L'ANALISI. Letta e il Pd che non cambia

L'ANALISI. Letta e il Pd che non cambia

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La solitudine di Enrico Letta, a oltre due mesi dalla sua elezione, è un dato piuttosto insolito per un leader nuovo che, soprattutto all’inizio, normalmente attira persone e forze verso di sé. Invece da due mesi c’è questo strano silenzio dei big. Come uno scarico liberatorio di responsabilità dopo il biennio zingarettiano, nel migliore dei casi. O come il segno di una attesa dei primi risultati o dei primi inciampi.

   L’esito, in ogni caso, è quello di un segretario che pare predicare nel deserto, nella disattenzione dei suoi, nei silenziosi moniti non pronunciati ma sottintesi. Sarebbe sbagliato dire che sia già partita la caccia al segretario ma la vita interna appare gelatinosa, direbbe Antonio Gramsci, non esattamente segnata da una nuova solidarietà al capo venuto da Parigi come era lecito attendersi.

   Fare politica non è pero’ consegnarsi all’ex nemico o santificare il leader che neanche due anni fa governava con Salvini. Le lodi più sperticate per Giuseppe Conte sono infatti venute paradossalmente da esponenti democratici: chi lo ha paragonato a Bearzot, l’ex ct della nazionale campione del mondo (Boccia), chi lo ha indicato come “un forte punto di riferimento dei progressisti” (Zingaretti). Ricevendone in cambio alcuni schiaffi: il sostegno dell’ex premier a Virginia Raggi che ha sbarrato la strada proprio a Zingaretti nella corsa per il Campidoglio, nonché la rivendicazione dell’identità penta-stellata “né di destra né di sinistra” che difficilmente troverebbe casa in alcun partito progressista del mondo.

Il risultato è lo stop all’alleanza in vista delle elezioni amministrative: da Roma a Torino, da Milano a Bologna, si salva solo Napoli, si andrà con ogni probabilità divisi, anzi su fronti opposti.

  Sulla Calabria e’ meglio tacere, visto lo stato comatoso della politica di destra, centro, sinistra, civismo e la confusione anche qui in casa Pd tra linea regionale e ‘’modello Cosenza’’.

  Dal punto di vista dei democratici quella divisione non è pero’ necessariamente un dramma, anzi. Le rare vittorie locali (dall’Emilia Romagna alla Toscana alla Campania) sono state ottenute infatti dal centrosinistra senza e contro i 5 Stelle. Lo stesso potrebbe accadere domani nelle grandi città. Ma a patto di rimuovere ogni ambiguità.

Prendiamo il caso di Roma. Lasciare tutto lo spazio dell’opposizione più convinta contro la sindaca Raggi alla destra e a Calenda nell’illusione di poter attrarre i voti penta-stellati in un eventuale ballottaggio, rischia di portare al suicidio perché – come fanno temere i sondaggi – spaccherebbe l’elettorato del centrosinistra, estromettendolo così dal secondo turno. Gualtieri dovrebbe mettersi invece alla testa del fonte anti-Raggi, denunciare il suo malgoverno e non solo per ragioni di convenienza. C’è anche una questione di coerenza: quella democratica è stata l’opposizione più continua e concreta nella capitale, perché regalare ora lo spazio ad altri?

La verità è che la grande preoccupazione in casa democratica sembra rivolta ad altre elezioni, quelle politiche del 2023 ed è una preoccupazione legittima: andare alle urne da soli o con i cespugli del centrosinistra consegnerebbe certamente il Paese a Salvini e Meloni. Ma anche per questo motivo è apparsa sorprendente la retromarcia del segretario Letta sulla legge elettorale: anziché insistere sul proporzionale – anche per attutire lo scompenso democratico provocato dal taglio dei parlamentari – si è tornati a proporre il maggioritario del Mattarellum. Allo stato attuale un programma comune di governo del centrosinistra e dei 5 Stelle sembra fantascienza. L’esperienza del governo giallorosso è del resto indicativa, tra conflitti e rinvii su tutte le grandi questioni nazionali: dal fisco alla giustizia, dall’immigrazione alla politica industriale. Forse non a caso il Pd appare la forza più convinta e responsabile nel sostegno all’esecutivo Draghi. Forse bisognerebbe partire da qui per giocarsi la partita del 2023. Identificarsi sempre più con un governo che sta ottenendo importanti risultati e sfruttare tutto il tempo a disposizione per riorganizzare le proprie fila e il proprio campo, senza l’ossessione degli alleati penta-stellati: quando sarà il momento si vedrà da che parte stanno, che forza avranno e dove sarà possibile incontrarsi.

  Sul fronte interno a Letta resta sostanzialmente il suo cerchio magico, cioe’ quello lettiano: Francesco Boccia su tutti, Marco Meloni, lo staff, forse in arrivo Paola De Micheli. Errore blu, se Letta continuasse così: la storia insegna che la chiusura nei rispettivi cerchi magici è l’anticamera del disastro. Un po’ è anche colpa sua. Le correnti vivono e lottano, né si può pretendere la piattezza sovietica in un partito che si chiama democratico. Il punto è che finora Letta non è riuscito, o forse non ne ha avuto il tempo, di aprire le finestre del Nazareno facendo entrare aria fresca, gente nuova, competenze specifiche, giovani. Ha preferito finora rivolgersi al corpo tradizionale del partito (il questionario nei circoli, l’enfasi sul tesseramento, la web radio Immagina, pure ottima iniziativa però troppo rivolta solo all’interno). Tutto è rimandato all’autunno con le famose Agorà che dovrebbero finalmente dare un profilo nuovo a un partito troppo asfittico e molto ancora attardato ai giochi interni.

  Insomma, la collocazione del Pd dovrebbe in teoria essere abbastanza comoda e invece si rivela ogni momento precaria, come se la ricerca di se stessi fosse ancora un problema completamente aperto.