IL DIBATTITO. Morosini e Gratteri, la ‘ndrangheta e il perdono

IL DIBATTITO. Morosini e Gratteri, la ‘ndrangheta e il perdono

MG     di ALDO VARANO - L’articolo di monsignor Morosini sull’Ora della Calabria, pubblicato domenica mattina anche su zoomsud.it, rompe un clima di ambiguità attorno al dibattito sulla ‘ndrangheta.

Non perché polemizza col Pm Gratteri, che pure è ormai diventato, tra attività di magistrato e libri di successo, un’icona dei movimenti antimafia. Ma perché entra a gamba tesa, a me pare, nel tema decisivo che in Calabria si fa a gara per rimuovere e che affiora solo raramente e in solitudine. Tema non più rinviabile,

però, se non si vuole che l’argomento ‘ndrangheta acquisti l’odore stantio della muffa, della furbizia, del già visto fino a provocare il rinculo delle straordinarie energie civili che non si rassegnano a convivere col fenomeno.

E il tema è questo: perché non si riesce a battere la ‘ndrangheta? E qual è la difficoltà vera che lo ha fin qui impedito?

Sono le domande concrete e inevase che interrogano la coscienza della Calabria civile quale che sia la discussione, la denuncia, il racconto della ‘ndrangheta. Di più: nessuna discussione sull’argomento serve a molto se non le affronta.

Anche dietro certe letture del rapporto religione ‘ndrangheta e la ruvida polemica tra Gratteri e Morosini, si accumulano spesso argomenti che teorizzano l’impossibilità di vincere e scaricano sugli altri la frustrazione della sconfitta. Ecco perché quando Morosini scrive: “non è solo alla Chiesa che bisogna fare l'esame di coscienza” affronta il punto vero del dibattito.

Ma andiamo al merito. La richiesta-pretesa, più volte esplicitamente avanzata, sottesa alle polemiche, qual è? Eliminare dal corpus della religione cristiana la teoria del perdono. Il ragionamento è elementare: se la Chiesa ammette la possibilità del perdono lo ‘ndranghetista diventa più forte e quindi fin quando la Chiesa non taglierà il nodo sarà impossibile sconfiggerli.

Ma il perdono è parte strutturale e ineliminabile della teoria cristiana. Morosini potrebbe aderire a questa richiesta solo lasciando la Chiesa. Per i credenti questa mutilazione è una bestemmia. E anche per noi non credenti sarebbe un disastro vivere in un mondo senza la via di Damasco. Ma se così stanno le cose, è la replica, la ‘ndrangheta potrà al massimo essere contenuta e resa meno offensiva, vinta mai.

Sarebbe ingiusto stringere questo modello interpretativo soltanto su chiesa e ‘ndrangheta dove comunque viene esaltato. La convinzione che sia impossibile vincere la guerra contro le cosche è diffusa in Calabria molto più di quanto s’immagina. Ha radici antiche. Anche tra quanti a freddo sostengono che prima o ci riusciremo.

La Calabria pare ormai perfino incapace di porsi e rispondere a domande semplici. Provate a chiedere in giro a chi spetta combattere la ‘ndrangheta. Avrete risposte numerose, diverse tra loro, spesso contrapposte. Sul come vincere e perché non ci riusciamo il fronte è altrettanto variegato: le leggi che abbiamo non bastano, anche se sono (certo migliorabili) le migliori al mondo; bisogna cambiare la società e il sistema politico (conclusione delle relazioni parlamentari antimafia dell’ultimo mezzo secolo) cioè fare la rivoluzione; è compito di tutti, che non significa niente; sarà possibile solo cambiando le persone con la cultura e l’educazione (tesi privilegiata da chi cerca contributi o confonde la mentalità con un’organizzazione materiale il cui obiettivo è accumulare ricchezza).

Via via data l’impossibilità di giustificare la nostra mancata vittoria l’asse si è spostato dalla storia alla biologia. La ‘ndrangheta non è un fenomeno umano “che ha un principio una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine” (Falcone, quanti ci manchi!). Nella pubblicistica sulla ‘ndrangheta si sono sempre più dilatati il mito e il sangue fino a suggerire l’ipotesi razzista (per carità: inconsapevole) che la ‘ndrangheta non sia possibile sconfiggerla perché i calabresi sono una vil razza dannata ed il fenomeno è connesso alla cosiddetta (e inesistente) calabresità. Contro prova: il fenomeno non nasce mai perché in una determinata società (per esempio in Lombardia) iniziano ad esserci, sia pure in contesti diversi, lo stesso degrado e le stesse distorsioni conosciute in Calabria ma perché i calabresi, noti giramondo, si spostano lì e infettano e “contagiano” (il dna?) quelle società innocenti e pulite, secondo la teoria della clonazione e degli untori che dalla Calabria si spargono in tutto il mondo.