Vado molto in giro in questi mesi per presentare il mio ultimo libro ‘’Cambia Calabria – che l’erba cresce’’ (ottimo successo, sia detto sottovoce) che narra come la nostra amata Calabria sia cambiata, ma mi sto rendendo conto dai dibattiti che il mio libro suscita che ha ragione il direttore di questo giornale, Aldo Varano, quando dice e scrive di essere convinto che in Calabria non ci sia spazio alcuno per il cambiamento ‘’perché parte significativa dei calabresi sono convinti, anzi sono certi, che il cambiamento non sia possibile e quindi non si realizzerà mai’’.Lo confermo, lo certifico per quel che può valere dall’esito di questi confronti sul mio libro: assolutamente credibile mi pare anche la citazione di Louis Chevalier forse il demografo più autorevole del Novecento, nonché straordinario intellettuale di fattura leonardesca (niente fa capire la realtà quanto la demografia), il quale sosteneva – ha ricordato recentemente Varano - che l’opinione sui fatti è forte ed importante quanto i fatti e, talvolta, molto ma molto di più” (sottolineatura mia, ndr).
Quelli che vorrebbero il cambiamento ma sono certi che sia impossibile sono forse la forza più potente (e imponente) della Calabria, quella che custodisce al suo interno energie positive, intelligenza, saperi, competenze tecniche e professionali notevoli.
Accanto ci sono strati sociali vasti (più di quanto si crede) che sono interessati a non cambiare perché avvantaggiati dalla situazione che c’è (la burocrazia, che in Calabria non ha una tradizione di alta formazione, credo sia in parte consistente di questo segmento socio-culturale). Tra le energie positive sprecate perché convinte dell’impossibilità del cambiamento e gli strati interessati a bloccarlo, ondeggia la gran parte dei cittadini privi degli strumenti (politici, culturali e sociali) necessari al cambiamento, inadeguati perfino di individuare e promuovere classi dirigenti all’altezza del cambio (vedi alla voce: crisi dei partiti).
Aggiunge Varano: di assolutamente negativo, c’è poi, il riflesso di tutto questo: quando s’innescano elementi, sia pure timidi e parziali di cambiamento, l’apparato ideologico delle culture calabresi impedisce perfino di vederli. Da qui la sensazione che sia tutto fermo e immodificabile, da sempre. Da qui la metafora della Calabria come negatività eterna e terra senza storia.
Va poi ricordato un aspetto fondamentale del problema: l’intero assetto istituzionale calabrese, compresi i corpi intermedi del potere e l’insieme delle agenzie sociali, e naturalmente i partiti, si è modellato su questa realtà che riproduce in continuazione (difetti compresi) e ormai trova la propria giustificazione in questa paralisi.
Il problema di questa fase della nostra storia è capire se dietro tutto questo (e malgrado tutto questo) ci siano punti in movimento della società calabrese: ambientalismo, intellettuali, volontariato, culture della modernità, delle donne e della diversità e perfino pezzi di imprenditorialità nuovi, messo in rete per far crescere una rete civica.
L’unico elemento di speranza é quello che il direttore di Zoom pone alla chiusa del suo pensiero: si può continuare a vivere senza avere un progetto e un’idea su cosa fare e dove andare? Non lo so: forse no ma forse anche sì, visto che questo andazzo conviene a molti (forse non ai più). Cambia Calabria che l’erba cresce é un auspicio, non una certezza.
*Magritte, Congondo, 1953