LA RECENSIONE. Il pallone di stoffa, Walter Pedullà, Rizzoli

LA RECENSIONE. Il pallone di stoffa, Walter Pedullà, Rizzoli

pedullà

Sembra che uno dei meccanismi che rende gustosa e amabile la letteratura sia la possibilità per chi legge di identificarsi, più o meno, con le vicende dei personaggi.

In questo caso il recensore, che tale è per diletto e non per dovere alcuno, dopo aver trovato molteplici occasioni di immedesimazione e di godimento nelle prime trecento pagine de Il pallone di stoffa, ha attraversato una crisi terribile nelle successive centotrenta che hanno ingenerato  profonde e diffuse contrarietà (scartiamo altre astrazioni emotive perché necessiterebbero di mai gradite auto-spiegazioni) non risolte nella rimanente parte del libro dove l'autore, pur riprendendo il registro culturale e letterario, è rimasto al di sotto del sublime discorrere fatto in precedenza.

Partiamo dunque dalla parte centrale in cui si discorre delle avventure e disavventure politiche che l'autore, ovviamente, si è cercato: riuscendo tuttavia a sopravvivere a quel mondo di grandi felini,  caimani, serpenti e velenosissimi ragni che hanno popolato le praterie della cosiddetta «prima repubblica».

Devono essergli state molto preziose, nel corso di questa più che epica e alla fine vittoriosa lotta per l'esistenza, le risorse accumulate nel corso di un'infanzia povera ma felice, di una educazione familiare e ambientale che ha consolidato la grande autostima che poi l'autore ha dispiegato nell'attività critico-letteraria.

Dunque l'autore, socialista mai pentito sin dall'infanzia, mentre stava consolidando la sua condizione di docente, prima brevemente nelle scuole medie e poi nella più importante università italiana, ha investito una parte del suo tempo, sottratto al biologico bisogno di riposo cui i comuni mortali non riescono a rinunciare, nell'attività di recensore e curatore della pagina culturale sul giornale di partito «Avanti!».

Per combinazione, dovremmo dire sfortunata precisando però che il personaggio (come San Leo) è riuscito a ricavare pane dalla pece, erano gli anni in cui il PSI venne condotto, dal suo uomo della provvidenza che rispondeva al nome di Bettino Craxi, prima sulla vetta della presidenza del consiglio e del prestigio internazionale e poi nel baratro di una corruzione profonda e diffusa nel tessuto politico come, forse, mai si era vista prima nella storia d'Italia.

E Pedullà modula la sua militanza ai fasti del Psi e del suo segretario con la stessa disinvoltura, con un po' più di parole (ma la brevitas non rientra tra le virtù dell'uomo), con cui Cesare riferì della sua conquista della Gallia:

Io avevo votato al MIDAS (cioè alla riunione del Comitato Centrale del PSI che il 16 luglio del 1976 revocò il segretario De Martino, troppo benevolo verso i comunisti, per eleggere Bettino Craxi alla guida del partito, nota del recensore destinata agli infrasettantenni) per lui e Craxi aveva votato per me quando sedici anni prima la direzione del PSI mi aveva designato  come consigliere RAI la prima volta su proposta di Mancini e di Signorile e aveva accettato la mia candidatura da parte della sinistra lombardiana per i successivi due mandati, cioè dal '76 in poi (p. 375).

Nella pagina successiva si precisa che quel voto fu «non determinate ma  non inutile» ma poco prima la distinzione era stata puntualizzata e consolidata:  

La mia linea personale non combaciava con quella del segretario, ma quasi nessuno dei dirigenti leggeva i miei articoli … Il cognome Pedullà invitava a storpiarlo in "petulante" e io pedullavo il mio tollerato dissenso (p. 374).

L'arte antica della distinzione ci verrebbe da dire, ricordando un grande logico medievale per il quale tra gli intellettuali potevano essere considerati filosofi soltanto coloro «intellectus quorum penetrat subtilitatem».

Dunque col suo pedullato dissenso il professore fu per sedici anni consigliere d'amministrazione Rai durante il regno di Bettino I; sicché, vergin di servo encomio verso colui che era così contornato da nani e ballerine da non ritrovarsi nei suoi pressi spazio libero per giganti quantunque «moderatamente dissenzienti», Pedullà dopo la caduta dell'idolo poté permettersi di rimbrottare forcaioli e lanciatori di monetine ma, non trovando  attenuanti originali, fu ed è costretto a ripetere l'unico motivo sventolato dall'illustre imputato davanti alla Camera dei deputati nell'estrema ed autoassolvente autodifesa: «… c'erano dei ladri anche nei partiti opposizione che in Rai erano partiti di governo» (p. 390); deduzione questa che, lungi dal portare all'assoluzione, avrebbe potuto al massimo essere qualificata come «chiamata di correo».

