IL RICORDO. L'effetto Golem, mia madre e la classe differenziale del mio paese

IL RICORDO. L'effetto Golem, mia madre e la classe differenziale del mio paese

Tino Petrelli.3 Africo 1948

Leggendo “Una nuova storia (non cinica) dell’umanità”, di Rutger Bregman, mi sono imbattuto nei concetti “Effetto Pigmalione” ed “Effetto Golem”, il secondo l’esatto contrario del primo. La denominazione del secondo trae origine da una leggenda ebraica, secondo cui una bestia creata per proteggere gli abitanti di Praga si trasformò in un mostro. L’effetto Golem si manifesta con le persone dalle quali ci aspettiamo poco o nulla e quindi dedichiamo loro meno attenzione e meno sorrisi, le teniamo a distanza.

Nel 1939, lo psicologo americano Wendell Johnson condusse un esperimento che diede risultati sconvolgenti, condizionando pesantemente anche la vita dei bambini – cavie. Johnson e il suo team ripeterono, per un tempo considerevole, a dieci orfanelli che parlavano bene, e ad altri dieci che sarebbero diventati balbuzienti. Ebbene, il secondo gruppo ebbe problemi di linguaggio per sempre, il che determinò il nome dato all’esperimento: The Monster Study. In sostanza, esso dimostrò che i soggetti caricati di aspettative negative finiscono per peggiorare - una sorta di effetto moltiplicatore al contrario applicato alla psicologia – in quanto avvertono il clima d’indifferenza o addirittura di ostilità intorno a loro.

“L’effetto Golem è una sorta di nocebo, scrive Bregman, a causa del quale i cattivi scolari rimangono ancora più indietro, i senzatetto perdono la speranza e gli adolescenti solitari si radicalizzano. E’ uno dei modi in cui il razzismo fa il suo sporco lavoro: persone dalle quali ci si aspetta di meno rendono di meno, con la conseguenza che le aspettative nei loro confronti calano ulteriormente e, con esse, il loro rendimento”.

Leggendo, mi è venuta in mente una classe della scuola elementare del mio paese. Mi ricordo che da quell’aula, dove c’erano pochi banchi messi un po’ a casaccio e pochi bambini, si doveva stare lontani. Era la “differenziale”. Non una prima o una seconda, ma una classe dove erano relegati, appunto, “i differenti”. “I differenti” spesso stavano in piedi, uscivano nel corridoio, raramente li vedevi scrivere o leggere o alla lavagna. Scambiavano la loro diversità imposta con margini di libertà molto più ampi della norma. “I differenti” erano tali anche fuori dalla scuola, ce l’avevano scritto nell’abbigliamento, nei modi, nel naso che colava. La riforma Gentile aveva creato questi ghetti per tutti quei bambini che vivessero uno stato di disagio fisico o psichico.

Nel corso degli anni 50 e 6o nelle classi differenziali ci finivano anche bambini senza alcuna disabilità, “affetti” da problemi di condotta o disagio sociale o familiare. Non a caso, nel Nord Italia le classi erano riservate quasi esclusivamente agli alunni meridionali, che di anormale avevano la scarsa conoscenza della lingua. La scuola, invece di insegnargliela, li differenziava. Li ricordo benissimo ancora oggi, dopo più di 50 anni, i volti di quei bambini differenziati come si fa con la monnezza. Si calavano giustamente nella parte, e al sistema che li trattava da differenti cercavano di fornire la dimostrazione empirica della giustezza di quella teoria aberrante, nata non a caso col fascismo. Venivano per la quasi totalità dal quartiere povero del paese, un tempo centro storico. Ci facevamo le partite a pallone, o in piazza giocavamo in tanti modi, senza alcun problema se non quelli che potevano presentarsi con chiunque. Eppure, per lo Stato il loro regime era l’apartheid.

Ma in tutta questa triste storia c’è una nota che non posso o voglio trascurare. Alcuni di loro, ancora adesso, mi chiedono di mia madre, e mi chiedono di lei per il suo lavoro di 40 anni, insegnante alla scuola elementare per scelta e vocazione. Per lei sono sempre esistiti i bambini e le bambine, senza differenze, senza discriminazioni figlie delle norme o delle convenzioni sociali. Entrava in quell’aula come in qualsiasi altra, senza maschere e senza recite. E quando le capitò, una volta che la vergogna della differenziale cessò, di avere qualche alunno disabile per patologie reali, o problematico per altri motivi, si relazionò con loro come sempre con tutti: in maniera severa e al contempo amorevole. “I miei alunni”, come li ha sempre chiamati, ricordano ancora chi li ha seguiti per cinque anni sforzandosi di essere soltanto la maestra di tutti.

*Foto del grande fotografo Tino Petrelli. Africo anni '50