Se l'antimafia diventa business

Se l'antimafia diventa business

manifestazionedi ALDO VARANO - Non sappiamo molto dell’arresto della signora Rosy Canale, il secondo simbolo dell’antimafia che cade in pochi giorni dopo Carolina Girasole. Non siamo iscritti a nessun elenco di tifosi. Per definizione non siamo né colpevolisti né innocentisti. Ci affidiamo ai giudici per avere certezze e nel frattempo sospendiamo qualsiasi giudizio.


Ma solo gli ingenui possono immaginare che in una situazione come quella calabrese l’arresto di due donne come loro, icone ricercate e coccolate dell’antimafia, possa essere iscritto tra gli atti normali. Non è così in nessun caso. Anche se dovessero risultare innocenti come due neonate bisognerebbe capire come perché procure diverse si siano fatte abbagliare così grossolanamente. Insomma, qualcosa non va.

La vicenda ‘ndrangheta negli ultimi decenni ha cannibalizzato tutte le altre difficoltà e criticità che affliggono la Calabria. La lotta per vincerla è diventata l’emergenza fondamentale nella nostra regione. Anche chi è convinto che dietro tutto questo ci siano errori e distorsioni d’analisi e culturali, e perfino che questa analisi finisca con l’aiutare il fenomeno e la sua durata, è costretto a muoversi tenendo conto degli orientamenti generali che si sono condensati attorno a questo nodo.

Nessuno può essere così furbo o tanto ingenuo da pretendere che il nodo che si ritiene centrale dell’attuale vicenda storica calabrese non diventi preda di strati sociali di chi dichiarandosi paladino di una improbabile società civile fa affari trasformando in business, da quelli milionari a quelli più modesti di poche migliaia di euro, la ‘ndrangheta.
Come tutti i fenomeni centrali della vita sociale – si pensi alla sanità calabrese o agli appalti necessari per infrastrutturale il Mezzogiorno e la Calabria - la ‘ndrangheta è diventata un affare attorno a cui si è costruito un giro vorticoso di interessi economici e di carriera poco trasparenti.
Come sempre, nelle situazioni di disagio sociale ed economico si verifica il vecchio detto secondo cui i fenomeni negativi hanno lo stesso destino dei denti: quando spuntano fanno male ma poi servono per mangiare (anzi, “magnare”).

Rinunciare all’antimafia? E’ un interrogativo privo di logica e di decenza. Ma l’antimafia non può continuare a ignorare, né è necessario avere studiato Weber, per capire che tutti i fenomeni spontanei, ed è il caso dell’antimafia, quando si “istituzionalizzano” diventano strutture a rischio trasparenza, si burocratizzano e devono trovare soldi per i burocrati, per chi ci campa e/o ci specula, per poter sopravvivere.
Nel caso della ‘ndrangheta il tutto è ancor più complesso e devastante. C’è un interesse specifico della politica ad alimentare e foraggiare un fenomeno che consente carriere, offre come nient’altro (in questo momento) visibilità, s’immagina protettivo dallo sguardo lungo della magistratura e dell’opinione pubblica, che l’antimafia, per avere credito, è costretta a coinvolgere in convegni, iniziative, tavole rotonde che costano quattrini.

Le notizie di questi giorni sono impressionanti per chi ha letto da poco “Carta vetrata” di Paola Bottero, storia di un giornalista che entra in un mondo di privilegi e danaro contante proprio facendo finta di essere vittima della ‘ndrangheta, e che in quel mondo di opportunità resta perfino quando viene smascherato come un impostore. E’ un caso che la storia sia ambientata proprio a Reggio? La Bottero non è un’indovina. Direi che è stata carta assorbente ed ha annusato quel che si annusa in questa città.

Serve un’attenzione nuova attorno all’universo antimafia. Prima di tutto da parte dell’antimafia che ci crede. E’ inquietante il fatto che le organizzazioni antimafia, che spesso mettono meritoriamente la faccia nella denuncia, si siano sempre ben guardate dal denunciare pezzi del loro mondo che non hanno le carte in regola. Convegni scintillanti, iniziative editoriali costose, progetti di università per laureare dottori in ‘ndrangheta, improbabili musei sono tutte iniziative che costano e che non sempre procedono con l’autofinanziamento.

Quando Sciascia venne accusato di infierire sui professionisti dell’antimafia (espressione per la verità da lui mai utilizzata) lo scontro era sulle idee. Il grande scrittore amato da Falcone polemizzava con l’uso politico di parte delle teorie sottese a certa antimafia. Il tempo ha dato ragione al suo spirito laico e illuminista. Oggi il fenomeno ha altri contorni: soldi, carriere, privilegi. Guai a non iscrivere questo problema nell’agenda delle cose da affrontare con urgenza.

P.S.: Mentre stiamo per pubblicare questo articolo leggiamo una dichiarazione dei Pubblici Ministeri De Raho e Gratteri secondo i quali il movimento antimafia non dovrebbe usufruire di alcun contributo pubblico e reggersi su autofinanziamento e attività volontaria. Ci pare un'ottima proposta che, senza tanti fronzoli, va al cuore del problema tentando di salvare il prestigio ammaccato dell'antimafia calabrese.