Per il resto Bettino Craxi esce non diminuito dalle pagine di Pedullà, anzi:
Aveva la statura del grande condottiero e rimpiangeva di non essere nato ai tempi di Garibaldi. Nei suoi occhi spavaldi io lessi il destino di uno che ha scommesso tutto nella più alta ambizione. Si rifugiava con la fantasia nell'Ottocento, secolo di romantici che investono tutto in un'impresa, perché disprezzava i suoi contemporanei (p. 377).

E qui, se non servile, l'encomio c'è tutto e si manifesta nella scelta lessicale in cui l'encomiasta è maestro insuperato: grande condottiero, occhi spavaldi, destino, più alta ambizione, rifugio nell'Ottocento secolo di romantici, disprezzo dei contemporanei.

Quid pluris?

Ma il Condottiero «non curat de petulis» né della funzione pedulliana di presidente della RAI; punta oramai sulla concorrenza.
«Pereat» dunque la Rai con tutti i filistei moderatamente dissenzienti:
Stette a sentirci come rappresentanti di un'azienda in difficoltà, cortesia diplomatica ma nulla di più, il nostro ruolo ci qualificava come nemici in quanto rappresentavamo la RAI, nel momento in cui lui difendeva le Tv di Berlusconi minacciate di estinzione» (pp. 376-377).

Ma Pedullà ha il suo daffare nel cercare di far quadrare bilanci che avrebbero fatto rizzare le chiome, ove ce le avessero avute come le sue, anche ai Nobel per l'economia della scuola di Chicago.

E deve anche, il nostro autore, fronteggiare un giovane e incontenibile Berlusconi che cannoneggia a palle incatenate il quartier generale Rai; e cerca di arginarlo come meglio può, utilizzando il suo prestigio di accademico in un mondo che, se non mette mano alla pistola quando qualcuno menziona la cultura, pochissimo ha in cale chi non fa parte della truppa dei profittatori.

Un solo, e perdi più gramissimo, risultato: la rivendita dei diritti di una partita della Nazionale di calcio che era finita ad una Tv di cui il Caimano era signore discreto; alla fine, su stringente sollecitazione pedulliana, la partita torna nella disponibilità della RAI (p. 382-383). A noi la vicenda fa tornare in mente un apologo aspromontano i cui  protagonisti sono un brigante e una coppia di contadini; la moglie viene stuprata dal malvivente e il marito si vendica in modo qui inenarrabile.

Ma poi, mentre l'Italia passava dalle braccia robuste di Craxi alle grinfie ingorde di Berlusconi, Pedullà, stanco ma non sazio dell'esperienza di presidente RAI, sbarca al Teatro di Roma  ove ha modo di proseguire la sua navigazione in mezzo a registi infedeli, nonché comunisti, e intellettuali degni soltanto dei suoi diminutivi, nonché tirchissimi e pluridecorati voltagabbana, oltre che cripto e falso-comunisti per convenienza.
E in mezzo a tutta quella canea di comunisti per convenienza Pedullà pesca il giolly di un «comunista sui generis, al punto da dichiarare di non esserlo mai stato … . Uomo cordiale, espansivo e tollerante di ogni opposizione o critica e, specie rara tra i comunisti, non antisocialista»(p. 456).
Anche Veltroni partecipa, in qualche modo, alle trame antipedulliane ma il né il tramato né il tramante sono tipi che serbano rancore.

Quindi, ma quale nemico con lui addirittura parenti siamo, facile fu la rappacificazione:«Con Veltroni, che elegantemente si tenne fuori senza interferire scopertamente, avevo perduto i contatti, ma con lui non c'era nemmeno bisogno di fare la pace: non era mai stata dichiarata la guerra. L'omonimia è una forma minore di parentela» (p. 461).

Alla fine di questa lunga carrellata sull'attività di grand commis di Walter Pedullà a qualche lettore più scalcinato dello scalcinato recensore sarà insorto, anche in considerazione del bilancio negativo per i redditi del presidente di Rai (pp. 409-410) e Teatro di Roma,  un dubbio più stringente di quelli aretininiani: «Ma chi gliel'ha fatto fare a quel galantuomo di Pedullà a sobbarcarsi prima il consiglio di amministrazione e poi la presidenza della Rai e, poi ancora, quella dell'ente lirico più importante della capitale e per di più in mezzo a tutti quegli indefessi avversari e nemici di ogni calibro e risma?»
La risposta a questi dubbi ce la dà un proverbio che, in una pagina del libro che adesso non  riesco a localizzare, viene attribuito alla demologia  siciliana ma che è tipico, se non dell'intero globo, quanto meno di tutto l'ex Regno delle due Sicilie; «U cumandari èsti megghiu d'u fùtteri!»

E a Pedullà il comandare è garbato sempre, veramente!(continua)