L'INTERVENTO. Il futuro dei partiti e della politica

L'INTERVENTO. Il futuro dei partiti e della politica
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In una intervista rilasciata un anno fa Massimo D'Alema affrontava temi anche oggi di grande attualità: di cultura politica, organizzazione e vita nei partiti, rapporti con gli iscritti e gli elettori. Affermava che "... nel Pci si teorizzava che il dirigente politico doveva arrivare al vertice senza essere influenzato dalla ricerca del consenso. Il contrario delle primarie. Anzi venivano selezionati quelli che erano meno alla ricerca del consenso. Quando, nel Pci, sorse il problema della successione a Longo, fosse stato il PD, avrebbe fatto le primarie tra Amendola e Ingrao. Sarebbe stato un disastro. Invece un gruppo dirigente illuminato prese uno che era timido, spigoloso che non piaceva a nessuno. Si chiamava Berlinguer... ". E fatto il paragone con la Chiesa, e la designazione di un pontefice, prosegue: "C'è un confine tra la democrazia e il populismo. E il confine è che la democrazia è un sistema nel quale la volontà popolare è anche il frutto di un processo di formazione. C'è dialettica tra l'esercizio di un ruolo dirigente, di guida, d'indirizzo, direi persino di un ruolo pedagogico, e la formazione della volontà popolare. Quando la volontà popolare si esprime al di fuori di un processo di formazione, la volontà popolare può produrre dei guai enormi". Conclude, dopo il richiamo a Barabba e al ruolo degli 'illuminati', con ribadire che le organizzazioni politiche devono "orientare il popolo, guidarlo".
Chiunque abbia vissuto con ruoli diversi, da semplice militante a dirigente a vario livello, anni in cui era pervasiva, assorbente, la lettura e il tentativo di gestione della cosa pubblica attraverso lo strumento partitico -mi riferisco, tanto per indicare qualche riferimento temporale non del tutto arbitrario, agli anni che dalla seconda metà degli anni sessanta del 1900 vano fino alla nascita dell'Ulivo- è difficile non rinvenga nelle parole di D'Alema -che mi son permesso di estrapolare liberamente senza, mi auguro, aver inficiato il senso del suo dire- elementi di verità storica e di condivisibilità.

Erano quelle, la cultura e la prassi, di un grande partito di massa, dei grandi partiti di massa, non solo del Pci. Si mirava alla ricerca interna dell'equilibrio fra le diverse sensibilità grazie al confronto, al dibattito, alla sintesi, in nome del bene comune e dell'unità, eredi di tradizioni e di culture ch'erano andate consolidandosi lungo decenni in un'Italia segnata dal boom economico, dal '68, dalle crisi drammatiche del terrorismo, dal fattore K, dalle aporie togliattiane, dalle divisioni a sinistra. La 'democrazia progressiva', declinata di volta in volta come 'partito di lotta e di governo', 'compromesso storico', 'convergenze democratiche' di vario tipo dovette fare i conti con tangentopoli, lo sfarinamento dei partiti di massa, il crollo del muro, l'Europa, la globalizzazione. Occhetto e Berlusconi fecero il resto, ciascuno per la propria parte, uno simmetrico all'altro. Nè l'Ulivo riuscì nel suo intento di indicare una via democratica per il socialismo -un socialismo in cui la 'questione Psi' non fu mai risolta-, altrettanto Veltroni con il Partito Democratico. Frazionismi territoriali, edonismi sfrenati, temi civili e inediti o sottovalutati esplosero in piena evidenza, con l'affermarsi di fenomeni quali la Lega e il Neoborbonismo: due facce della stessa medaglia.
Soffermarsi sulle parole d'apertura di D'Alema ha un senso, più di uno, forse, oggi e qui, e non già per indugiare in nostalgie e rimpianti d'un come eravamo imbellettato coi colori di uno stavamo meglio improponibile quanto falso, ma per ragionare su alcuni perchè e proporre altrettante possibili prospettive.
Senza soverchi giri di parole e con il suffragio di atti e documenti comprovanti: la svolta avvenne tardivamente e si mostrò fin da subito monca; la linea della sinistra postPci fu quella liberale, con precisi tratti liberisti, prima e in sopraggiunta dopo di porsi come interlocutore privilegiato delle forze produttive del nord, sacrificando il sud. Con una dialettica interna smarrita e incapace di far propria la scelta maggioritaria riformista, premuta ai fianchi da rigurgiti massimalisti e protestatari. L'antipolitica e il populismo fecero il resto grazie anche a smaccate complicità interne che la parentesi renziana, non si sa se definirla solo ingenua o pure evanescente, aveva temporaneamente illuso o forse solo sconcertato. I costi della politica messi tra parentesi, la diminuzione del numero dei parlamentari, l'umiliazione delle sedi rappresentative le istituzioni, i doppi giochi e gli agguati a viso scoperto hanno segnato come macigni le tappe del nostro presente e recente passato, in cui il mandato, il compito, delle masse da educare, da guidare, veniva progressivamente smarrito, derubricato.

Lo scadimento del personale politico, allo stesso tempo causa ed effetto dei mali della politica, suggellano come macigni la cornice generale: per cui ricordare e richiamare il passato, un passato che tante glorie e fiori non li mostra affatto, non è la via migliore per risalire la china. La parentesi Draghi -in molti la vedono così, auspicano sia così- dovrebbe servire a rivedere nel profondo non solo e non tanto struttura, morfologia e funzioni delle forze politiche organizzate, quanto la mission della politica stessa, grazie anche alla selezione di un ceto politico che sia in grado di lasciarsi alle spalle tanti cattivi maestri, tutte le perverse pratiche del passato.