Giangurgolo, la maschera che inchioda i calabresi alla propria storia

Giangurgolo, la maschera che inchioda i calabresi alla propria storia

giangurgolo     di VITO BARRESI - La solitudine di Giangurgolo tra le maschere del carnevale italiano? Il ritorno in grande stile della maschera calabrese col naso di Tecoppa gibbuto e paonazzo come si suole in Carnevale, festa dei folli, festa stultorum, festa dell'asino, festa di piazza, comica, pubblica e popolare, consacrata dalla tradizione anche quando la dura realtà della crisi economica e del declino italiano spingono ancor di più verso nuove povertà e forme inedite di inuguaglianza.

Una rivisitazione postmoderna delle tematiche carnevalesche proprio quando è davvero finita la carnevalata della vita politica italiana, un frullato di servi e padroni, arlecchini e colombine, nasi finti e coriandoli, gianduia e tricicli, torpedo blu e macchine di stato, saccenti in tv e smorfiose sotto il letto, tracimate nel più becero gossip.

In una fase di totale fallimento del vecchio sistema, il carnevale oltre che esplosione di coriandoli e allegria sembra atteso come sosta, momento di rigenerazione psicosociale dell'identità italiana, alla tenace ricerca di un nuovo innesto narrativo, in grado di introdurre quello spunto in più di creatività   nell'attuale sistema, non per aggiungere qualche toppa quanto superarlo in tutte le sue più smaccate sconcezze.

Ogni regione ha la sua maschera, un proprio volto territoriale e regionale. Un'impronta, una marca che racconta inevitabilmente chi siamo, da quale radice veniamo. Giangurgolo, è la maschera che inchioda i calabresi alla propria storia, oggi ritorna anche grazie alla passione teatrale e alla dedizione filologica di un giovane calabrese William Gatto, presidente del Parco culturale Tommaso Campanella.

All'essenza dietro la maschera di Giangurgolo c’è sempre il calabrese vivente, con le sue inquietudini contemporanee, la sua fragilità nel mondo e nel tempo dello spettacolo, del gossip, della globalizzazione. Ma anche tanta nostalgia per gli antenati perduti e scordati che l’hanno portata prima di lui. E questo anche perché tutte le volte che il calabrese vuole agire per assurgere protagonista, contare e incidere nelle scelte politiche, economiche e sociali del Paese, tenta anche platealmente di non farsi riconoscere in quanto tale, timoroso di essere costantemente etichettato e inchiodato alla propria immagine riflessa, mettendosi nell'angolo di un necessario mascheramento.

La maschera di Giangurgolo in fondo racconta l'illusione di una paradossale categoria sociale, geografica, territoriale, a sé stante, quella dei calabresi riserva antropologica, 'genoma' sottoculturale,   a cui è stato assegnato un comportamento tipizzato, un insieme di valori, molto spesso negativivamente connotati.

Ancora adesso il volto vero di Giangurgolo è lo specchio reale di un perenne tentativo di sfuggire alla marginalità della storia regionale. Un nascondersi dietro un travestimento per ingannare innanzitutto se stessi, e poi il fato, il destino, e comunque la politica di chi comanda, ieri oggi e domani, in un’Italia del potere che sempre esclude la Calabria.

Dietro la maschera di Giangurgolo c’è il calabrese vivente, con le sue inquietudini contemporanee, la sua fragilità nello spazio e nel tempo della civiltà dello spettacolo, il suo tatuaggio nell'epoca del gossip tipizzato, della globalizzazione multietnica. Ma anche tanta nostalgia per gli antenati perduti e scordati che l’hanno portata prima di lui. Perchè in fondo al Carnevale dei calabresi torna il sentimento del rimorso, l'impressione della paura, la colpa del peccato, quasi mai la consapevolezza autocritica dell'errore. Tanto che finita la baldoria, la maschera di Giangurgolo e del fedele Coviello torneranno a essere confuse con le più tetre, violente e illegali maschere della cronaca nera che conosciamo quasi sempre durante il resto dell’anno.