Lo spettacolo “Il fetido stagno” è una testimonianza viva, dalla quale traspare ancora oggi la sofferenza silenziosa tatuata sui corpi sporchi e sui volti di coloro che sopravvivevano e sopravvivono ai margini della dignità. Racconta storie, la storia di tutti quegli “esseri” internati nei manicomi. A quasi quaranta anni dalla legge Basaglia, l'indegna realtà della condizione in cui sopravvivevano centinaia di uomini e donne all'interno del manicomio cittadino di Reggio Calabria è ormai un ricordo. I riflettori sul quel posto dove la burocrazia e l'indifferenza hanno tenuti prigionieri nel "fetido stagno" centinaia di persone, si sono spenti. Ma le luci di altri riflettori restano accese in altre latitudini, dove la brutalità dell'uomo è ancora presente. La storia parte da una ricerca di documenti e interviste fatte a chi, da lavoratore o volontario, ha vissuto quegli anni e da alcuni scritti degli ospiti dell'ospedale psichiatrico di Reggio Calabria. Un attore in scena e un performer di musica elettronica raccontano le loro storie. Nello spazio una vecchia branda e un gioco d'incastri in legno. Una cantilena proveniente dal passato segna in modo chiaro il passato, il presente e il futuro. La scena si trasforma. La branda diventa letto, trincea, croce, sbarre. La musica nasce in modo estemporaneo tracciando, con sonorità cangianti, tutto il percorso drammaturgico e l’attore in scena. La compagnia è pronta a raccontare questa storia e dare voce agli invisibili di tutto il pianeta, dove i manicomi, gli ospedali psichiatrici ancora esistono, partendo da un verso di una poesia scritta nei primi anni ottanta da Guido: “Il mio corpo era nelle vostre mani, ma la mia anima mi appartiene. Se mi ucciderete, finalmente sarò libero, non morirò invano”, una delle tante persone che hanno vissuto gli orrori dell’Ospedale Psichiatrico di Reggio Calabria. Racconteremo un “non tempo” dove la follia non ha infermo, dove il paradiso è così vicino all’inferno e tutto rimane sospeso tra il bianco e il nero.
REGGIO. Compagnia Pagliacci Clandestini parteciperà al San Diego International Fringe Festival 2018
Lo spettacolo “Il fetido stagno” è una testimonianza viva, dalla quale traspare ancora oggi la sofferenza silenziosa tatuata sui corpi sporchi e sui volti di coloro che sopravvivevano e sopravvivono ai margini della dignità. Racconta storie, la storia di tutti quegli “esseri” internati nei manicomi. A quasi quaranta anni dalla legge Basaglia, l'indegna realtà della condizione in cui sopravvivevano centinaia di uomini e donne all'interno del manicomio cittadino di Reggio Calabria è ormai un ricordo. I riflettori sul quel posto dove la burocrazia e l'indifferenza hanno tenuti prigionieri nel "fetido stagno" centinaia di persone, si sono spenti. Ma le luci di altri riflettori restano accese in altre latitudini, dove la brutalità dell'uomo è ancora presente. La storia parte da una ricerca di documenti e interviste fatte a chi, da lavoratore o volontario, ha vissuto quegli anni e da alcuni scritti degli ospiti dell'ospedale psichiatrico di Reggio Calabria. Un attore in scena e un performer di musica elettronica raccontano le loro storie. Nello spazio una vecchia branda e un gioco d'incastri in legno. Una cantilena proveniente dal passato segna in modo chiaro il passato, il presente e il futuro. La scena si trasforma. La branda diventa letto, trincea, croce, sbarre. La musica nasce in modo estemporaneo tracciando, con sonorità cangianti, tutto il percorso drammaturgico e l’attore in scena. La compagnia è pronta a raccontare questa storia e dare voce agli invisibili di tutto il pianeta, dove i manicomi, gli ospedali psichiatrici ancora esistono, partendo da un verso di una poesia scritta nei primi anni ottanta da Guido: “Il mio corpo era nelle vostre mani, ma la mia anima mi appartiene. Se mi ucciderete, finalmente sarò libero, non morirò invano”, una delle tante persone che hanno vissuto gli orrori dell’Ospedale Psichiatrico di Reggio Calabria. Racconteremo un “non tempo” dove la follia non ha infermo, dove il paradiso è così vicino all’inferno e tutto rimane sospeso tra il bianco e il nero.