CALABRIA. La grande fuga degli imprenditori “perduti”

CALABRIA. La grande fuga degli imprenditori “perduti”

imfu      di DARIO MUSOLINO* - La perdita continua di capitale umano qualificato è uno degli aspetti che vengono sottolineati quando si parla degli effetti perversi dello scarso sviluppo del Sud, e della Calabria. La fuga di competenze e professionalità, già formate, o che si vanno a formare nelle Università del Centro e del Nord, o anche straniere, è infatti un dato acquisito, osservabile ormai da decenni.

Tuttavia, vi è un altro fenomeno rilevante ad esso legato, forse ancora più grave, e che solo di recente è stato analizzato con indagini ad hoc. Si tratta della perdita di imprenditorialità, ovvero il drenaggio, l’emorragia di imprenditori, effettivi e potenziali. Persone che lasciano il Sud verso il Centro-Nord trasferendo la propria impresa, o per fondare e/o porsi alla guida di imprese in altre località.

Una recente analisi della Camera di Commercio di Milano, ripresa dal Sole24ore ha sottolineato che molte province meridionali, in particolare calabresi, sono grandi “esportatrici nette di imprenditorialità” e non solo di “mero” capitale umano.

La Camera di commercio milanese ha esaminato i dati sulle cariche sociali d’impresa (titolari, amministratori, soci) e la provenienza geografica (luogo di nascita). E’ emerso per esempio che Reggio Calabria esporta più di 31mila cariche d’impresa; sarebbe a dire che più di 31mila posizioni nella proprietà e nella leadership di imprese per lo più del CentroNord, sono occupate da persone nate in provincia di Reggio. Tra le province che in assoluto esportano più imprenditori in Italia, Reggio si colloca al dodicesimo posto.

Dai calcoli in termini relativi (rapporto tra il numero di “cariche sociali esportate dalla provincia” e il totale delle “cariche nate nella provincia”), il primato negativo delle province calabresi è ancora più evidente. Crotone e Vibo, sono prima e seconda e Reggio ottava per numero di “imprenditori esportati” sul totale degli imprenditori che la stessa provincia “produce”.

Le province che più attraggono (importano) imprenditori, sono le grandi aree urbane e le principali province manifatturiere del Nord. Nelle province calabresi, e in molte meridionali, l’imprenditorialità che vi opera è quindi quasi interamente imprenditorialità locale (sono pochi gli imprenditori di altre regioni che si spostano a Reggio e in Calabria …).

Cosa ne possiamo derivare da questa evidenza? In realtà, da un lato, paradossalmente, si può fare una riflessione positiva. Se qualcuno sostiene che in regioni del Sud come la Calabria, manca la cultura e l’humus imprenditoriale, e c’è una “disaffezione antropologica” verso il fare impresa, si sbaglia. Secondo questo dato, la vocazione all’imprenditorialità, pur se costretta a migrare altrove, esiste ed è viva, tanto in chi nasce in Calabria, quanto in chi nasce in altre regioni del paese. E l’imprenditorialità calabrese e meridionale dunque alimenta e sostiene i sistemi produttivi più dinamici e avanzati del paese.

Le considerazioni positive però si fermano qui. E’ evidente che perdiamo energie imprenditoriali preziose. In una fase storica cui gli investimenti privati di origine esterna sono assenti, e in cui lo Stato stringe i cordoni della borsa investendo e assumendo poco, l’imprenditorialità endogena è l’unica strada su cui realisticamente spingere per dare slancio a sviluppo e occupazione.

Inoltre, se si emigra altrove per fare impresa, vuol dire che in quell’altrove ci sono più favorevoli condizioni di contesto per esprimere al meglio le proprie capacità imprenditoriali. E che in Calabria, isolamento, problemi di accessibilità, presenza della criminalità, assenza di una pubblica amministrazione efficiente, e quant’altro, scoraggiano gran parte degli imprenditori a rimanere e localizzarsi in loco.

Qualche suggestione viene allora fuori per chi fa le politiche di sviluppo regionali e locali. Innanzitutto, viene da chiedersi: questo prezioso patrimonio di imprenditorialità disperso per il paese si può in una certa misura, entro certi limiti, far rientrare, richiamare in Calabria? Si può pensare a delle politiche in questo senso? Del resto, politiche per riportare capitale umano nei luoghi d’origine, come per quelle per il rientro dei cervelli, anche se ad una scala territoriale diversa, sono già state sperimentate.

E’ evidente però che, pur così facendo, la questione dei fattori di contesto rimane cruciale. Se certe energie negli anni sono andate via dalla Calabria, è difficile immaginare che possano rientrare, almeno non prima che le condizioni generali del territorio, ossia delle infrastrutture, dei servizi, della legalità, e del funzionamento della pubblica amministrazione, non saranno ristabilite ad un livello adeguato.  

* Ricercatore, CERTeT-Bocconi