L'ANALISI. Il Regionalismo che fa a pezzi e indebolisce la Repubblica

L'ANALISI. Il Regionalismo che fa a pezzi e indebolisce la Repubblica

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Può il governatore di una Regione italiana, come De Luca, decidere autonomamente di vaccinare chi vuole , dando priorità ad alcuni territori rispetto ad altri, superando il vincolo dell’età e delle fragilità e preferendogli quello della sopravvivenza economica? Può decidere di acquistare un vaccino da uno Stato straniero (sempre De Luca? O stabilire (Emiliano) che siano i genitori a decidere se mandare i figli a scuola o tenerli a casa in Dad? E può minacciare (è accaduto a più di uno) di chiusura i propri confini?

Niente di tutto ciò può fare una Regione, come hanno giustamente intimato il commissario straordinario Figliuolo e la ministra Gelmini. Eppure, quella che, a rigore, si dovrebbe definire una “eversione costituzionale”non accenna a spegnersi. Anzi, facendo impallidire le peggiori posizioni della Lega di un tempo, la pandemia è diventata la cartina di tornasole del fallimento del regionalismo italiano. Al di là di ogni previsione, si è prodotta, più che una articolata catena istituzionale di comando, una vera e propria “poliarchia” esposta permanentemente all’anarchia, con una dilatazione bulimica di poteri non disciplinati da una comune visione delle priorità e degli interessi nazionali. Il populismo territoriale ha trovato nell’istituto regionale il riferimento suo per eccellenza. Il regionalismo si è confuso quasi completamente con il particolarismo. Abbiamo già pagato un prezzo molto alto alla discrezionalità delle scelte regionali.

Ma questa ossessione per il “particulare”, per la priorità dei territori dove si è eletti o si comanda (può essere l’isola di Capri o la riviera romagnola, poco importa) è più affine alla tradizione delle“Signorie territoriali” che al federalismo di stampo europeo e nord-americano. Somiglia più alle satrapie che alla tradizione delle autonomie locali. Cos’è la feudalità? si chiedeva Gaetano Filangieri. «È una specie di governo che divide lo Stato in tanti piccoli Stati, la sovranità in tante piccole sovranità, la giustizia in tante giustizie». Il nostro Medioevo infinito continua oggi sotto le vesti del regionalismo. Pensavamo di curare con esso la fragilità dello Stato italiano e l’abbiamo invece acuita.

La cosa singolare è che l’Italia non è uno Stato federale come la Svizzera o il Belgio, la Germania o gli Stati Uniti d’America, il Canada o l’India, ma durante tutta la gestione della pandemia ci si è comportati  come se lo fosse. Nel nostro Paese vige solo un regionalismo “rafforzato”, con alcuni poteri delegati che non configurano però “Stati autonomi”.

Come mai in una nazione non a ordinamento federale ci si è comportati come se le regioni fossero tanti Stati federati? E’ questa una domanda delicata a cui non è facile dare una risposta univoca. Si potrebbe dire, innanzitutto, che il localismo, (il limite di più lungo periodo della storia italiana) torna in auge ogni qualvolta non è tenuto a freno da superiori e condivise istanze nazionali. Venuta meno in Italia la pedagogia dei grandi partiti, che avevano emancipato il credo politico dalle sole istanze locali, la parcellizzazione territoriale ha sfondato gli argini diventando quasi l’esclusivo metro di valutazione dell’impegno politico, a destra e a sinistra, com’era avvenuto nel passato con il lungo dominio del notabilato. Paghiamo ancora oggi alcuni dei tratti distintivi della concezione dello Stato italiano che si traduce in una incapacità delle élite di costruire uno spirito di comunità e di nazione al di fuori di una dimensione personale e locale.

La seconda spiegazione ha a che fare con la sinistra italiana che ha abdicato anch’essa ai grandi temi di identità nazionale per virare verso una frammentazione localistica. Se si legge lo statuto del Pd  si resta sbalorditi di come un “partito della nazione” si sia trasformato in un partito dei territori. Una delle conseguenze è lo spazio occupato dai presidenti delle regioni, che condizionano le decisioni centrali come mai era avvenuto nella sinistra italiana. Insomma la Lega e il Pd, pur essendo partiti antitetici, si somigliano sul valore del localismo più di quanto si possa immaginare. C’è una egemonia leghista nei confronti della sinistra sull’idea di (non) Stato. Enrico Letta deve combattere il baronaggio non promuoverlo. Magari cominciando dalla famiglia De Luca. Sarebbe un segnale, questo sì politico, per ricostruire una sinistra degna della sua storia.

*Già pubblicato su Repubblica del 130421.