LA CRITICA. Tutta una vita, Saverio Strati e la filosofia

LA CRITICA. Tutta una vita, Saverio Strati e la filosofia

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Nonostante due passi apocalittici («Il male vero, …, , è fuori di noi. Abita il cielo, …; ed è guidato da esseri supremi che giocano con noi. Noi siamo mezzo, strumento, povere vittime. 61; E dire che siamo legati allo stesso filo, io loro e altri milioni di individui lontanissimi fra noi sulle zolle del pianeta. Quando si spezzerà quel filo, precipiteremo polverizzati  tutti a una volta. Il destino e la morte quel giorno si sposeranno e da essi nascerà la tenebra. Il niente asciutto e assoluto inghiottirà tutto e non ributterà nulla fuori. Il tempo si fermerà e la luce non esisterà» 67); nonostante due dichiarazioni altrui che Pino Condello, sicuramente l'alter-ego più appropriato tra quelli usati da Strati nelle sue narrazioni, («Da come parli si capisce che hai studiato fisica e filosofia e che hai molta predisposizione per queste discipline», 202; «Cominciai a filosofare alla mia maniera. Filippo, che non era digiuno di filosofia mi seguiva con vivo interesse», 260), utilizza per dar credito alle sue conoscenze; nonostante due riferimenti espliciti e genericissimi ad Anassimandro (202) e a Parmenide (125); nonostante due richiami a Kant di cui il primo è assolutamente generico e ammantato di dubbi per lo stesso narratore («Se tutto viene da me, io da dove vengo? Si domanda Dio secondo quel filosofo, di cui ora non ricordo con sicurezza il nome. Ma dev'essere Kant. Forse è Kant.»154) e l'altro attribuisca a Kant un pensiero confuso dove, forse, ha ripescato nella sua memoria nozioni che non appartengono al filosofo di Kőnisberg ma casomai ai post-kantiani (Schelling?) («Incontrai un conterraneo che studiava Filosofia e mi parlò di un suo professore che stava svolgendo un corso di eccezionale importanza su La Critica del Giudizio di Kant. … mi aggregai a lui  e la lezione era di quelle che non si dimenticano mai. Il bello, l'ineffabile … i riferimenti illuminanti agli altri filosofi, a opere d'arte, alla poesia in particolare. Il cammino e il miracoloso e inafferrabile lavoro dello Spirito che quando si manifesta veramente e compiutamente crea poesia, bellezza eterna e universale.» 164); nonostante due riferimenti criptati, uno a Protagora («Cosa mi avrebbe detto lei che aveva certezze, che era convito che l'uomo era la misura di tutte le cose», 148) e l'altro al titolo di un'opera appartenente al periodo «illuminista»  Nietzsche («Quanto sei umano, caro! Squisitamente umano, troppo umano … » 64); nonostante tutto questo, la conoscenza filosofica che traspare nel romanzo inedito di Saverio Strati è equivalente a quello di uno studente, e certamente non dei migliori, di scuola media superiore.   

Ci soffermiamo, anche per uscire dalla filosofia per addetti ai lavori, su una seconda allusione nietzschiana:
 «Cresce il deserto, dice Nietzsche, La mente umana, il pensiero, il mondo dello Spirito si desertificheranno un poco alla volta e l'uomo vivrà inebetito» 28.
Solo le prime tre parole («Cresce il deserto»)  appartengono a Nietzsche, Strati le avrà pescate in qualche breviario citazionale; il resto, da «La mente umana …» fino a «inebetito», sono un'aggiunta dell'autore,  pescata in qualche allarme dei climatologi i quali fanno riferimento alla desertificazione che, in diverse parti del mondo, sottrae viepiù spazi alla terra coltivata.
Già questa desertificazione dei tempi nostri non ha nulla di spirituale ed è  in contrasto con la desertificazione dello «Spirito» con la «S» maiuscola (per il quale Nietzsche non aveva alcuna considerazione).

