L'INTERVENTO. La rinuncia di Irto e la crisi del Pd

L'INTERVENTO. La rinuncia di Irto e la crisi del Pd

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Nicola Irto ha cancellato la sua candidatura alla presidenza della regione Calabria. Lo ha fatto con un’ampia intervista all’Espresso. In politica, mai dire mai. Ma tenendo conto della vicenda pare difficile che ci ripensi. Il Pd, quindi, si trova in Calabria (anzi si ri-trova) in un mare di pasticci. E dato che il Pd, piaccia o no, è ancora il pilastro, non unico ma sicuramente quello portante, cioè l’architrave, del centro sinistra (che è un’area molto più ampia del Pd), la sua crisi si scarica su tutte le forze progressiste della Calabria.

È andata così quando s’è trattato di scegliere il candidato presidente delle precedenti elezioni regionali e ora si ripete il copione. Legittima quindi la domanda: qual è il male oscuro del Pd?

Credo coincida col combinato disposto tra la strutturale debolezza politica di una regione povera, emarginata e fragile come la Calabria e l’uso strumentale e cinico che di questa debolezza viene fatta dai centri del potere centrale.

A Roma la Calabria appare, anzi è, come una pedina che può e quindi viene mossa secondo gli interessi che a Roma si agitano, si accordano, si scontrano.

Il Pd calabrese è commissariato da tempo immemore. Il che significa che in questa terra la democrazia e la possibilità dei suoi cittadini di pesare sulle (proprie) scelte è zero. Ma anche negli altri partiti i calabresi vengono tenuti a bada. A Roma, dove c’è (ci dovrebbe essere) il cervello pensante della maggiore componente della sinistra italiana, nessuno se ne scandalizza perché la situazione in cui si trova la Calabria offre maggiori spazi di manovra a chi, di volta in volta a Roma e da Roma, controlla un territorio che sia pur fragile quanto si vuole come la Calabria, fa massa.

Il Pd calabrese è retto da un commissario scelto da Roma da oltre tre anni e lo dirige un parlamentare napoletano che ha peso nelle vicende romane. Al momento in Calabria in tre delle cinque province il Pd è commissariato. Tutte le scelte decisive degli ultimi anni sono state fatte guardando alla difesa degli interessi di corrente secondo le oscillazioni e gli scontri romani. Zingaretti doveva dimostrare di essere un uomo nuovo? Ha subito liquidato Oliverio da Governatore chiarendolo in pochi istanti in una comparsata televisiva. Volevano questo i calabresi e gli iscritti al Pd? Forse sì, forse no. Ma non lo sapremo mai perché nessuno, qui in Calabria, ha chiesto in giro. Ad Oliverio che aveva chiesto una verifica credo non abbiano neanche risposto. L’hanno lasciato parlare. In compenso ai calabresi è stato rifilato Callipo. Chi l’ha scelto? È un mistero. Callipo è un industriale di successo nazionale. Una competenza che non sempre, purtroppo, coincide con la sapienza politica. A Roma hanno scelto il suo cognome sicuri che sarebbe risultato saporito come le scatolette del tonno. Un disastro che nessuno ha politicamente pagato. Il Pd lo ha sostenuto anche se Callipo, per giustificare il suo sostegno sfegatato a Fratelli d’Italia in precedenti elezioni, aveva candidamente spiegato che con Fd’I era candidato un suo nipote a cui è molto affezionato. Una motivazione umana, ma il popolo Pd forse l’ha trovata indecente.

Nicola Irto è giovane ed ha iniziato a far politica da ragazzino, come si usava un tempo, a scuola e poi all’università coi suoi amici studenti nelle organizzazioni giovanili. Politicamente si è fatto da solo. Chiede giudizi e opinioni a tutti. Poi decide con la sua testa. Alle ultime elezioni, è stato il candidato più votato in Calabria: 12mila preferenze in provincia di Reggio. Credo che il Pd l’abbia scelto per poter far proprio il suo seguito che è molto politicizzato. E lui ha accettato, anzi ubbidito. Ha iniziato a lavorare e dev’essersi imbattuto in un fenomeno che ignorava o sottovalutava: in Calabria (e non solo nel Pd) non decidono pulsioni e interessi, divisioni e contrasti, bisogni e progetti che nascono in questa terra, ma le indicazioni romane generate dallo scontro e dalle alleanze di potere tra gli apparati romani che controllano terminali locali come condizione del loro potere e della loro sopravvivenza.

Certo non dappertutto è come in Calabria. In Sicilia o Campania, per non dire in Toscana o Piemonte è diverso (ma senza esagerare ed è questo uno dei motivi centrali della crisi nazionale del Pd). Ma in Calabria i calabresi del Pd (che altro significa un commissariamento pluriannuale?) non contano nulla nel Pd. Così anche in questa occasione quelli che un tempo si chiamavano “gruppi dirigenti” hanno cominciato a porre le questioni sollecitati dai loro rispettivi leader romani (ormai ce ne sono una folla in ogni partito, anzi sono partiti dentro i partiti).