Il giorno della memoria e la Calabria

Il giorno della memoria e la Calabria

Shoah     di GIUSEPPE GANGEMI* - Legge 211/2000, Art. 1: “La Repubblica Italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, ‘Giorno della Memoria’, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

In questo articolo di legge si parla di vittime, di nazisti, di fascisti e di Giusti delle Nazioni. Non si parla, invece, di quelli che Hannah Arendt accumuna nel territorio de La banalità del male.

In questo “limbo della coscienza”, Arendt pone tre tipi di figure: uomini come Adolf Eichmann che credevano di non essere colpevoli perché si attenevano ad ubbidire alle leggi e a ciò che aveva valore di legge (gli ordini anche solo verbali del Fuhrer); Ebrei come i notabili che amministravano i ghetti dei territori occupati, collaboravano alle deportazioni per salvarsi la vita e hanno ottenuto solo di ritardare la loro personale deportazione; esponenti delle unità speciali (tra i quali i famigerati kapò) cui la direzione di un lager affidava il compito di amministrare i block e mettere in riga i deportati.

Non sembra che la cultura filosofica e politica italiana abbia assimilato la lezione di Arendt (come mostra l’elenco incompleto della legge 211/2000). Lo mostrano anche gli esempi che seguono:

  1. l’1 luglio 2003, Silvio Berlusconi, parlando al Parlamento Europeo e venendo criticato per la questione del suo conflitto di interessi, risponde accusando i critici di essere “turisti della democrazia” e propone il deputato Martin Schulz per il ruolo di Kapò in un film sui lager nazisti. La frase suscita scalpore e scandalo. Berlusconi insiste dicendo “Non ritiro quanto ho detto”. Gianfranco Fini si “differenzia” da Berlusconi, sostenendo che questi voleva solo fare dell’ironia e, quindi, non era consapevole che le sue parole sarebbero state considerate offensive. Ammette, però, che, una volta sentite le reazioni scandalizzate, avrebbe dovuto chiedere scusa. Domanda: se lo avesse fatto, la questione si sarebbe chiusa onorevolmente per tutti? Secondo Fini, sì! Secondo Arendt, no;
  2. il filosofo Massimo Cacciari ha pubblicato, nel 1986, un interessante opera dal titolo L’Angelo necessario. Nelle pagine in cui tratta di Lucifero, l’autore presenta questo angelo, condannato per l’eternità, come perennemente inchiodato al momento della sua rivolta e impossibilitato, a differenza dell’uomo, a uscirne. Cacciari descrive il rapporto tra Lucifero e l’uomo come un problema connesso alla decisione, al troppo poco tempo avuto dall’Angelo nel decidersi tra il Bene e il Male e alla sua disperazione nell’impossibilità di disporre della scelta, offerta all’uomo, di ritornare vicino a Dio. Impostato così il problema, dato che Berlusconi è un uomo e che, come tale, gli è consentito sbagliare, sarebbe bastato, come ha proposto Fini, che Berlusconi facesse ammenda (o penitenza) e il problema sarebbe stato superato? Secondo Cacciari, sì! Secondo Arendt, no!
  3. Una studentessa universitaria viene rapita in Calabria e affidata a dei carcerieri, uno dei quali giovane. Questi si invaghisce di lei. Lei gli cede perché teme le conseguenze del rifiuto e perché pensa che le sue possibilità di sopravvivenza possano così aumentare. Il giovane vive la vicenda in una situazione di banalità del male tale per cui, rilasciata la ragazza, si presenta a questa per riprendere la relazione interrotta con il pagamento del riscatto. La ragazza, ovviamente, lo denuncia;
  4. Al tempo dei sequestri, alcuni sequestrati sono riusciti a liberarsi e fuggire dalla prigione in cui sono tenuti. Vagando per i boschi dell’Aspromonte, incontrano dei pastori cui chiedono aiuto. I pastori, pur non appartenendo alla banda di sequestratori o a quella dei carcerieri, riconsegnano i fuggitivi ai personaggi di rispetto che controllano l’industria dei sequestri.

Tutti questi sono esempi di banalizzazione del male, in una chiave di lettura della Shoah che Arendt ci ha insegnato a leggere non solo come una tragedia del razzismo, ma anche come una tragedia di tutte le situazioni in cui, pur essendo la dignità umana sistematicamente violata e calpestata, il male viene giustificato e banalizzato fino a fornirgli spontanea collaborazione.

Non è che, per caso, quanti distinguono tra Onorata Società (le vecchie Mafia, ‘Ndrangheta e Camorra), che avrebbe avuto un codice d’onore, e attuali Mafia, ‘Ndrangheta e Camorra, che non lo avrebbero più, stiano tentando, oggi, per il nostro Meridione, un’operazione culturale di banalizzazione del male? Perché, poi, è a questi ultimi (i nuovi personaggi di rispetto considerati “senza [codici di] onore”) che viene fornita, a volte, disinteressata collaborazione (vedi l’esempio dei sequestrati riconsegnati).

*Docente di scienza della politica - UniPadova