La citazione, oltre che interpolata, è incompleta: manca infatti della seconda parte che suona così: «Guai a chi nasconde deserti dentro di se!»
Ma la frase aggiunta da Strati ci parla di una desertificazione cerebrale che ha a che fare con «la mente umana, il pensiero, il mondo dello Spirito»; tutte cose che Nietzsche ascriveva alla popolosa, molliccia, malinconica Vecchia Europa: «volkigen, feuchten, schwermütigen Alt-Europa» (Also sprach Zarathustra, München 1967, p. 308).

Nietzsche-Zarathustra quando parlava del deserto parlava di un deserto metaforico ma reale, africano, e delle oasi, sempre metaforiche, ma nelle quali pulsava e pullulava l'energia vitale e sensuale delle danzatrici.
 E il detto, che Strati ha riportato solo a metà, apre e chiude una lungo canto, Nachtisch-Psalm, letteralmente un Salmo per il dopo tavola. lungo ben 144 versi; senza leggere questi versi non si capisce nulla della massima del filosofo di Rőcken: si brancolerà, come è successo a Strati, nel buio.

Seguiamolo questo «Nachtisch-Psalm»:
Qui siedo; e il deserto m’è da presso, ma pur discosto; in nulla ancora turbato, I brani citati sono stati tradotti da Renato Ciani in quella che è la prima traduzione integrale in italiano del capolavoro di Nietzsche (Così parlò Zarathustra, traduzuine di Renato Ciani, Torino-Milano-Roma, Bocca 1915).

Nei brani di Ciani è resa con chiarezza la dialettica Deserto-Oasi; nell'oasi più piccola si trova Zarathustra (Da size ich nun/ in dieser Kleinsten Oasis): «Qui io siedo, nella più piccola delle oasi: simile a un dattero bruno, penetrato di dolcezza, stillante un aureo succo, bramoso e avido di rotonde labbra verginali, ma più ancora di verginali denti che sanno mordere, freddi come il ghiaccio, bianchi come la neve, taglienti. 290».
Il vitalismo di Nietzsche non avrebbe potuto essere declinato meglio: il Viandante è come «ingoiato da questa piccola oasi» che ha aperto «la sua vezzosa e piccola bocca, la più olezzante di tutte le bocche …291» e si sente come un dattero bruno, stillante aureo succo per le labbra delle vergini e per essere addentato dai loro denti.

L'immagine, che sembra mutuata dal mito di Dioniso sbranato dai Titani, è altamente erotica: Zarathustra gode ad essere sbranato dalle labbra e dei denti delle fanciulle del deserto e, a sua volta, fornisce il suo «ciceone», la propria dolcezza datterina; e l'erotismo è ancora più accentuato se si considera che le mangianti del «dattero bruno» sono, a loro volta, assimilate alle noci che venivano mangiate a fine del convito:
«Io amavo le belle figlie dell’Oriente, e le altre immagini celesti ad esse somiglianti, su le quali non gravavano né nubi né tristi pensieri. Voi non prestereste fede al mio discorso s’io vi dicessi con quanta grazia esse stavan sedute, quando posavano dalle danze, profonde, ma senza pensieri, simili a piccoli segreti, a misteriosi enigmi ornati di nastri, a noci di cui si allieti, presso al termine, il convito; variopinte bensì e bizzarre, ma serene; arcane, ma pronte a svelarsi.... (ibidem)»
Interessante e da sottolineare la condizione mentale delle ragazze: sono sazie del pranzo e con le menti libere da pensieri (ohne Gedanken) e che non rimangano impigliate da alcuna nube  o pensiero (über dem keine Wolken un keine Gedanken hängen).

 Dopo questa lettura capiamo quale era il deserto che apriva e chiudeva il canto: il deserto era quello di sabbia che stringeva la piccola oasi. L'avviso che Strati non aveva trovato nel suo breviario, «guai a chi alberga deserti dentro di sé!», si riferiva non già al deserto de « la mente umana, il pensiero, il mondo dello Spirito» ma  al deserto dell'umanità imbalsamata, resa molliccia e malinconica (incapace di godere la vita in tutte le sue articolazioni) che, se si ingrandisce ancora di più, finisce per ingoiare la piccola oasi dove invece si celebrava il rito della vitalità, della sensualità e dell'eros danzato.     

*Saverio Strati, Tutta una vita, Soveria Mannelli, Rubbbettino 2021.