto di farlo io, sperando di non tradirlo.

Cristina Liotta, sostiene tre punti principali: 1) gli studenti e gli adolescenti come me sono la chiave per aiutare la città a risollevarsi; 2) si debbono ascoltare tutte le idee e realizzare subito le più semplici; 3) Reggio non è di pochi, ma di tutti.

Sul punto primo, mi permetto di dare un suggerimento: si sa che la Calabria, con le reti di relazione della politica, riesce a spendere solo il 25% dei fondi europei. Per il prossimo settennio, come minimo la politica dovrebbe impegnarsi a mettere il restante 75% a disposizione dei giovani che abbiano idee su come spenderli dando lavoro ai giovani. La politica non ci rimetterebbe niente e una proposta simile (quanto rientra nei “bollenti spiriti”) è stata portata avanti dalla Puglia di Vendola e ha prodotto grossi risultati.

Sul punto secondo, lo trovo un invito a smettere di litigare tra che è di destra e chi è di sinistra o di centro e concentrarsi sull’obiettivo di ascoltare tutti, prendere le idee migliori di ciascuno e realizzare quelle più semplici.

Sul punto terzo, mi permetterei di osservare che è un invito a smettere di concentrare sempre la propria attenzione sui pochi, cioè sul Presidente della Regione, sui suoi avversari, interni ed esterni, sull’èlite insomma, e sui loro interessi legati alle loro strategie di rielezione: elezioni, proiezioni elettorali, sondaggi, gossip sui conflitti interni ai partiti, etc.

La scienza politica italiana (che vive di sondaggi, di analisi delle beghe interne ai partiti e tra i partirti e di proiezioni elettorali) si è clamorosamente suicidata nell’agosto del 2011. In quel mese, uno dei più intelligenti scienziati della politica italiana, Angelo Panebianco, dalle pagine del Corriere della Sera, ha accusato quanti operavano per realizzare una politica che seguisse le indicazioni dell’Europa, cioè quanti erano delusi dalla politica di Berlusconi, che da un anno negava l’esistenza della crisi, di essere espressione dell’antipolitica di élite. Il concetto era nuovo e ha suscitato scalpore tra gli addetti ai lavori. Una settimana dopo sullo stesso Correre della Sera si è preoccupato di reagire all’accusa nientemeno che Mario Monti.

Da qualche giorno, Alan Friedman, con il suo recente scoop sulle manovre politiche di giugno e luglio 2011, ci ha spiegato chi Panebianco avesse messo tra gli antipolitici di élite: il Presidente della Repubblica in carica, Giorgio Napolitano, il futuro Presidente del Consiglio, Mario Monti, un ex Presidente del Consiglio ed ex Presidente della Commissione Europea, Romano Prodi e chissà quanti altri.

Una battuta corre, in questi giorni, tra la minoranza degli studiosi di scienza politica che non si interessano di elezioni: “ci sarà pure un collegamento tra il fatto che gli scienziati della politica si interessano solo di elezioni, sondaggi e proiezioni elettorali e il fatto che questo Paese non riesca ad uscire dalla melma in cui è finito?”.

La battuta può essere rivolta anche alla Calabria, sulla base della constatazione di Cristina Liotta che suggerisce che Reggio (e la Calabria) non è di pochi ma è di tutti: “ci sarà pure un collegamento tra il fatto che in Calabria si parla solo delle beghe e dei gossip relativi ai pochi e il fatto che si sia creata una situazione di disperazione per tutti (soprattutto giovani)?”.

*professore ordinario, UniPadova