di AURELIA ARITO -
Reggio è l'Italia, l'Italia è Reggio. Un laboratorio per poter dire che la legge è ineguale per tutti, una città che rispecchia ciò che è diventato oggi il paese: una realtà in cui è possibile sperimentare che «se ti racconti una bugia abbastanza a lungo finisci per crederci anche tu», dove la criminalità è diventata comune, trova scorciatoie e, come l'acqua, si intrufola dappertutto.
Con queste parole il reggino Gianfrancesco Turano, inviato speciale de “L'Espresso”, ha presentato martedì sera il suo ultimo romanzo “Contrada Armacà” nel terzo appuntamento dei Caffè Letterari del Rhegium Iulii all’Oasi Pentimele. All'incontro, condotto dalla giornalista Mimma Giordano, hanno partecipato l'autore, Lina Anzalone e Pino Bova.
«Il modo più sbagliato per descrivere Reggio – racconta Turano - è ricorrere a veicoli retorici costruiti come un vestito troppo stretto, o troppo largo, su una città che nessuno veste bene: città collusa, città che non si ribella. Così ho cercato di fare un lavoro più da sarto per capire le vere misure di Reggio».
Nella differenza tra metodo e invenzione l'autore rintraccia una chiave fondamentale per comprendere non solo Reggio ma l'Italia intera nella convizione che, fuori da qui, non esistono paradisi e che il segreto, divenuto dominante e schiacciante, ha avvelenato la vita civile. A Reggio tale sistema subisce le sue estreme conseguenze. Una città con problemi di rappresentanza in cui l'unico sottosegretario ha la delega ai servizi segreti. «È un caso? - chiede Turano - Perché la città è così importante per i servizi segreti? Reggio – spiega - è un luogo dove le cose possono succedere e nessuno se ne occupa. Anche la storia sui calabresi che non si ribellano alla 'ndrangheta – prosegue - è una menzogna. I calabresi che lo hanno fatto hanno pagato con la vita, il problema è che non gliene frega niente a nessuno».
Turano restituisce al lettore le molteplici sfaccettature della storia di Reggio, una storia cruda e oscura, fatta di contraddizioni e pervasività criminale, di verità e menzogna che si sovrappongono incessantemente per poi confondersi in una massa indistinta. A cominciare dal discusso suicidio (con il dubbio che sia finto o provocato o forzato) di una potente dirigente comunale, Oriana, e l'omicidio di un giovane parrucchiere, Rosario Laganà. Fatti noti che ci riportano indietro nel tempo, tra gli ultimi giorni del 2010 e gli inizi del 2011. E' da qui che muove il racconto, dalla storia di una vendetta privata e la ricerca disperata della verità che vede come protagonisti Demetrio Malara, professore in pensione, zio di Rosario e padre del giovane Michele vittima di lupara bianca, e Fortunato Amato, avvocato convertito all'organizzazione di eventi. Due protagonisti provenienti dal popolo, due moderni Don Chisciotte e Sancio Panza volutamente scelti tra la gente comune alla ricerca della verità. Demetrio sa che è destinato a fallire nella sua impresa, che continuerà ad incontrare dei muri, ma decide che «il rischio è bello» e prosegue nella sua lotta contro mulini a vento.
Quella che ne è emersa è una Reggio metafora dell'Italia e del mondo, un racconto che nel romanzo dispiega una verità che va oltre la narrativa combinando il rigore logico di una inchiesta giornalistica e la verità della narrazione. Poteri forti, poteri occulti, in un meccanismo che si è metastatizzato e che è, quotidianamente, sotto gli occhi di tutti. Fenomeni comuni all'Italia, ma che in Calabria hanno delle peculiarità che non consentono di districarsi nella matassa di illegalità e comprendere se, e quando, una battaglia è giusta. Il porto di Gioia Tauro, la Salerno-Reggio, lo svincolo di S. Eufemia. «Anche quando dobbiamo decidere di uno svincolo – dichiara Turano - ci dobbiamo porre il problema se serve al paese o serve agli Alvaro. Su questo sistema le 'ndrine ci sguazzano e creano il loro consenso». E così «la 'ndrangheta vincerà finché comprarsi un reggitore costerà meno caro che comprarsi uno 'ndranghetista».