LA CITTA' PUZZA

LA CITTA' PUZZA

cs      di TIZIANA CALABRÒ - “La città puzza”. Così ha detto un bambino di otto anni. Età in cui non si ha paura della precisione verbale, di essere diretti senza ricorrere a compromessi dialettici, di gridare davanti una folla plaudente e assertiva che il re è nudo.

Il bambino lo ripete tutte le volte che si imbatte in quelle installazioni-apologia del degrado, create nei punti della città contrassegnati da cassonetti metallici. Perché, si sa, funziona così: nella location prescelta si poggiano i residui, gli scarti organici e non, delle proprie giornate. Tutti racchiusi dentro anonimi sacchetti di plastica. Un work in progress. I sacchetti poi si accumulano, spesso si deteriorano facendo fuoriuscire liquidi densi e melmosi, come il fluido cerebrospinale dalla bocca di un essere mostruoso. Installazioni che genererebbero l’invidia di artisti contemporanei post-qualcosa.

Che poi detto in poche parole siamo tutti in un bel guaio, un guaio in cui ti imbatti camminando per le strade.

E quando guardi le masse cattive di spazzatura riversate sulla strada, la sensazione è che questo odore acido ti entri dentro bucandoti l ’anima da qualche parte. E pensi di non meritartela questa puzza. Pensi che i bambini, non meritino questa puzza. Pensi che la tua città non la merita e neanche il mare, davanti al quale fuggi per farti consolare, per farti restituire l’innocenza. E non lo merita quel cielo che precipita sulla terra nel punto in cui  si tocca con l’acqua e il sale. Che a questa bellezza troppa, ti ci aggrappi per ricordati chi sei e da dove vieni, per ricomporre i pezzi.

E poi pensi che a quel bambino di otto anni che chiama le cose con il loro nome, devi dirglielo di non assuefarsi alla bruttezza, al degrado, alla miseria estetica, per non fermarsi arreso davanti ai cumuli di spazzatura. Ma anche, di assorbire la bellezza, come un’osmosi visiva. Di ricercarla, di scorgerla, di proteggerla, di tirarla fuori con furore se necessario da ogni anfratto, fosse anche dentro una piccola, insignificante crepa di un muro scrostato.