L’INTERVENTO. Covid, Calabria allo sbando. Chi interviene?

L’INTERVENTO. Covid, Calabria allo sbando. Chi interviene?

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Quello che in queste giornate e settimane sta accadendo (sarebbe meglio dire non accadendo) sul fronte della battaglia anti covid in Calabria lascia davvero basiti. Alla evidente drammaticità della situazione sia in riferimento ai contagi che alla campagna vaccinale fa, infatti, riscontro un sostanziale silenzio di chi dovrebbe operare ma anche di chi dovrebbe controllare.

  Siamo in presenza di una emergenza senza eguali e senza paragoni con gli ospedali in affanno, i medici che lanciano appelli, un’altra settimana (almeno) in zona rossa e l’ultimo posto in Italia come percentuale di vaccinati ed un altro record di cui avremmo fatto a meno: quello degli altri e cioè di chi non ne aveva diritto ed ha saltato la fila. Oltre 75 mila dosi di vaccini iniettate a scapito degli ultra ottantenni e di categorie che invece ne avevano e ne hanno necessità. Qualcuno dovrebbe spiegare come sia stato possibile tutto ciò.

  In tempi di guerra, ci si mette insieme, ci si allea, ci si mette gli stivali e si affrontano le emergenze. Il Consiglio regionale dovrebbe essere convocato in seduta permanente, le commissioni dovrebbero lavorare, ed ogni consigliere dovrebbe sentire addosso a se il peso della responsabilità di rappresentare il disagio, la fatica, le incertezze e le paure dei cittadini calabresi.

  Nulla di tutto questo.

  Eguale incertezza nonostante le tante promesse in campo nazionale. In questo momento preciso della nostra esistenza personale e nazionale, caro presidente Mario Draghi, della Libia non ci frega niente. Non ci frega niente né della Libia né della legge Zan, né del Sud improduttivo né del Nord produttivo. Zero anche della scuola e di tutte le altre grandi questioni della contemporaneità, quali il digital divide, l’equità fiscale, la transizione ecologica, la proliferazione nucleare. Non ce ne frega niente.

   Oggi, qui, ora, ci importa soltanto che ci vacciniate, caro presidente. Non chiedo molto, chiedo di farci due punturine nel più breve tempo possibile, con una mobilitazione straordinaria di due tre mesi, casa per casa, porta a porta, come se fossimo in guerra, come se ci fosse la legge marziale, anche perché siamo in guerra e viviamo sotto coprifuoco da un anno. Mentre la variante inglese aumenta l’indice di contagio, la grande campagna di vaccinazione nazionale è solo accennata.

Ma se vogliamo tornare a vivere e a riaprire le aziende e gli alberghi, le scuole e i teatri, gli uffici e gli aerei e tutto il resto, compresa la politica estera e la questione libica, la campagna di vaccinazione nazionale non può essere solo una chiacchiera o un buon proposito, deve essere una priorità assoluta, unica, esatta, alimentata da uno sforzo di tipo bellico e senza precedenti, con l’esercito per strada, con le tende della protezione civile nei quartieri, con il governo che va in giro per il mondo a procurarsi dosi, con le istituzioni internazionali con il fiato sul collo delle aziende farmaceutiche, con Palazzo Chigi che commissaria le Regioni imponendo un sistema centralizzato di prenotazione e di somministrazione dei vaccini, perché se lo Stato è capace di mandare gli accertamenti fiscali deve poter essere in grado anche di fissare una convocazione per somministrare una dose.

    Trascorsa la Pasqua senza vaccini, e in attesa della medesima défaillance che si ripeterà il 25 aprile e il 2 giugno e temo anche a luglio e ad agosto, perché i centri vaccinali non sono aperti sette giorni su sette e ventiquattr’ore su ventiquattro già da adesso? In America fanno oltre quattro milioni di vaccini al giorno, noi non arriviamo a duecentomila. A New York vaccinano i sedicenni nelle farmacie sotto casa, con mappa geolocalizzata su Google e sistema di prenotazione a prova di pensionato digitale, mentre in Italia molti ottantenni non sono stati ancora vaccinati e i meno anziani non hanno idea di quando arriverà il proprio turno. 

So che gli Stati Uniti e Israele e la Gran Bretagna sono un’eccezione e che altri paesi europei, tipo la Francia, sono messi peggio di noi. So che non ci sono ancora vaccini a sufficienza per tutti, ma perché il vax everybody, whatever it takes non diventa il mantra su cui impegnarsi senza tregua e senza altre distrazioni? È evidente, tra l’altro, che non saremmo pronti a vaccinare tutti in poco tempo neanche se i vaccini ci fossero in grande quantità, perché siamo abbandonati nelle mani del caso o del codice di avviamento postale: il sessantenne nel Lazio di Zingaretti ha già l’appuntamento per la prima dose, quello calabrese o milanese o pugliese o siciliano no, e nemmeno se ha dieci anni in più, anche perché in alcuni luoghi d’Italia si è preferito vaccinare il dipendente comunale o il professore o il pretore, nonostante gli uffici, le scuole e le preture siano chiuse e queste categorie siano le uniche a non aver subito un danno economico dalla pandemia. Qualcuno intervenga ma subito!