Dopo Roberti e Cantone si schiera Flick: sì alla legalizzazione della cannabis. Si oppone solo “L’armata della paura”…

Dopo Roberti e Cantone si schiera Flick: sì alla legalizzazione della cannabis. Si oppone solo “L’armata della paura”…
Prima Franco Roberti, poi Raffaele Cantone, ora Giovanni Maria Flick. Cresce in modo impetuoso e guadagna sponsor sempre più prestigiosi il fronte che chiede la legalizzazione delle droghe leggere. In uno speciale dell’Espresso in edicola da domenica l'ex ministro della Giustizia spiega il perché della sua scelta e dice a Luca Sappino che lo intervista che «la guerra alla droga è diventata una crociata contro la diversità e contro gli ultimi, tra cui i tossicodipendenti». Con ancor più nettezza l’ex presidente della Corte costituzionale, scandisce: «Dobbiamo lasciarci alle spalle il secolo del proibizionismo». Nessun dubbio, quindi, sulla cannabis che viene lottata “dalle “armate della paura” contro la diversità, demonizzata, e contro gli ultimi, tra cui i tossicodipendenti, che sono i più fragili e dovrebbero esser aiutati e non criminalizzati».

Flick aggiunge che le posizioni di Cantone e Roberti sono basate “sull’esperienza dei fatti” e ricorda che fin qui il proibizionismo non ha ridotto l’uso ed ha riempito le prigioni.

Flick, che ricorda di essere partito da ben altre posizioni spiega che «è l’attenzione alla dignità sociale sancita dall’articolo 3 della nostra Costituzione ad avermi fatto arrivare su questa posizione, ad avermi fatto cambiare idea. Esattamente come ho cambiato idea sull’ergastolo, rispetto a quando ero ministro, rispetto a quando consideravo l’ergastolo inevitabile, pur conoscendone bene il contrasto rispetto alla Costituzione, la negazione del principio riabilitativo rappresentata dal “fine pena mai”. Perché non dobbiamo dimenticare che se finora l'ergastolo non è stato ritenuto incostituzionale dalla Corte Costituzionale, è solo perché anche gli ergastolani possono tornare un giorno in libertà, se partecipano al percorso di osservazione e ri-educazione. Ma l'ergastolo ostativo impedisce questo discorso anche in via di principio, e quindi, così come non dovrebbero esistere gli ergastoli ostativi, che impediscono ai condannati di accedere ai benefici penitenziari, credo che anche nelle politiche di contrasto alla droga si debba partire dal rispetto della persona e della sua diversità».

E infine: «Credo basti ricordare che le nostre carceri sono popolate soprattutto da tossicodipendenti, oltre che da migranti clandestini e da recidivi. Un terzo, un terzo e un terzo. E lo stesso vale per i tribunali. Quello con cui facciamo i conti è il frutto di una guerra alla droga che ha finito per esser più che altro la crociata di “armate della paura” contro la diversità, demonizzata, e contro gli ultimi, che sono i più fragili e dovrebbero esser aiutati e non criminalizzati».