LIBRI. Diario di un'estate di lettura

LIBRI. Diario di un'estate di lettura

Dopo un’assenza di quasi tre anni impostami dal covid, sono tornata a casa e vi ho ritrovato un giardino con ostinate tendenze a giungla, assieme ad una bougainvillea che si crede un baobab!
Naturalmente, anche quella che si avvia alla fine è stata una delle mie solite “estati di lettura”. Ho cominciato saldando un debito con “L’arte della gioia” di Gioconda Speranza e, dopo un divertente inciampo - l’avevo ordinato nella lingua originale, me l’han mandato in polacco! - con Manuel Vilas ed il suo “Ordesa”.

Poi, come ogni anno, ho riletto due gioielli della mia biblioteca: “Accabadora”, ovvero come scrivere un capolavoro senza una virgola di troppo, e “L’odore del mare”, in cui il reggino Pasqualino Placanica, senza esaltare all’inverosimile le spiagge, i colli, i boschi - che modestamente solo noi! - né intonare quell’inno all’ignavia che è l’infame “Nui chisti simu!”, fornisce un prezioso documento in cui l’aspetto analitico va di pari passo con le proposte fattive e che, coniugando impegno e speranza, potrebbe - dovrebbe! - venire usato come libro di testo nelle nostre scuole.

Inoltre, ho riletto la nuova edizione di “Tibi e Tascia”, cioè letteratura non solo con l’iniziale maiuscola, ma anche con le altre dieci lettere!
Successivamente, mi sono dedicata alle novità calabresi, sprecando - mi duole ammetterlo - un bel po’ di tempo e di denaro.
C’è  sempre la prolifica penna che da anni scodella il solito romanzo di formazione in salse sempre diverse e che io, in una silenziosa gara di rocciosa speranza in qualche variazione del menù, continuo a comprare.

Ma per ora vince lui.

Poi c’è  chi lo imita nella prolificità, aggiungendo una buona dose di malafede e, non volendo - non potendo? - considerare proprio il concetto di impegno, fa un “uso criminoso” della (immeritata) notorietà per camuffare, in qualche centinaio di pagine, quell’unica che mira a delegittimare chi invece dell’impegno ha fatto una ragione di vita.
Proseguendo lungo la china, si incrocia un personaggio (una personaggia, direbbe la Murgia!) che a fatica racimola il minimo sindacale di pagine per chiamare “romanzo” l’accozzaglia di bisticci con l’onestà intellettuale, la logica, le leggi della fisica, nonché la lingua italiana, e che svolge un’unica funzione: costituire un’offerta sacrificale sull’altare di un Ego Ipertrofico.

Fare i nomi? Mai! E non certo per assenza di coraggio, ma per non regalare ulteriore pubblicità a chi già sfrutta spudoratamente la prima regola di ogni starlet che si rispetti: “Si sparli di me, purché si parli!”

Pollice verso per tutti, quindi? No, no, dai!
Dove c’è  buio, per fortuna, c’è  anche tanta luce!
Un esempio? Le semplici ed umanissime “gesta” di un certo postino che avrei già potuto conoscere all’estero ma, sinceramente, a “Der Postbote von Girifalco” di Domenico Dara, ho preferito la versione originale: “Breve trattato sulle coincidenze”.

A parte la grande solidarietà che suscita la biografia del protagonista - sempre silenziosamente in bilico su un abisso in cui le assenze determinano una serie di carenze - il romanzo è  un graditissimo, quanto inatteso regalo a chi ha conosciuto quel minuscolo compendio dell’universo che erano i nostri paesi di mezzo secolo fa. 
L’autore ci proietta, come su uno schermo cinematografico, la vita quotidiana dei tempi in cui la povertà non si era trasformata nella miseria spirituale odierna, ma consisteva solo nella scarsità di mezzi, ed ogni membro della comunità era protagonista della propria vita e di quella del paese.
Un ulteriore dono è  rappresentato dall’intreccio armonioso dei termini dialettali con la lingua italiana.

Anche le espressioni colorite che da sempre mi suscitano irritazione, soprattutto quando hanno come oggetto le donne - quasi fossero giovenche in vendita a qualche fiera - qui mi han regalato un sorriso d’ammirazione, perché riportano la spontaneità della popolazione maschile “miracolata” dalla visione di “due mìnni che sembravano due zipànguli freschi”, mentre altrove ho dovuto leggere di un seno femminile orgogliosamente e volgarmente esposto come “coadiuvante” in improbabili scoperte di calabre malefatte!  

Nel microcosmo raccontato da Dara, sembra di assistere in prima persona ai dialoghi ed alle discussioni in cui alle minuzie quotidiane ed ai massimi sistemi si dedicano la stessa intensità e la stessa appassionata partecipazione.
Lo scrittore possiede un profondo sapere delle cose del mondo, che però non esibisce, ma lascia filtrare tra le righe, suscitando spesso una reazione divertita in chi legge, ad esempio, di un tornitore di lenti, che tocca spostarsi per un attimo dalle Preserre catanzaresi a Den Haag, per individuare Baruch Spinoza nel Baruccu citato nel testo.Ho chiuso il libro colma di gratitudine ed ulteriormente convinta che non solo “nce vò fortuna ncià vita”, ma anche talento in letteratura!

L’ultimo acquisto è  stato “La cura provvisoria dei tratti fragili” di Tiziana Calabrò ed Eleonora Scrivo. Per adesso ho letto solo il capitolo “Parl8”, che immaginavo essere un’elegante versione di un pettegolezzo di alto livello ed invece è  il resoconto di un - ennesimo! - femminicidio, fatto direttamente dalle parti del corpo massacrate, nella relazione dell’autopsia.
E non so ancora se essere ammirata per l’insolita scelta della “prospettiva narrante” o piangere per la desolazione suscitata da una vita, da una storia, da un sogno finiti su un gelido tavolo d’obitorio.

Per ora continuo a rileggere queste pagine, poi certamente andrò avanti, come pure continuerò a credere nella letteratura della Calabria di oggi che guarda ai nostri grandi del passato come a dei fari e non come a delle fonti per il comodo, quanto sterile “copy-and-paste” che oggi sembra fare così tanto chic!