Caro Fava ma l’Antimafia-pennacchio l’alimenta la politica

Caro Fava ma l’Antimafia-pennacchio l’alimenta la politica
antimafia    Caro direttore, la scelta che hai fatto, rilanciando il fondo di Claudio Fava pubblicato dal Foglio, ravviva il dibattito sulla crisi dell’antimafia - a cui il tuo giornale contribuisce da tempi non sospetti – e ci costringe a non derubricare come un fatto del passato il monito del vicepresidente della commissione bicamerale. L’autocritica del politico e del giornalista, quando scrive “penso che di questa fioritura di pennacchi siamo un po’ tutti colpevoli” – se può essere un buon punto di partenza, un invito a un reset generale in vista di nuove pratiche politiche e altri racconti giornalistici, comunque non basta a farci dormire sonni tranquilli per il futuro. Non serve, cioè, un’amnistia generale per evitare colpe che sono sempre in agguato, che saranno sempre in agguato visto che al fenomeno di una certa incrollabilità delle mafie, purtroppo, ci siamo abituati e, di conseguenza, ci porteremo con noi a lungo anche le antitesi che gli sono proprie.

Fava indica nell’asciuttezza della cronaca la caratteristica da far prevalere nella futura simbologia della lotta alla mafia, ed è un invito che egli fa esclusivamente ai giornalisti – mi pare – o comunque ai comunicatori dell’impegno antimafia, siano essi massmediologi, insegnanti di scuola, uomini di cultura e dell’associazionismo. È importante questo appello, ma, ritengo che occorrerebbe andare più in profondità: prima di tutto è fondamentale seccare i pozzi che in questi anni hanno reso necessariamente pomposo il racconto.

Si cadrà nello stesso vizio, della retorica quando va bene e della sfacciata bugia quando va male, se non si comprende che il paradigma va fatto saltare per intero e in questo i giornalisti hanno grosse responsabilità: il contrasto alle mafie non è la “lotta del bene contro il male”, ma è “soltanto” un’urgenza democratica, sempre uguale da almeno 30 anni nel nostro Paese, che non si deve affrontare con l’approccio dello schieramento o della fazione, semmai con quello del rigore della legge e dei comportamenti civili.

Voglio dire che nel racconto dell’antimafia abbiamo ucciso il dubbio e il distinguo, non per pigrizia o sciatteria, ma solo perché la scena non è fatta per gli aspiranti stregoni ma è dominata, pena l’esclusione, da troppi “sacerdoti del bene” che non puoi contraddire quando sono impegnati nei loro riti, siano essi una conferenza stampa, una marcia o un convegno a scuola. Fa bene Fava a stuzzicare una riflessione sulla semantica, “non usiamo più il termine antimafia” esorta, ma non è un problema di linguaggio quello che abbiamo, quanto piuttosto un problema politico grande come una casa.

E qui arrivo al secondo sforzo incompleto del vicepresidente Fava, che mi è sembrato buttare la croce sui giornalisti, indicando perfino le “buone pratiche” che devono seguire, dimenticandosi di altri pezzi della “filiera del pennacchismo”.

La lotta alle mafie è fuori da ogni agenda nazionale, e nelle regioni come la Calabria – dove invece dovrebbe essere il pane quotidiano di tutti – assistiamo alla radicalizzazione dei “sacerdoti del bene”: siano essi magistrati, giornalisti o comprimari vari, approfittano di uno spazio lasciato colpevolmente libero dalla politica. Se dunque l’appello all’asciuttezza che fa il Fava-giornalista mi convince, nel senso che ne capisco la genuinità, allo stesso tempo trovo che il suo limite metodologico – quasi come una sorta di alienazione dalla quotidianità delle redazioni giornalistiche in terre di mafie, scadenzata dalle operazioni antimafia – rischi di assolvere troppo velocemente anche la politica, a Roma come in Calabria.

Mi preoccupo, cioè, non dell’orfananza del termine antimafia ma delle sue future declinazioni. Conosco, perché ne ho scritto, paladini dell’antimafia che tutti sapevano esser patacche e mi chiedo: essendo ancora in auge, cosa ci garantisce che non tornino sul luogo del misfatto, come sempre “sacerdoti tra i sacerdoti del bene”? Ecco perché penso che il tema dei pennacchi sia una questione politica, non tanto di descrizione giornalistica come è sembrato voler dire Fava.

Noi giornalisti possiamo e dobbiamo essere asciutti, evitare fronzoli, raccontare storie semplici, uscire dagli schieramenti. Ma la strumentalizzazione politico-sociale di quel racconto, quella fame forsennata di eroi, non la risolviamo cambiando un titolo o tagliando un pezzo. Per ridurre il potenziale mefitico dell’approccio “lotta tra bene e male”, la prima azione è quella che compete ai politici: che di “pennacchi”, in questa epoca senza partiti veri e con ideologie finte, certamente sono più ingordi di tanti altri “sacerdoti narcisi”.