
di PASQUALINO PLACANICA -
Ferragosto 2014, ore 22,00 circa. Sono giunti dalla Turchia, profughi siriani, fuggiti dalla guerra. Sessanta anime su una barca da diporto stracolma, davanti al Lungomare Cicerone di Lazzaro. Il motore si è fermato definitivamente ed in prossimità della riva alcuni di loro si sono tuffati in mare cercando di raggiungere la riva; sono stati soccorsi dai passanti e tutti tratti in salvo. Gli altri hanno proseguito stipati precariamente sul natante alla deriva, cercando di allontanarsi. Anche loro sono stati soccorsi. Trasferiti dalla barca alla deriva alle motovedette, adesso sono a Reggio Calabria.

Questa la notizia, sui fatti non c'è molto di più da dire. Mentre a piedi mi reco sul posto dello sbarco ascolto i più disparati commenti: da "povera gente, speriamo che vada tutto bene" a "ma che vengono a fare qui, che stiamo peggio di loro?", oppure "vengono a rubarci il lavoro", fino alla battuta ironico-cinica "sai che sono sei, quelli sbarcati? sembra che sei famiglie di qui dovranno adottarne uno", con l'interlocutrice dello scienziato di turno che lo guarda perplessa e preoccupata.
Mentre giungo sul posto, da lontano vedo una scena surreale: su un'ambulanza stanno prestando le cure ad uno dei profughi, in strada. Sul marciapiede a fianco il chiosco bar continua tranquillamente la sua attività, alcuni giovani giocano a calciobalilla come nulla fosse. La musica è ad alto volume. Sulla spiaggia, in un tratto recintato, gli operatori sanitari e le forze dell'ordine insieme ai profughi tratti in salvo. Un signore del posto esce di casa e porta una coperta. Appoggiati sulla balaustra del lungomare decine di curiosi. Anche qui i commenti sono vari, di solidarietà ma anche di dissenso e ostilità.
Non riesco a vedere in volto i migranti, sono di spalle rispetto alla mia posizione. Altre coperte vengono portate da altri residenti. La musica continua, c'è chi mangia il gelato e c'è chi parla di andare a predisporre la legna per il tradizionale falò. C'è chi si preoccupa dell'aspetto sanitario, farneticando di Ebola, scabbia e epidemie. Una signora chiede a suo marito: "ma non chiuderanno la spiaggia, vero? domani potremo scendere a fare il bagno?" I profughi vengono fatti alzare, per salire su un pulmino. Dalla spiaggia, scortati dalle forze dell'ordine, in fila indiana si avviano verso la strada; sono quattro.
Un applauso parte spontaneo verso di loro, l'interprete ringrazia sorridente; batte le mani anche qualche poliziotto. Un signore esclama: "a iddi ci battunu i mani, e a mia ieri mi volivunu ttaccari". Salgono sul pulmino, che parte e va via seguito dalle macchine della Polizia. La musica continua forte, non ha mai smesso. Chissà chi avrà vinto, a calciobalilla....
Foto di Pasqualino Placanica